Economia

Next Generation, come utilizzare le risorse?

di

Francia

L’analisi di Giuseppe Liturri 

 

Il Mes è morto, Marx pure, e nemmeno il Recovery Fund si sente molto bene.

Abusiamo anche noi di questa citazione, modificandola leggermente, per aiutare il lettore nella comprensione degli ultimi eventi e prospettargli la loro probabile futura evoluzione.

Nei giorni scorsi, in una sorprendente sequenza, dapprima il Presidente Mario Draghi in Parlamento ha affermato che “…la quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo attraverso la principale componente del programma, lo strumento per la ripresa e la resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica…”. Poi è arrivato l’economista Luigi Zingales sul Fatto Quotidiano, seguito a ruota dai suoi colleghi Tito Boeri e Roberto Perotti su Repubblica.

Questi ultimi hanno messo in dubbio l’utilità della componente prestiti del Next Generation UE (NgUE), 127 miliardi di ulteriori debiti la cui compatibilità con gli obiettivi di finanza pubblica è molto dubbia. Proprio come evidenziato dal Presidente Draghi che nel suo discorso programmatico si è ben guardato dal citare il Mes. Uno strumento la cui convenienza rispetto all’indebitamento con titoli pubblici – ove fosse mai esistita, e qui abbiamo dimostrato la sua inesistenza – ha subito negli ultimi mesi un durissimo colpo a causa della discesa dei tassi e dello spread, accompagnata dall’abbondante liquidità del mercato.

Le ultime aste hanno infatti visto una domanda pari a circa quattro/cinque volte l’importo poi aggiudicato dal Mef ai sottoscrittori. Questo il non detto. A cui ha fatto seguito il detto riportato testualmente in precedenza, che ci induce a richiamare alla memoria dei nostri lettori quando, ormai mesi fa, li informammo, documenti alla mano, dell’attenzione supplementare che richiedevano gli investimenti finanziati con prestiti, che costituiscono circa 2/3 del complessivo NGUE.

Oggi salutiamo Boeri e Perotti che definiscono quei 127 miliardi “un azzardo”, perché dovrebbero finanziare direttrici di investimento, come la transizione digitale, che al momento sono un insieme di “formule e slogan” che danno vita ad un “contenitore vuoto”. I due economisti sollevano perplessità e ritengono “irrealistico” pensare di progettare opere di così rilevante importo in tempi così limitati.

Infatti, il termine che la Commissione ha assegnato per la consegna del Recovery plan è il 30 aprile, e sarà poi possibile impegnare le spese fino al 2023, con pagamenti previsti fino al 2026. La progettazione del Next Generation UE è avvenuta finora al contrario: ci abbiamo infilato dentro di tutto, purché concorresse a raggiungere la cifra messa a disposizione.

Peccato che, trattandosi prevalentemente di debito, se non ci fossero ritorni adeguati sulla crescita, ci ritroveremmo con un rapporto debito/PIL in deciso peggioramento. Esattamente l’opposto dell’obiettivo della Commissione, che vorrebbe un rientro di tale rapporto al livello pre Covid entro il 2031.

Si tratta di “un’impresa sovrumana”, secondo la definizione di Boeri e Perotti che poi aggiungono che la definizione di prestiti aggiuntivi e sostitutivi è “labile”. Su questo punto ci permettiamo di dissentire. La distinzione è netta ed è stata più volte ribadita dal precedente ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: i prestiti sostitutivi sono quelli che finanziano opere già incluse nei saldi di finanza pubblica, quelli aggiuntivi invece li modificano. Solo questi ultimi hanno un impatto sulla crescita aggiuntiva.

Se, ad esempio, le opere dell’alta velocità ferroviaria Bari-Napoli sono già incluse nell’attuale indebitamento netto ed attendono solo il ricorso al mercato per l’emissione di titoli, finanziarsi col Next Generation UE avrà l’unico effetto di migliorare gli interessi su quel debito. Questo nella probabile, ma non scontata, ipotesi che i prestiti della UE abbiano un tasso più basso dei nostri BTP. Ecco perché bisogna andarci piano con i prestiti aggiuntivi per finanziare spese di dubbia utilità che hanno l’unico pregio di rispondere ai desiderata della Commissione. Ma hanno il pericoloso difetto di incrementare il debito, rispetto allo scenario tendenziale di finanza pubblica.

Nelle parole di Boeri e Perotti troviamo confermate tutte le nostre perplessità relative alle destinazioni di spesa imposte dalla Commissione, sintetizzabili nella seguente domanda: cosa serve allo sviluppo del Paese? Eseguire degli investimenti in opere, ancorché di minore importo ma scelte con attenzione, finanziate con titoli pubblici leggermente più costosi? Oppure spendere importi maggiori in opere di dubbia utilità, caricandoci di un debito che dovremo comunque rimborsare, con l’aggiunta di un groviglio di burocrazia, condizioni e controlli? Diamo il benvenuto a due economisti bocconiani che esprimono perplessità che qui leggete da mesi, e che si schierano decisamente a favore dell’utilizzo della sola componente di sussidi del NGEU (circa 81 miliardi), rimandando a tempi successivi la valutazione dell’accesso ai prestiti.

Sul punto, Zingales getta alle ortiche ogni cautela e parla dell’assoluta esiguità di un vero bilancio europeo, che resta condizionato alla volontà della Germania ed è tranciante sul Recovery Fund “davvero microscopico”.

Ora ci attendiamo atti conseguenti e coerenti con queste autorevoli prese di posizione. Così si identificherà finalmente chi vuole il bene dell’Europa: chi ragiona e critica strumenti che non funzionano e danneggiano il Paese e le relazioni tra Paesi con legami storici o chi ne accetta acriticamente ogni scelta, provocando profonde divisioni.

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