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Le evoluzioni garantiste della Lega di Salvini

Salvini

La nota di Paola Sacchi

 

L’elezione di Umberto Bossi alla Camera, che alla fine ce la fa, con un colpo di scena a sorpresa, dopo che Roberto Calderoli scopre “il granchio preso dal Viminale”, arriva a riportare un po’ di sereno nella Lega, insieme con il “ripescaggio” del tesoriere Giulio Centemero.

Matteo Salvini, che aveva deciso di ricandidare il fondatore della Lega Nord, come omaggio alle origini, all'”uomo senza il quale noi non saremmo qui”, esulta. Ma si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe: “Quante parole al vento…”. Evidente il riferimento alle ulteriori polemiche interne, dopo il non esaltante risultato elettorale, sulla non-elezione data per certa l’altra notte persino del “padre-fondatore”.

La Lega ha fatto quadrato attorno al leader, per il quale ora si profila nel futuro governo a guida FdI quell’ingresso “di peso” che aveva chiesto il Consiglio federale proprio per dare stabilità alla stessa maggioranza. Non si sa se sarà il ministero dell’Interno sul quale però Salvini, che ieri si è visto con Giorgia Meloni, non sembra voler mollare per la Lega più che per sé.

Ma, comunque andrà, non è stato bellissimo, lo spettacolo di polemiche sotto traccia venute dall’interno del partito, che ora comunque resta decisivo, insieme con Forza Italia, per la formazione dell’esecutivo probabilmente di Meloni premier. Polemiche scrivono le cronache ci sono state da parte di quella cosiddetta ala governista, con i governatori in testa, che aveva proprio spinto Salvini a entrare nel governo Draghi. Cosa di cui la Lega ha pagato soprattutto il prezzo in termini di consensi, essendosi trovata a governare con Pd e Cinque Stelle e con ministri come Roberto Speranza (Salute) e Luciana Lamorgese (Interno), le cui rispettive politiche – di lockdown durissimo e di gestione dell’immigrazione clandestina con un notevole aumento degli sbarchi che proprio Salvini aveva drasticamente diminuito, cosa che gli è costata anche un surreale processo ancora in corso – sono state veleno per gli imprenditori e per l’elettorato leghista in generale.

Ma soprattutto non è bello lo spettacolo delle polemiche e richieste di dimissioni, anche tramite giornale, provenienti dalla cosiddetta “vecchia guardia”. Come disse Indro Montanelli, “il tempo indora sempre tutto”. Ma la Lega nazionale di Salvini ha salvato il partito dal baratro del 3-4 per cento. E, pur con contraddizioni e errori certamente, anche inevitabili in un’impresa del genere, Salvini ha ridato un nuovo volto al partito, modernizzandolo, immettendovi culture e figure nuove. Come soprattutto la cultura di quel garantismo per il quale, nonostante intuitive aperture del genio di Bossi, la classe dirigente leghista non aveva ancora particolarmente brillato.

Brutti episodi purtroppo fanno parte della storia leghista come quel sì al carcere per il deputato dell’allora Pdl Alfonso Papa. Il Senatùr alle sue ultime settimane ormai di segreteria tentò di opporsi, come fece la garantista Forza Italia, ma Roberto Maroni e i suoi uomini furono inflessibili. A Salvini va tutto il merito di aver coraggiosamente riposizionato il partito su un profilo liberale e garantista, fino a riconoscere, proprio in un’intervista per Startmag, i meriti politici di Bettino Craxi.

Il “capitano”, nella valanga di firme raccolte ai banchetti leghisti con i Radicali per i referendum sulla giustizia, avvicinò personalità che mai fino ad allora avevano partecipato alle iniziative della Lega. Se la Lega non è più il partito del cappio, che lo stesso Bossi – episodio non molto conosciuto – contestò a Orsenigo, il merito è tutto del coraggio di Salvini. Che oggi riunirà I suoi circa 100 parlamentari da cui intende ripartire.

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