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Le vere sfide politiche del Recovery Plan (fra storia e cronaca)

di

Rutte

Il corsivo di Gianfranco Polillo

 

Dicono che Renato Brunetta, in Consiglio dei ministri, abbia fatto un numero. Intervenendo sul PNRR ha ricordato alcuni episodi di storia patria, purtroppo dimenticati. Era il primo centro sinistra, quello degli anni ‘60 di quasi cento anni fa. Il centro sinistra delle grandi riforme, a partire dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica, della nascita della Cassa del mezzogiorno e dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Anni che videro uomini come La Malfa, Saraceno, Giolitti e Ruffolo, ricordati dallo stesso ministro, isolati nel contesto politico di allora. Tra una DC, al tempo stesso scettica e preoccupata del possibile successo di quelle idee, ed un PCI paralizzato. Con lo stesso Palmiro Togliatti in palese imbarazzo. Non potendo appoggiare quelle tesi che marcavano una discontinuità rispetto al centrismo ed, al tempo stesso, non potendole rifiutare.

Quegli anni passeranno alla storia come il tentativo di imprimere allo sviluppo della società italiana un indirizzo nel segno della maggiore consapevolezza. Rifiutato il mito della pianificazione di stampo sovietico, si tentò di elaborare una linea di politica economica in grado di interagire con le forze del mercato, senza, per altro, deprimerle o mortificarle. Essendo consapevoli del fatto che l’Italia stava entrando in un cono d’ombra dopo il grande successo del miracolo economico. Evento destinato ad essere irripetibile nella storia nazionale.

Alla base di quel successo erano stati indubbiamente gli “animal spirits”. Ma il loro istinto era stato illuminato dalla politica. Da quelle scelte volute da Ugo La Malfa e Carlo Sforza, in contrasto con la stessa Confindustria di Angelo Costa, che avevano portato all’apertura degli scambi, in contrasto con gli interessi del blocco protezionista, che aveva dominato la storia degli anni precedenti. Furono le industrie più dinamiche, soprattutto quella dell’automobile, a fare da battistrada e trascinare le altre: dalla siderurgia di Sinigallia alla chimica di Natta, all’Agip di Mattei.

Furono, tuttavia, i “cafoni” del Mezzogiorno che alimentarono quel grande motore. Quei contadini semianalfabeti che videro nella loro transumanza verso le metropoli del nord – il triangolo industriale di allora – l’occasione di un riscatto non solo economico, ma sociale e culturale. In grado di compensare gli enormi sacrifici ai quali erano costretti. Il “Rocco ed i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Quel miraggio durò fino alla metà degli anni ‘60. Poi anche il mercato del lavoro italiano, sull’onda di un tasso di crescita dell’economia senza precedenti, divenne sempre più rigido, favorendo la crescita dei salari reali.

Già alla fine del 1964 la congiuntura su era fatta più difficile. La crescita dei salari aveva comportato un forte aumento delle importazioni, alimentando il deficit della bilancia dei pagamenti. A livello centrale gli uomini della programmazione – soprattutto Antonio Giolitti – avevano elaborato un piano per far fronte alle strozzature dello sviluppo e mettere in sicurezza le conquiste operaie. Ma la Banca d’Italia, allora guidata da Guido Carli, aveva deciso altrimenti, operando una stretta del credito, destinata a deflazionare un’economia, fin troppo surriscaldata.

Fu una scelta lungimirante? Si persero quattro anni. Poi il ‘68 e l’autunno caldo l’anno successivo, impressero all’economia italiana uno shock destinato a pesare lungamente sui destini del Paese. Alimentando quell’inflazione perniciosa che negli anni successivi, a causa dei mutamenti intervenuti nel prezzo del petrolio (guerra del Kippur), diverrà sempre più persistente. Si poteva evitare? Difficile rispondere, ma forse se si fossero fatte quelle riforme, che rappresentavano il nocciolo duro delle idee della programmazione, probabilmente, la storia sarebbe stata diversa.

Pensieri lontani, quindi, ma solo in apparenza. Ancora oggi, seppure nelle mutate condizioni di una realtà così diversa, quel contrasto si ripropone, seppure in termini nuovi. Il confronto è tra chi ritiene che l’economia sia dominata da una sorta di saggio naturale di sviluppo, su cui non è possibile intervenire. E chi, invece, ritiene che la politica economica possa ancora avere un ruolo nell’orientare scelte che tendano alla piena utilizzazione dei fattori produttivi, all’inizio. Quindi ad una crescita del potenziale produttivo.

È la differenza che intercorre tra i prigionieri dell’austerità. Per cui il debito può essere ridotto solo ricorrendo a politiche deflazionistiche, con aumento del prelievo fiscale o semplice riduzione della spesa. Che è poi è sempre quella in conto capitale o per gli investimenti. E chi invece pensa a politiche non convenzionali e riforme, capaci di aumentare, seppur nel medio termine, la crescita del Pil. La logica che ha ispirato il Recovery Plan. E che ora è atteso alla prova del budino. Ed ecco allora che il riferimento a quegli anni lontani del centro sinistra assume un significato particolare. Non solo un ricordo, ma un monito. Per non commettere gli errori del passato.

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