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Ecco le vere conseguenze geopolitiche della vittoria di Biden

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L’intervento di Demostenes Floros, analista geopolitico e docente presso il Master in Relazioni Internazionali Italia-Russia, dell’Università di Bologna Alma Mater

 

Il 3 aprile 2020, Henry Kissinger – già Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale nelle amministrazioni Nixon e Ford – scrisse un articolo su Il Journal di Wall Street dal titolo: La pandemia da Coronavirus altererà per sempre l’ordine mondiale.

Kissinger avvertì con lucidità e lungimiranza la crisi di egemonia dell’Occidente e in particolare, degli Stati Uniti d’America. Per questo motivo, esplicitò la necessità di unirsi a livello globale per affrontare la pandemia da covid-19 e a ripensare il sistema economico nel post covid-19. In particolare, mise in luce la necessità di “salvaguardare i principi dell’ordine mondiale liberale”.

Ad oggi, le elezioni americane pare abbiano indicato in Joe Biden il Presidente più “adatto” alla sfida per il mantenimento della leadership mondiale. Di converso, Donald Trump sembra essere meno gradito alle élite, di cui fa parte, e al cosiddetto Deep State, più che all’elettorato statunitense.

Appare riduttivo affermare che i conflitti che stanno attraversando gli Stati Uniti d’America siano unicamente riconducibili al pur importante appuntamento elettorale. Essi invece rappresentano la crisi sociale, economica e politica di un intero sistema, quello della principale potenza militare al mondo. Con ogni probabilità, si protrarranno nel prossimo futuro e non è affatto escluso che possano acuirsi. Ne consegue che gli effetti di tale crisi si dispiegheranno sull’intero pianeta attualmente alle prese con la pandemia, la quale sta allargando le preesistenti diseguaglianze tra i paesi, ma soprattutto all’interno di ogni paese.

L’attuale fase capitalistica della globalizzazione – essenzialmente rappresentata dalla novità storica della frammentazione della produzione – evolverà nella direzione di una più marcata regionalizzazione.

Gli Stati Uniti d’America, la Cina e la Germania dovranno ridefinire le rispettive filiere produttive, scomponendole e ricomponendole non più sulla base del solo costo del lavoro, bensì tenendo conto dei fattori strategici e ideologici (per la prima volta dal biennio 89-91) degli Stati coinvolti.

Tra i primi, la Sanità sarà un fattore fondamentale per determinare l’esito dei conflitti. Nei fatti, a crisi sanitaria in corso, chi insegue (Cina) sta viaggiando ad una velocità molto più sostenuta di chi sta davanti (Usa), rispetto a quanto avveniva prima del 2020.

Secondo i dati Confindustria a maggio 2019 (in attesa dell’aggiornamento che verrà pubblicato a fine mese), la Cina rappresenta il 28,5% della manifattura mondiale (era il 5% nel 1995), mentre gli Stati Uniti il 17,2% (Germania 6,1%, Italia 2,3%).

Se il neo Presidente Usa ha intenzione di invertire tale trend, potrà tentare di farlo solamente rafforzando le politiche protezionistiche e/o di dumping fiscale implementate dai suoi due predecessori. Ciò comporterà un inevitabile aumento delle tensioni con la Cina, ma non solo, già chiaramente emerse nel corso degli ultimi due anni di presidenza Trump, in netto contrasto con i buoni propositi manifestati a inizio mandato.

Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, pare esserne particolarmente consapevole. Non a caso, nel suo intervento al Club di Valdai del 26 ottobre, ha aperto all’alleanza militare con la Cina “per evitare brutte sorprese”. Il messaggio è parimenti rivolto agli “asini”, cosi come agli “elefanti”.

Sbaglia chi, a Bruxelles, ritiene che un presidente Democratico riavvicinerà le due sponde dell’Atlantico come accaduto durante l’era Obama. Le parole pronunciate da Kissinger il 9 novembre – “Europa e Usa uniti davanti alla Cina” – presuppongono una subalternità dell’UE ancora più marcata rispetto al passato. Le conseguenze della politica neo mercantilista tedesca sono infatti insostenibili per qualsiasi attore globale, in attesa che la deflazione salariale incrementi ulteriormente povertà e tensione sociale in seno all’eurozona.

A settembre, l’import cinese di made in Italy è aumentato del 33% rispetto all’anno precedente. Questo dato riassume la contraddizione che il nostro paese ha di fronte a sé: per un verso, rimanere ancorati mani e piedi alle vecchie logiche della Guerra Fredda. Dall’altra, la Via della Seta, l’unico progetto infrastrutturale e manifatturiero presente a livello globale che si discosti dalla finanza (anche quella cosiddetta Green). Papa Francesco ha già fatto le proprie scelte.

(Qui il link all’intervista a Demostenes Floros a cura de Il Vaso di Pandora)

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