I segnali di una possibile ripresa economica in Germania tornano a offuscarsi sotto il peso delle rinnovate tensioni commerciali con Washington. Le nuove minacce tariffarie avanzate dal presidente statunitense Donald Trump, intrecciate al contenzioso politico sulla Groenlandia, riaprono scenari di incertezza per un’economia fortemente orientata all’export e già esposta alle oscillazioni di un contesto internazionale da troppo tempo turbolento.
Il rischio evocato dagli ambienti industriali è che un’escalation sui dazi finisca per compromettere le prospettive di crescita proprio mentre Berlino tenta di consolidare una fase di stabilizzazione. Una pressione che spiega l’atteggiamento meno “garibaldino” del governo tedesco, con il cancelliere Friedrich Merz che ha scelto una linea più morbida rispetto a quella di Emmanuel Macron e più in sintonia con l’indirizzo diplomatico scelto da Giorgia Meloni.
D’altronde, il ritiro della decina di soldati tedeschi spedita per ricognizioni in Groenlandia dopo solo pochi giorni, e soprattutto all’indomani della minaccia di Trump di nuove sanzioni, era stato un chiaro segnale di de-escalation.
Il vertice intergovernativo del 23 gennaio a Roma tra gli esecutivi di Italia e Germania rappresenterà probabilmente l’occasione per Merz e Meloni di consolidare questa posizione comune.
LA CAUTELA DELL’INDUSTRIA TEDESCA
Intanto, nel mondo produttivo tedesco le dichiarazioni provenienti dagli Stati Uniti hanno suscitato una reazione di diffusa preoccupazione. Le associazioni di categoria parlano di un irrigidimento del clima commerciale che potrebbe danneggiare entrambe le sponde dell’Atlantico. Il presidente della Federazione dell’industria tedesca (BDI), Peter Leibinger, ha definito le minacce tariffarie “un passo inutile e potenzialmente dannoso”, sottolineando come il ricorso a strumenti di pressione commerciale “rischi di innescare una spirale difficile da controllare”.
La cautela nasce anche dal peso specifico del mercato statunitense per la Germania: circa un decimo delle esportazioni nazionali è destinato agli Stati Uniti. In questo quadro, un conflitto commerciale su larga scala avrebbe ricadute dirette su settori chiave dell’economia, dall’industria manifatturiera alla chimica, fino all’automotive. Da qui l’invito, rivolto soprattutto alle istituzioni europee, a “mantenere aperti i canali di comunicazione e a lavorare per una riduzione delle tensioni”.
PRUDENZA POLITICA E STRUMENTI EUROPEI
Anche la Camera di commercio e dell’industria tedesca (DIHK) richiama alla moderazione. Secondo l’organizzazione, “il legame sempre più esplicito tra obiettivi geopolitici e leve commerciali esercita una pressione significativa sulle imprese, ma non dovrebbe spingere l’Europa a reazioni impulsive”. L’esperto di commercio estero Volker Treier invita a “muoversi con equilibrio”, evitando di ricorrere subito a strumenti di ritorsione estrema.
Tra questi figura il cosiddetto “strumento contro la coercizione economica”, approvato dall’Unione europea nel 2023 come meccanismo di difesa contro pratiche considerate ricattatorie. Il pacchetto, nato in un contesto diverso, potrebbe teoricamente essere applicato anche nei confronti degli Stati Uniti, includendo misure come tassazioni mirate sulle grandi piattaforme digitali, limitazioni all’accesso agli appalti pubblici o restrizioni ai movimenti di capitale. Il solo fatto che tali opzioni vengano discusse segnala un irrigidimento dei toni, pur nella consapevolezza dei costi potenziali di una simile scelta.
DIVERSIFICAZIONE E RESILIENZA ECONOMICA
In parallelo, dal mondo imprenditoriale emerge con forza la necessità di ridurre le dipendenze commerciali. Rafforzare la rete dei partner internazionali viene indicato come una priorità strategica, capace di attenuare l’impatto di decisioni unilaterali. In questa prospettiva, l’accordo tra Unione europea e Mercosur è visto come un passo opportuno, al quale dovrebbero seguire intese con economie in forte crescita come India e Indonesia.
La diversificazione, tuttavia, non basta da sola. Secondo la DIHK è altrettanto essenziale “aumentare la resilienza interna”, rilanciando la competitività dei siti produttivi europei e creando condizioni più favorevoli agli investimenti.
Un segnale delle conseguenze già in atto arriva da uno studio dell’Istituto dell’economia tedesca IW di Colonia, che registra un netto calo degli investimenti delle imprese tedesche negli Stati Uniti nell’ultimo anno. Un dato che suggerisce come l’incertezza generata da una politica commerciale imprevedibile stia già influenzando le scelte strategiche delle aziende, ben oltre il piano delle dichiarazioni politiche.




