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Le donne nel Rinascimento

Donne Rinascimento

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nel corso del Trecento si fa strada una nuova idea di famiglia, che diventa il fondamento su cui poggiare l’edificio dello Stato moderno. La sua coesione viene perciò considerata di vitale importanza, e i legislatori non risparmieranno accorgimenti per metterla al riparo dalle potenziali minacce -l’irrazionalità, l’incostanza- derivanti dalla natura femminile. Nel Quattrocento giuristi e eruditi umanisti mutuano e sviluppano dal sapere medico e dal diritto romano i concetti di “fragilitas et infirmitas sexus”. La dottrina penale raccomanda quindi ai giudici di tenere conto della intrinseca debolezza femminile nella comminazione delle pene.

Una disparità di trattamento, definita da Deirdre Park “cavalleria giudiziaria”, in realtà coerente con il divieto di ricoprire cariche pubbliche, oltre che con quello di sporgere denuncia o di testimoniare nei processi. Gli orientamenti prevalenti della cultura giuridica troveranno una definitiva sistemazione nel “De Legibus Connubiabilis” di André Tiraqueu (1546). Da un lato viene teorizzata quella inferiorità che autorizzava un minore accanimento punitivo, dall’altro viene ribadita l’esclusione delle donne dai “virilia officia” (guerra e governo) e dalla successione nei feudi, “ob garrulitate” (per petulanza) e perché “foeminae sua natura dominationis cupidae sunt” (per connaturata sete di potere).

La riscoperta della legge salica, che riservava la continuità dinastica solo alla discendenza maschile, avviene in questo contesto. A partire dal quattordicesimo secolo e per tutta la durata del Rinascimento, diverse generazioni di giuristi si ingegneranno per renderla irreversibile. E il repertorio dei luoghi comuni misogini, primo fra tutti quello della “imbecillitas mentis” (incapacità di discernimento) del sesso debole, ben si prestava ad attestarne l’incontestabile necessità. “Tomber en quenouille”, si diceva quando essa non veniva rispettata. L’espressione non è traducibile letteralmente, ma indicava l’avvilimento di chi precipita in una posizione subalterna come quella della donna- qui identificata con la conocchia (“quenouille”), ossia con l’unico arnese adatto alle mani femminili.

Nondimeno, nella Francia cinquecentesca l’arretramento della condizione sociale della donna coinciderà con un sorprendente progresso del suo prestigio intellettuale. Sulla scorta del “De claris mulieribus” di Boccaccio, tradotto su impulso di Anna di Bretagna, moglie di Carlo VIII, nasce un filone letterario destinato a una lunga fortuna, centrato sull’elogio della “femme forte” e della “femme savante”. La vera novità di questo Rinascimento al femminile è costituita proprio dall’ingresso delle donne nell’agone culturale, con il progetto dichiarato di contestare il monopolio maschile della scrittura. Dopo l’opera di Christine de Pisan, “Le Tresor de la cité des dames” (1497), Anna -duchessa di Borbone e figlia di Luigi XI- nel 1521 darà alle stampe i suoi “Enseignements”. Margherita di Navarra (1492-1549), sorella di Francesco I e amica di Vittoria Colonna, sarà la prima poetessa francese a essere pubblicata. Figlia di Enrico II e di Caterina de’ Medici, un’altra Margherita (1553-1615) -anch’essa regina di Navarra- inaugurerà la memorialistica femminile per narrare le tormentate vicissitudini della sua vita.

C’è stato, allora, un Rinascimento per le donne? Le risposte a questa domanda, formulata per la prima volta nel 1972 dalla studiosa americana Joan Kelly-Gadol, non sono state univoche. Fanny Cosandey ha osservato che la legge salica, se sacrificava il ruolo delle figlie, consolidava quello delle madri in qualità di reggenti dei figli minorenni eredi al trono (“Annales”,1997). Margaret King ha censito i libri rinascimentali che traboccano di donne armate e pugnaci, tanto che “due vergini conclamate -Giovanna d’Arco che comandò un esercito e Elisabetta Tudor che governò una nazione- suscitarono, come amazzoni viventi, la stessa mescolanza di timore e ammirazione” (“Le donne nel Rinascimento”, Laterza, 1991). In un suo saggio, Cesarina Casanova sottolinea come la Barbara di Brandeburgo (1423-1481) posta al centro della scena da Andrea Mantegna nella Camera degli sposi del mantovano Castello di San Giorgio, segnali un indiscutibile patronage femminile nel sistema dei rapporti tra i Gonzaga, la Curia romana e la corte imperiale  (“Regine per caso”, Laterza, 2014″).

La “Storia d’Italia” di Francesco Guicciardini, insomma, sembra non aver avuto molti estimatori nella storiografia più recente. Nell’opera del grande fiorentino, infatti, viene largamente occultata o denigrata la presenza delle donne sulla ribalta politica rinascimentale, di fronte a cui pure si professa spettatore freddo ma curioso delle “varietà delle circunstanze”. Un giudizio benigno lo riserva solamente a Caterina Sforza, sopraffatta da Cesare Borgia nell’assedio della rocca di Forlì (1499): “Essendo tra i tanti difensori ripieni d’animo femminile ella sola di animo virile…[Cesare Borgia] considerando più in lei il valore che il sesso, la mandò in prigione a Roma, dove fu custodita in Castel S. Angelo”. La stessa Caterina Sforza riappare in un notissimo passo dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” di Machiavelli, in cui la figlia illegittima di Galeazzo, duca di Milano, risponde con un gesto impudico e con parole spavalde ai congiunti forlivesi, che minacciavano di ucciderle i suoi figli se non si fosse arresa: “Mostrò loro le membra genitali, dicendo che aveva ancora modo di rifarne”.

Alla prova dei fatti, in conclusione, mai come nell’Europa del Cinquecento un numero tanto rilevante di donne -figlie, sorelle, mogli, madri, amanti- ha avuto accesso ad elevate responsabilità o ha governato in prima persona. Farne l’elenco completo non è possibile. Maria Tudor prima (1553) e sua sorella Elisabetta poi (1554) salgono a pieno titolo sul trono d’Inghilterra. Maria Stuarda cinge la corona di Scozia (1542). Margherita d’Austria governa con abilità e prudenza i Paesi Bassi in rivolta contro la dominazione spagnola (1559-1567). Renata di Valois (1510-1572) a Ferrara è l’anima di un cenacolo di intellettuali seguaci del verbo calvinista. Jeanne d’Albret (1528-1572), regina di Navarra, si dedica alla difesa della causa protestante e all’educazione del suo giovane figlio, Enrico di Borbone, destinato a regnare su tutta la Francia.

Nè si può dimenticare che per circa trent’anni sarà una regina, Caterina de’ Medici (1519-1589), a tutelarne gli interessi in uno dei periodi più tragici e sanguinosi della sua storia. In una celebre requisitoria, Jules Michelet ne farà l’incarnazione della doppiezza e della cattiveria femminile. Nella “Comédie Humaine”, Honoré de Balzac ne esalterà invece la politica di tolleranza e di riconciliazione, che avrebbe consentito alla monarchia francese di superare una delle sue prove più difficili dopo ben otto guerre di religione e il massacro degli ugonotti nella notte di San Bartolomeo (23-24 agosto 1572).

Questo illustre corteo di signore al potere non rivela un miglioramento giuridico della condizione delle donne. Dimostra tuttavia che molte tra loro hanno saputo far valere le proprie ambizioni e la propria intelligenza -e anche la loro bellezza- a dispetto dei pregiudizi maschili. Come ha scritto Benedetta Craveri in “Amanti e regine” (Adelphi, 2008), per quanto spettacolari i loro successi costituiscono la somma di casi individuali, non si saldano mai in un’unica storia. Perché ” la Storia rimane appannaggio ufficiale degli uomini, e per inserirsi nei suoi ingranaggi senza venirne stritolate, bisogna mascherarsi, giocare d’astuzia, crearsi alleati potenti, distribuire favori, sedurre, corrompere, punire – e sapere, al momento giusto, uscire di scena”.

 

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