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Le baruffe sui radical chic tra giornalismo e politica

di

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nella recente baruffa tra Concita De Gregorio e Nicola Zingaretti, spia di un dibattito politico nervoso e sconclusionato, forse l’unica nota degna di rilievo è stata l’uso polemico, da parte del segretario del Pd, di un anatema che ormai appartiene alla vulgata socio-satirica della destra. Il termine radical chic, infatti, ha perso da tempo il suo significato originario, fino a diventare un generico dileggio di qualunque posizione critica della propaganda populista. Che le virtuose intenzioni della sinistra, infarcita di pedagogismo e anche di radical chic — come le dame fabiane che nell’Inghilterra di fine Ottocento assistevano i poveri e i carcerati — abbia assunto forme talvolta irritanti o patetiche, è fuor di dubbio. Ma non è una buona ragione per dimenticare che deridere i radical chic è un mestiere elettoralmente redditizio solo per Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Facciamo, allora, un passo indietro. È il 14 gennaio 1970. Siamo a Manhattan, in un lussuoso attico che domina Park Avenue. Il padrone di casa è Leonard Bernstein, Lenny per gli amici, musicista, compositore, pianista, direttore d’orchestra. Serviti da una squadra di camerieri rigorosamente bianchi (devono essere bianchi per non offendere gli afroamericani ospiti), tra gli invitati della bella e sofisticata Mrs Bernstein, nata Felicia Montealegre, ci sono Jason Robards e Lillian Hellman, Giancarlo Menotti e Aaron Copland, Mike Nichols e Richard Avedon, Peter Duchin e Arthur Penn, Harry e Julie Belafonte, Sidney Lumet e Otto Preminger.

Il party (che così è chiamato ma che poi sarà travestito verbalmente come riunione) è offerto per raccogliere fondi per la difesa legale dei membri del Black Panther Party in prigione con pesantissime accuse (da cui saranno prosciolti). Verrà raccontato dal dandy metropolitano Tom Wolfe in Radical Chic, That Party at Lenny’s (sottotitolo italiano, Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto), un lungo resoconto dell’evento pubblicato dal New York Magazine nel giugno 1970. Diventerà persino più celebre del celeberrimo ballo in bianco e nero organizzato quattro anni prima da Truman Capote al Plaza Hotel di New York (ospite d’onore Katharine Graham, la prima editrice donna del Washington Post). Con la locuzione radical chic, Wolfe intendeva designare una certa sinistra snob, mondana e progressista. Locuzione che sarà poi tradotta in altre lingue, sempre con una connotazione vagamente dispregiativa, come “gauche caviar” in francese, “esquerda caviar” in portoghese, “salonkommunist” in tedesco.

Al centro della serata ci sono Robert Bay, Don Fox e altri giovani afroamericani in rappresentanza delle Black Panthers. I camerieri servono bocconcini di roquefort ricoperti di noci tritate. Vengono scambiate ricette di cibo “soul”. Poi, in un clima definito da Wolfe da “nostalgie de la boue”, da nostalgia del fango, insomma dalla voglia di esplorare lo stile di vita delle classi inferiori, esplode un’accesa discussione, puntualmente registrata da Charlotte Curtis titolerà i due pezzi scritti per il New York Times del giorno dopo un “elegante tour dei quartieri poveri”.

 Wolfe è stato molto di più di un semplice giornalista. Con il suo modo di fare, da dandy del Sud, e i sui completi bianchi, molto eleganti e un po’ vecchio stile, ha rivoluzionato il modo di fare informazione. Uno dei suoi più celebri articoli, pubblicato sul New York Magazine il 21 febbraio 1972, intitolato “The New Journalism”, sancì la nascita di quella scuola di scrittura caratterizzata dall’utilizzo delle tecniche narrative proprie della letteratura applicate al giornalismo.

Nato nel 1930 a Richmond, in Virginia, Wolfe è morto il 14 maggio 2018. Satirico, beffardo, conservatore, acuto osservatore dei costumi del suo tempo, ha conquistato il grande pubblico con i suoi romanzi, anzitutto con Il falò delle vanità (1987), un ritratto impietoso del mondo di Wall Street (finito sul grande schermo grazie a Brian De Palma).

Se in Francia fu Raymond Aron, da noi fu Indro Montanelli a riprendere i temi di Wolfe in un altro celebre articolo del 1972 sul Corriere della Sera. L’attacco era rivolto a Camilla Cederna, principale ispiratrice della lettera aperta pubblicata l’anno precedente sul settimanale L’Espresso contro il commissario Calabresi. Ma probabilmente il suo vero obiettivo era Giulia Maria Crespi, la zarina della borghesia imprenditoriale milanese, proprietaria del quotidiano di Via Solferino da lei schierato su una linea progressista con la direzione di Piero Ottone.

In ogni caso, i ricchi di sinistra di Wolfe, che “offrono champagne a quelli che li impiccheranno”, non furono tuttavia impiccati, ma rimasero impiccati — Bernstein e i suoi amici artisti e intellettuali — alla sua spietata definizione. Come ha osservato Michele Serra (la Repubblica, 5 gennaio 2018), è diventato radical chic tutto ciò che odora di solidarismo (“è per lavarsi la coscienza!”) o di amore per la cultura (“è per umiliare la gente semplice!”), e ovviamente di critica del populismo (“è disprezzo per il popolo!”). Insomma, è stato utilizzato con spregiudicatezza per bollare quel vasto e disorientato mondo detto “sinistra occidentale” come una ipocrita cricca di potenti con la puzza sotto il naso, che ha perduto ogni “rapporto sentimentale” (termine molto di moda nel Pd e in Leu)  con le tute blu e con i perdenti nella lotteria della vita.

Lo hanno perduto? No e sì. No, se si pensa che Biden ha pur sempre avuto sette milioni di voti in più di Trump (e non possono essere solo professori di Harvard e gay). Sì, se si pensa che quel rapporto appare profondamente compromesso. Quanto bastava a Wolfe per dire — qui avendo ragione — che i “rednecks dell’Ohio” (ovvero i bifolchi) non si sentono minimamente rappresentati dai democratici, e con essi quasi l’intera working class degli Stati Uniti. La questione è nota e gigantesca, e non è qui possibile elencare  tutti i deficit di linguaggio, di identità e di progetto che minacciano di affondare la sinistra occidentale.  Tuttavia, ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio abbiano fatto poco e male, che cosa ha fatto per loro Tom Wolfe? La risposta è: niente. E “non perché fosse malvagio o distratto, ma perché alla destra — quella profondamente scettica sulla natura umana — il popolo va benissimo così com’è.

“Che il bifolco dell’Ohio — sostiene Serra — sia un derelitto sovrappeso che mangia porcate, che sappia poco o niente del mondo, che il suo livello di istruzione sia infimo e il suo reddito scarso, infine che abbia votato per un presidente che cercherà di levargli anche quel poco di assistenza sanitaria che Obama gli aveva concesso, non è cosa che possa turbare un grande reazionario come Wolfe. I suoi vestiti bianchi, le sue ghette, la sua cultura, la sua deliziosa, divertita albagia non ne risultano intaccati. Lui, a differenza di Bernstein, non è gravato dai sensi di colpa del ricco di sinistra: perché, fortunato lui, è un ricco di destra”.

 

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