Mondo

La destra di Indro Montanelli e le gag di Beppe Grillo

di

Grillo

Il Bloc Notes di Michele Magno

 

In un articolo pubblicato il 28 giugno 1953 sul Nuovo Corriere della Sera, Indro Montanelli si chiedeva come Joseph McCarthy, “politico mediocre e grossolano diffamatore”, avesse potuto tenere sotto scacco una grande democrazia facendo leva sulla paura del “pericolo rosso”. Secondo la sua analisi, la caccia alle streghe era una specie di bisogno organico degli americani, che col loro “cupo e fosco fondo puritano non riuscivano a restare fedeli al proprio Dio che in stato di perpetua mobilitazione contro il Diavolo. Un tempo la strega era il fascismo […]. Avantieri era stato l’alcolismo e la prostituzione. E prima ancora il papismo. E i negri, e gli ebrei. Ognuna di queste streghe ha avuto il suo McCarthy; e ognuno di questi McCarthy ha avuto il suo Ku-Klux-Klan. La legge non li riconosce, anzi severamente li condanna […], ma cosa può la legge contro un’etica e un costume?”.

Secondo Montanelli, quindi, il maccartismo non era tanto l’espressione di una tendenza autoritaria, quanto il riflesso di un ethos nazionalistico, di un conformismo culturale che considerava un tradimento ogni fenomeno ostile all’American way of life. “McCarthy — concludeva — è un uomo che fa molto rumore in un Paese in cui il rumore è una forma di “advertising”, cioè di réclame”. Del resto, anche Harry Truman aveva definito la paranoica campagna anticomunista del senatore del Wisconsin come “la corruzione della verità, l’abbandono del nostro attaccamento storico al fair play […], l’uso della menzogna e dell’accusa senza fondamento contro ogni cittadino, l’ascesa al potere del demagogo […]” (discorso radiotelevisivo del 16 novembre 1953). Vengo al punto.

Morale: il grande giornalista toscano era espressione di una destra che non c’è più: moderna, laica, civile, realista. Una destra patriottica senza essere nazionalista, aperta al nuovo. Una destra anti-ideologica che non vuole sempre avere ragione, che non urla, che non parla alla pancia ma al cuore e al cervello. La destra che vorrei.

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Pubblicato per la prima volta nel 1967, “The Medium is the Massage. An inventory of effects” (“Il medium è un massaggio. Inventario degli effetti”) è uno dei testi fondamentali del Novecento sulla teoria della comunicazione. Il titolo del volume era un palese refuso tipografico. Marshall McLuhan, che aveva uno spiccato senso dell’humor, decise di non correggerlo. Perché, come poi ammise, era un gioco di parole volontario tra “Message”, inteso come “Mess Age” (età del caos), e “Massage”, inteso come “Mass Age” (età delle masse). Aveva capito tutto. Oggi infatti, ai tempi del coronavirus, i media massaggiano le masse con il messaggio del caos.

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“Questa è la storia di quattro persone, chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno. C’era un lavoro importante da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare”.

Questa divertente storiella, il cui autore è anonimo, è un ritratto perfetto della confusione che regna sovrana in Italia ai tempi del coronavirus. Per il lettore non dovrebbe essere difficile indovinare chi si nasconde dietro ai quattro personaggi della boutade.

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Nel suo saggio “La morale degli scacchi”, pubblicato nel 1786, Benjamin Franklin sostiene che il gioco in cui era maestro richiedeva lungimiranza (nel calcolo delle conseguenze a lungo termine di una scelta), circospezione (nella stima della forza dell’avversario), cautela (per evitare azioni azzardate) e perseveranza (nella ricerca della mossa risolutiva, senza lasciarsi scoraggiare dai propri errori). Sono queste le quattro regole che dovrebbero essere seguite anche per vincere la partita contro l’epidemia. Ma sono state seguite? Ai contemporanei l’ardua risposta.

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Il nome Matteo deriva dal termine ebraico “Matithya”, composto da “Matath”, che significa dono, e da “Yah”, forma accorciata di Yahvè, il Dio di Mosè. Significa quindi dono del Signore. La politica italiana può vantarne addirittura due. Non se mi spiego.

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Questo aneddoto di fine anno è stato raccontato dall’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede a Gianfranco Ravasi, teologo dotato di un raffinatissimo senso dell’humor. Può essere letto sia come una rappresentazione della storia umana sia come un amaro esame di coscienza collettivo. Un giorno Henry Kissinger, allora segretario di stato del presidente Nixon, si recò allo zoo biblico di Gerusalemme. Durante la visita, vide stupefatto un leone accovacciato davanti a un agnello che brucava pacificamente. Si era forse avverata la profezia messianica di Isaia secondo la quale il leone si sdraierà accanto all’agnello in perfetta armonia? “No, replicò il direttore dello zoo, in verità noi sostituiamo l’agnello ogni giorno…”.

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È da un po’ di tempo che Beppe Grillo non interviene nel dibattito pubblico domestico con una delle sue mirabolanti proposte. Se la memoria non mi tradisce, l’ultima che ha suscitato un certo clamore è stata quella di privare gli anziani del diritto di voto perché incuranti — per ragioni anagrafiche — del futuro politico, economico e sociale del Paese. Molti l’hanno considerata come la battuta di un comico in vena di gag (ma Charlie Chaplin, che forse se ne intendeva più di lui, una volta disse che “in fondo, tutto è una gag”). Solo l’on. Giorgia Meloni e pochi altri l’hanno preso sul serio, accusandolo di attentato alla Costituzione e di mettere in discussione il principio del suffragio universale.

Ebbene, confesso di non aver trovato l’idea sconveniente. Ultrasettantenne di lungo corso, ho dato un’occhiata alla mia pensione e mi sono accorto che ne avrei tratto un discreto giovamento. Perché Grillo, se mi vuole togliere il diritto di voto, mi deve esentare anche dal dovere di pagare le tasse. Infatti, “no taxation without representation”. Mi si potrà obiettare che il vecchio slogan dei coloni americani, cardine degli Stati liberali, da noi è largamente eluso in virtù di un’evasione fiscale di massa; e che è stato addirittura capovolto da una legge che permette agli italiani residenti all’estero, ma che non sono contribuenti del nostro erario, di eleggere diciotto parlamentari. Vero. Tuttavia, messa da parte ogni facile ironia, fateci caso: in ogni fantasiosa provocazione del cofondatore del movimento pentastellato si manifesta immancabilmente la congenita inclinazione per quella che si potrebbe definire una “democrazia dispotica”. Il lupo  perde il pelo, ma non il vizio.

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