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L’autogol dei signori del calcio

C’è moltissimo da fare, da cambiare, da rinnovare per tornare a essere l’Italia anche nel calcio. Il taccuino di Guiglia.

Che cosa c’è di peggio per una Nazionale di calcio, la nostra, che ha vinto quattro campionati del mondo, del non riuscire a qualificarsi al Mondiale del prossimo giugno in programma fra Stati Uniti, Canada e Messico?

Che cosa c’è di peggio dell’essere stati eliminati non già dal Brasile (un mondiale vinto in più dell’Italia) o dalla Germania, alla pari con noi per trionfi ma – detto con massimo rispetto – dalla Bosnia ed Erzegovina, posizione numero 71 nella graduatoria internazionale?

Che cosa c’è di peggio non solo di non andare al Mondiale, non solo di essere stati battuti dalla Bosnia, ma soprattutto di restare a casa per la terza volta consecutiva?

Bastano le domande per pretendere dai responsabili di un simile e colossale fallimento sportivo, economico e sentimentale – sì, amiamo l’Italia in tutti i suoi colori, e nell’azzurro ancor di più -, l’unica risposta decente e doverosa: dimissioni. Dal primo all’ultimo, da Gabriele Gravina, presidente della Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio) a Gennaro Gattuso, l’allenatore di una disfatta senza precedenti non soltanto nel calcio italiano, che trattandosi dello sport più popolare già è grave, bensì dello sport tricolore. Con le inevitabili ricadute di incredulità, per usare un pietoso eufemismo, nel mondo intero: com’è possibile che per la terza volta l’Italia che primeggia ovunque – Sinner nel tennis, Antonelli nella Formula 1, Bezzecchi nel motociclismo, per citare soltanto le vittorie mondiali dell’ultima settimana – proprio nel “calcio”, come anche il resto dell’universo conosce in italiano il football, sia sprofondata fuori dal mondo e dal Mondiale?

È chiaro: l’amara partita con la Bosnia non è la causa, bensì l’effetto di un sistema-calcio in caduta libera da vent’anni. Dopo il Mondiale vinto nel 2006 in Germania, nei due successivi eventi (Sudafrica e Brasile) la Nazionale non superò la fase a gironi. A ciò s’aggiungano i 12 anni di “non pervenuta” e si arriverà all’attuale e perdurante fondo del barile.

Anche un bambino, ormai ventenne nell’accertata impossibilità di tifare Azzurro a differenza dei suoi padri e nonni, capisce che il “Giuoco Calcio” va rifondato da cima a fondo (del barile). Capisce che il vivaio dei calciatori italiani, già con buone aspettative, deve diventare la bussola dei prossimi vent’anni. Che è intollerabile assistere a squadre di serie A senza un solo giocatore italiano in campo. Che è inaccettabile una Nazionale al servizio del campionato, senza neppure godere della possibilità di avere giorni a disposizione per preparare i suoi atleti alla vigilia degli incontri decisivi: è il campionato “italiano” a dover essere al servizio della Nazionale.

Insomma, c’è moltissimo da fare, da cambiare, da rinnovare per tornare a essere l’Italia anche nel calcio.

Non, però, con i dirigenti dell’ennesima, vergognosa sconfitta. Dovrebbero avere essi il buonsenso – ma stavamo per scrivere il decoro -, di andarsene.

Se non lo faranno, siano le istituzioni preposte o consapevoli, governo incluso, a intervenire con rigore per voltare pagina.

(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)

www.federicoguiglia.com

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