La Commissione Europea sta elaborando una Raccomandazione che fornirà orientamenti politici basati sull’evidenza e migliori pratiche per prevenire e combattere la povertà lavorativa e gli orientamenti – precisa la premessa – saranno sviluppati in stretta collaborazione con gli Stati membri e le parti sociali. Il lavoro deve essere presentato nel 2027 e ci auguriamo che i nostri rappresentanti italiani non solo ci coinvolgano, ma soprattutto ci tengano informati adeguatamente. Contemporaneamente è atteso anche un Compendio delle migliori pratiche per contribuire ad affrontare il mancato utilizzo virtuoso, in alcuni paesi, del sostegno al reddito poiché, sempre secondo la strategia della quale siamo riusciti ad avere alcune interessanti notizie, sebbene tutti gli Stati membri dispongano di regimi di reddito minimo che supportano con l’accesso ai servizi e l’inclusione nel mercato del lavoro, l’adeguamento e la copertura variano molto significativamente.
E ciò è dovuto anche alle basse integrazioni che variano dal 20% al 50% tra gli Stati membri. Vi sono sfide orizzontali e comuni a tutti gli Stati che aggravano la povertà. La prima è la discriminazione, che tocca le persone con disabilità, gli stranieri, i Rom, le persone LGBTIQ+; tutte categorie di cittadini e cittadine che presentano percentuali molto più elevate della media per quanto riguarda il rischio di povertà ed esclusione sociale. Vi sono poi tutte le sfide legate alle “crescenti pressioni sul costo della vita”, che “stanno spingendo sempre più persone verso la povertà, aggravando le difficoltà per coloro che già faticano e aumentando la precarietà finanziaria per le famiglie a reddito medio”.
Qui la Commissione ribadisce l’importanza della proposta di raccomandazione del Consiglio dell’UE sulla lotta all’esclusione abitativa, ma cita anche “la lotta alla povertà energetica e dei trasporti”, che “dovrebbe rimanere una priorità nel contesto dell’attuale turbolenza geopolitica”. Infine, una forte enfasi viene posta sull’accesso ai servizi sociali: “vi è la necessità di una migliore copertura, di una maggiore integrazione e cooperazione tra i servizi, e di un più forte allineamento tra il sostegno disponibile e i bisogni effettivi di coloro a cui è destinato”. La questione dei fondi, quella più cruciale, viene affrontata nella parte finale della strategia. “Per ampliare le misure contro la povertà, è necessario mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici e privati sia a livello europeo che nazionale”, è una delle prime frasi che si legge. E dice molto.
Da un lato, quando chiede di “mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici”, la Commissione sostanzialmente critica il modo in cui gli Stati membri spendono i fondi UE. “I progressi sono stati lenti e dobbiamo riconoscerlo”. Dall’altro lato, però, citando i “finanziamenti privati”, di fatto la Commissione prende atto che le risorse pubbliche europee sono limitate e che, quindi, c’è bisogno di trovarne anche di ulteriori. Attualmente, infatti, “gli Stati membri stanno utilizzando i 139 miliardi di euro nell’ambito del Fondo sociale europeo Plus (FSE+)” per il ciclo di bilancio 2021-2027. La revisione di medio termine di questi fondi ha stanziato quasi un ulteriore mezzo miliardo per gli investimenti sociali, ma il punto è cosa succederà fra due anni. Il nuovo ciclo di bilancio settennale 2028-2034 (QFP, in termini tecnici), infatti, potrebbe portare a un drastico taglio del Fondo sociale europeo e a minori risorse per la politica di coesione nel suo complesso.
Le trattative sono in corso, ma il rischio è reale. È importante leggere bene e a fondo ciò che Mario Draghi, in occasione del premio Carlo Magno, ha sottolineato in alcune considerazioni per noi fondamentali. La UE non ha mai completato l’integrazione del Mercato Unico, pur predicando l’apertura del proprio mercato e aprendolo al resto del mondo, e ha ripercorso gli aspetti positivi ma anche di debolezza degli ultimi decenni di integrazione europea. Con riferimento alle criticità dell’integrazione, Draghi ha ricordato che “all’esterno, abbiamo smantellato le barriere al commercio, accolto le catene di fornitura globali e costruito la principale economia aperta del pianeta. Ma all’interno, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato il Mercato Unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avvolte in strati di regolamentazione”.
Il risultato “non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza”, in settori strategici come l’energia, appunto, ma anche la difesa e le tecnologie. Se avessimo adottato misure opportune per integrare la nostra economia, ad avviso dell’ex premier, i mercati dei capitali avrebbero canalizzato una maggiore quota dei risparmi europei verso investimenti produttivi interni. La consapevolezza che nel nostro Paese abbiamo lentezze nell’elaborazione dei progetti europei e apparati burocratici complessi non ci assolve dall’assumerci le nostre responsabilità e dal cambiare passo verso un’agenda nella quale emerge con urgenza la necessità di unire gli sforzi, rafforzare l’integrazione politica e avviare davvero il percorso verso gli Stati Uniti d’Europa. Magari cominciando, nel nostro Paese, da una revisione delle scelte portate avanti per combattere la povertà, che fino a oggi non sono state efficienti. In Italia, nel 2025, le persone in povertà assoluta sono 5,7 milioni, quasi il 10% della popolazione, un dato sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente.
È un fenomeno strutturale e preoccupante, a cui le misure introdotte dal Governo Meloni non sono in grado di dare risposte strutturali, ed è urgente un cambio di rotta che parta dal modo di concepire, misurare e raccontare il fenomeno per arrivare fino a politiche diverse, più in linea con il contesto europeo e con la reale situazione in cui si trovano le persone in povertà e i servizi loro dedicati. Ci vuole coraggio e capacità di agire.






