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L’affaire Ilva e il populismo ambientalista. Il Bloc Notes di Magno

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Il Bloc Notes di Michele Magno sul populismo ambientalista dei Cinquestelle a proposito di Ilva e non solo

Mentre la sopravvivenza dell’acciaieria di Taranto è ancora appesa a un filo, continuano a squillare le trombe contro il capitalismo rapace della multinazionale euroindiana, e tornano in auge improbabili progetti di nazionalizzazione o, quanto meno, di un robusto intervento della mano pubblica.

Forse gli altiforni non verranno sostituiti con le giostre del parco giochi proposto da Beppe Grillo o con la coltivazione intensiva di mitili suggerita da Barbara Lezzi, ma con ogni probabilità assisteremo, tra un prestito ponte e un altro (Alitalia docet), a una tragedia produttiva e sociale il cui finale pare già scritto.

Sul dilettantismo e sulla schizofrenia del governo nell’affaire Ilva sono stati versati fiumi d’inchiostro. Ma non si può dimenticare che per il suo azionista di maggioranza la chiusura dello stabilimento era un evento pressoché inevitabile, suffragato con l’argomento farlocco secondo cui nella città pugliese diritto alla salute e diritto al lavoro non sarebbero tra loro conciliabili.

La verità è che il populismo ambientalista dei Cinquestelle — con la sua miscela di demagogia, manicheismo ideologico, settarismo ed emotività di massa — è un “green new deal” tendenzialmente ostile alla grande impresa manifatturiera e all’innovazione tecnologica.

Forse i meno giovani ricordano un bel film di Nanni Loy, “Mi manda Picone” (1982). Racconta la frenetica ma vana ricerca di un operaio delle acciaierie di Bagnoli, scomparso in ambulanza dopo essersi dato fuoco davanti al consiglio comunale. Lo spettatore scopre lentamente, attraverso un viaggio tra i misteri di una Napoli che è la trasparente metafora dei vizi nazionali, che quell’operaio faceva mille mestieri diversi e aveva molte vite differenti. In altre parole, la sua identità sociale non era chiaramente definita, ma era ambigua e sfuggente, quasi inafferrabile.

Già all’inizio degli anni Ottanta, la sensibilità artistica del regista, uno dei padri della commedia all’italiana, aveva colto perfettamente la mutata percezione del lavoro di fabbrica, ormai vissuto come un ripiego e non più come motivo di orgoglio. Dopo un decennio di lotte straordinarie che ne avevano celebrato la centralità, la classe operaia sembrava sulla via di un irreversibile arretramento, come già era era stato intuito dai vignettisti di Cipputi, la tuta blu sfidata dalla modernità, e di Gasparazzo, il proletario disincantato e scansafatiche.

È allora che comincia a fiorire una vasta letteratura sul declino irreversibile del lavoro nella società industriale. L’aveva pronosticato a metà degli anni Settanta del secolo scorso lo studioso marxista Harry Braverman, esaminando gli effetti della meccanizzazione di massa negli Stati Uniti. Nei decenni successivi saranno i guru culturali della Casaleggio Associati, con in prima fila Jeremy Rifkin e i teorici della decrescita felice, a decantare le magnifiche sorti e progressive del reddito di cittadinanza e della liberazione dal lavoro.

La storia ha smentito clamorosamente queste disinvolte profezie? Poco male. Keynes diceva che, quando cambiavano i fatti, lui cambiava opinione.

L’impressione è che i leader dei Cinquestelle abbiano la cattiva abitudine, invece, di cambiare i fatti per restare della stessa opinione.

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