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Le frizioni Fico-Casellati sul Copasir, la giostra vaccinale dei governatori, la trumpata di Biden sui vaccini

Arnese

Vaccini, Biden, Copasir, Gruber, proteste di piazza e non solo. Fatti, nomi, numeri, curiosità e polemiche. I tweet di Michele Arnese, direttore di Start

 

IL PUNTO SULLA CAMPAGNA DI VACCINAZIONE IN ITALIA

I VACCINI, ASTRAZENECA E L’ASPIRINA

 

PRIMA GLI AMERICANI, DICE TRUMPIANAMENTE BIDEN

 

FRONTIERE CHIUSE IN EUROPA

 

L’ORDINE ISOLANO DI DE LUCA

 

UN GIALLO IN LAZIO

 

FRIGO PIENI DI ASTRAZENECA IN PIEMONTE

 

CONCORRENZA IN LIBIA

 

RUSTICHELLI FISCALE

 

DISSIDI FICO-CASTELLATI SUL COPASIR?

 

PROTESTE DI PIAZZA

 

QUISQUILIE E PINZILLACCHERE

 

AMARCORD CONTIANO

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ESTRATTO DELL’ARTICOLO DI REPUBBLICA SUL COPASIR:

È durato giorni il braccio di ferro tra Roberto Fico ed Elisabetta Alberti Casellati. Alla fine, nella battaglia sul Copasir, l’ha spuntata il presidente della Camera. Nessun intervento d’imperio per sciogliere l’organo di controllo sui servizi di sicurezza e favorirne la ricomposizione. Una soluzione di forza che avrebbe permesso di disarcionare la presidenza del leghista Raffaele Volpi e favorire la richiesta di Fratelli d’Italia. La legge prevede che la presidenza dell’organo di garanzia vada all’opposizione. E l’unica forza che la rappresenti è proprio il partito di Giorgia Meloni, che ha avanzato appunto la candidatura di Adolfo Urso, attuale vice. La Lega ha tenuto il punto. E a leggere la nota delle presidenze delle Camere ha avuto ragione. Se i partiti trovano un’intesa tra loro, bene, è la conclusione salomonica dei vertici dei due rami del Parlamento. Diversamente, non si possono fare forzature. Stando a quanto trapela da Montecitorio e Palazzo Madama, la presidente del Senato Casellati (amica di vecchia data del senatore di Fdi Ignazio La Russa, autore di una lettera di sollecito sul caso) avrebbe volentieri favorito l’avvicendamento. Non così Fico, esponente dei 5Stelle, convinto che faccia scuola il precedente della presidenza del Copasir targata D’Alema: nel 2011 l’ex premier rimase al suo posto benché, con l’avvento del governo Monti, il Pd fosse passato dall’opposizione alla maggioranza. Come oggi la Lega dopo l’ingresso nel governo Draghi, è la tesi sostenuta. Alla fine i presidenti di Camera e Senato hanno trovato un compromesso con la lettera (pubblicata ieri) di risposta alla richiesta di chiarimento del presidente Copasir Volpi. L’obiettivo che si propone Fratelli d’Italia, scrivono, «potrà essere realizzato esclusivamente attraverso accordi generali tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione». In assenza di quell’intesa, continuano, loro non possono intervenire d’imperio. Tanto meno per ottenere una ricomposizione dell’organismo parlamentare. Ne fanno parte dieci tra deputati e senatori e cinque apparterrebbero all’opposizione. Ma in questo caso, fanno notare Casellati e Fico nella lettera, andrebbero in buona parte a Fdi che rappresenta solo il 6 per cento delle forze in Parlamento. Uno squilibrio non auspicabile. Oppure, al contrario, la presidenza andrebbe a uno dei parlamentari del Misto che hanno votato contro la fiducia al governo Draghi. Non sarebbe scontata l’elezione di Urso, insomma. Sembra una diatriba regolamentare e procedurale. Dietro, si consuma uno scontro politico che lascerà strascichi a lungo. Soprattutto nel centrodestra. Il partito di Giorgia Meloni fa leva sulla legge sul Copasir.

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ESTRATTO DELL’INTERVISTA DEL CORSERA A RUSTICHELLI, PRESIDENTE ANTITRUST:

Presidente, nella segnalazione che avete inviato al governo la priorità sembra questa: sblocchiamo il Paese. Dai contratti pubblici alle concessioni. Ma davvero lei crede che il Paese possa ottenere una tregua dalla burocrazia?

«Gli appalti pubblici rappresentano l’11% del Pil. Proprio per questo la nostra proposta è semplificare. Ma, poiché viviamo una situazione eccezionale, non possiamo applicare regole normali in un periodo che normale non è. Come l’Europa ha sospeso la normativa sugli aiuti di Stato, noi proponiamo, in attesa dell’auspicata semplificazione, di sospendere temporaneamente il codice degli appalti e di utilizzare le direttive europee, che sono direttamente applicabili, stante l’espresso rinvio alla normativa nazionale per le parti non self executive. Non c’è alcuna intenzione di ridurre le tutele dei lavoratori o di abbassare la guardia sui controlli, ma soltanto la volontà di eliminare le barriere all’ingresso e all’uscita. L’assurdo è che la stessa Commissione Europea ha avviato nel 2019 nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per come ha recepito la direttiva in materia di subappalto: secondo la Commissione verrebbero violati i principi fondamentali della materia che impongono di facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici anche attraverso lo strumento del subappalto».

Ma i sindacati ed Anac paiono non essere d’accordo…

«Ribadisco a chiare lettere quello che abbiamo scritto nella segnalazione. La prima verifica che abbiamo fatto è che non venisse in alcun modo compressa la tutela dei lavoratori. Mio padre mi ha insegnato che i suoi collaboratori e le loro famiglie venivano prima della nostra. Massimo rispetto anche per Anac. Il Presidente Busia, con il garbo istituzionale che gli appartiene, esprime il parere della sua Autorità affinché il Governo ed il Parlamento, a cui secondo la Costituzione spetta la sintesi finale, possano decidere al meglio».

Lei parla di Europa, ma sul fronte fiscale ognuno va un po’ per conto suo. Una specie di gara al ribasso su chi fa pagare meno tasse. Una specie di geografia dell’elusione…

«Il dumping fiscale e contributivo di alcuni Paesi sta diventando un elemento di distorsione dei valori fondanti dell’Europa e compromette il level playing field. Penso, ad esempio, a Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta, paradisi fiscali con l’euro le cui politiche fiscali arrecano alle casse dello Stato italiano una perdita stimata da 5 a 8 miliardi di dollari l’anno. Oppure alle asimmetrie sulle tutele del lavoro in Paesi come la Polonia. Se una lavatrice prodotta in Italia costa 150 euro e in Polonia 100 perché lì le tutele sono inferiori e i fondi comunitari non vengono utilizzati a sostegno dei territori ma per fare concorrenza sleale sul costo del lavoro, vuol dire che la solidarietà europea viene strumentalizzata».

Anche i giganti del web approfittano dei paradisi fiscali. Che ne pensa della web tax?

«Vede, l’Irlanda grazie alla concorrenza sleale fiscale di cui hanno approfittato i giganti del web, ha visto crescere negli ultimi cinque anni il suo Pil del 32% ed il reddito pro capite ha raggiunto i 61 mila euro, mentre in Italia nello stesso periodo il Pil è calato del 5% ed il reddito pro capite è fermo da tempo a 24 mila euro. E’ evidente che i paradisi fiscali danneggiano Paesi come il nostro. Le tasse devono essere pagate nei paesi in cui il valore è prodotto, per cui ben venga la web tax. Qui l’intervento dell’Europa è necessario».

Il fatto che gli over the top sono divenuti troppo grandi costituisce una minaccia per la concorrenza?

«Google, Facebook, Microsoft, Apple, Amazon capitalizzano in Borsa circa 6.700 miliardi, che corrispondono a 4 anni di lavoro di tutti gli italiani. Le sanzioni economiche non costituiscono più un deterrente, tant’è che quando a luglio 2018 la Commissione Europea ha deciso la maxi-sanzione a Google di circa 5 miliardi, nello stesso mese la sua capitalizzazione di Borsa è aumentata di 81 miliardi. Lo stesso è accaduto a Facebook, sanzionata a giugno 2019 dalle Autorità americane per 5 miliardi di dollari e la cui capitalizzazione è cresciuta nello stesso mese di 82 miliardi di dollari. E’ arrivato il momento per le Autorità antitrust di ragionare in modo diverso e con strumenti diversi, tenendo altresì in considerazione che il consumatore, il cui benessere è uno degli obiettivi della concorrenza, è anche un lavoratore ed un contribuente».

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