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La terza guerra mondiale a pezzi. Il libro di Marco Orioles

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Oggi alle 18:00, alla Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine, si presenta per la prima volta il nuovo libro del sociologo e giornalista Marco Orioles, “La terza guerra mondiale a pezzi” (Rubbettino). Un’opera che riprende un’espressione di Papa Francesco e la eleva a chiave di lettura di una serie di accadimenti drammatici – dall’ascesa dell’Isis, alla guerra civile siriana, alla crisi nucleare e missilistica tra Usa e Corea del Nord – che hanno agitato la scena internazionale negli ultimi cinque anni. Sono i “pezzi” di una inedita terza guerra mondiale che, non meno delle due precedenti, pone una sfida esistenziale all’ordine globale. 

 

Se dovessimo identificare il momento di non ritorno per il nostro pianeta in preda a tensioni e convulsioni di ogni tipo, dovremmo risalire al 2014. Quello, infatti, è stato l’anno in cui si sono consumati, tra le altre cose, due eventi drammatici di cui stiamo ancora pagando le conseguenze: da un lato, l’occupazione russa della Crimea, a marzo, e la successiva deflagrazione del conflitto separatista nel Donbass; dall’altro lato, l’autoproclamazione a luglio del capo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, a comandante di tutti i credenti e la contestuale fondazione di un califfato, in Siria ed Iraq, dotato di un’agenda imperiale lucida e aggressiva.

Si tratta di due sfide all’ordine mondiale capaci di segnare un’epoca. Dopo i fatti di Crimea, l’Occidente a guida Usa ha riscoperto cosa significhi essere oggetto delle mire di una potenza rivale che nutre disegni revisionistici. Con l’ascesa dell’Isis, e la sua metamorfosi da formazione militante a Stato munito di macchina burocratica e militare, una regione cruciale per gli equilibri planetari come il Medio Oriente è stata risucchiata nel vortice di un conflitto dalla posta in gioco altissima per le nazioni che la compongono e per i gruppi dirigenti che aspirano a guidarla.

Come tentare una spiegazione di quel che è successo in due teatri così distanti e apparentemente scollegati tra loro? Nel mio nuovo libro, ho fatto mia – sviluppandola – la chiave di lettura di un acuto osservatore della contemporaneità come Papa Francesco. Il quale, proprio nel 2014, coniò la calzante espressione di “terza guerra mondiale a pezzi”. Una definizione che si attaglia alla perfezione ad una stagione di forte turbolenza che si manifesta in vari angoli del pianeta sotto la forma di un turbine di conflitti intrecciati di ogni tipo e scala. Frammenti di violenza che, seguendo il suggerimento di Bergoglio, possono essere inquadrati all’interno di un’unica cornice: quella, appunto, di una terza guerra mondiale combattuta però “a pezzi”.

Nella griglia della terza guerra mondiale possono essere collocati non solo il primo passaggio di mano, con l’uso della forza, di un territorio europeo dal secondo dopoguerra, la Crimea, o la parabola dello Stato Islamico nel Siraq e in tutte le zone della Mezzaluna in cui sono fiorite le sue filiali. Ci possiamo infilare anche la crisi nucleare e missilistica tra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Corea del Nord di Kim Jong-un, che per tutto il 2017 è stata sul punto di deflagrare in conflitto aperto. O le ultime battute di una guerra civile siriana incapace di avviarsi a soluzione.

La caratteristica di questa terza guerra mondiale è che, in essa, si possono riscontrare tutte le tipologie di conflitto possibili. Da quello “simmetrico”, che prevede lo schieramento di forze armate contrapposte; a quello “asimmetrico” in cui gruppi militanti sfidano i loro avversari con le armi del terrorismo e degli agguati; a quello “ibrido” in cui l’uso di ordigni convenzionali è affiancato dal dispiegamento di armi della sfera “cyber” e dalla manipolazione dell’informazione; sino alla nuova guerra “fredda” combattuta, a colpi di dazi e manovre geopolitiche, dalla superpotenza declinante, gli Usa, e da quella in ascesa, la Cina.

È un mondo inquieto, in preda a conati di violenza, quello che abbiamo l’onere di vivere in questo ultimo scorcio degli anni ’10. Se seguiamo Papa Francesco, è anche un mondo che è diventato il palcoscenico di un’inedita guerra mondiale. Una guerra che l’autore di questo libro ha raccontato, giorno dopo giorno, su testate come “Messaggero Veneto”, “Il Piccolo”, “Formiche.net” ed “Il Friuli” e ora su “Start Magazine” e “Policy Maker”. Una sfilza di articoli, analisi e commenti una selezione dei quali è ora raccolta, dopo opportuna rielaborazione, nelle pagine di un’opera stampata.

Un libro grazie al quale si possono rivivere i momenti clou di questa stagione, e saggiare le emozioni di chi, nel riferirli, non sempre è riuscito a mantenere il distacco richiesto. D’altra parte, il giornalista non è quasi mai un osservatore neutrale, perché è immerso in prima persona, con i suoi valori, nel farsi della storia.


Estratto da “La terza guerra mondiale a pezzi”

VI SPIEGO LE PERVERSE TATTICHE NUCLEARI DI KIM JONG-UN

(da “Formiche.net”, 30 agosto 2017)

Sono passate da poco le 6:00 del mattino quando nell’isola giapponese di Hokkaido si propaga il terrore. L’incubo antico del fungo nucleare, inciso nella memoria collettiva dalla tragedia nazionale di Hiroshima e Nagasaki, si riaffaccia prepotente con il volto di un missile balistico a medio raggio, l’Hwasong-12, scagliato dalla periferia della capitale nordcoreana Pyongyang.

Il vettore percorre a velocità supersonica il tratto di mare che separa la penisola dall’arcipelago, un brivido durato 14 minuti durante i quali l’ordigno sorvola Hokkaido per poi precipitare a 1.170 chilometri più a est. 840 secondi durante i quali l’efficienza nipponica si manifesta in tutta la sua tragica puntualità: con un sms di allarme recapitato istantaneamente agli abitanti di Hokkaido, con l’ululato delle sirene, le edizioni straordinarie dei telegiornali, l’ordine di alt impartito ai treni superveloci che solcano il Paese.

Questo martedì non è stato un giorno come gli altri. L’allerta del mattino scava nella psicologia nazionale la consapevolezza di un pericolo irreversibile. La follia di un solo uomo, che col suo ricatto nucleare tiene in scacco il Paese e la superpotenza americana, mette in un angolo la coscienza pacifista del Giappone costringendola a ponderare l’imponderabile. Le parole furiose del capo di governo Shinzo Abe, il leader nazionalista che vuole superare il diktat della Costituzione che pone limiti invalicabili alle capacità dell’esercito giapponese, risuonano nella coscienza popolare turbata e prostrata. Gli occhi a mandorla di un popolo fiero ma domato nelle sue ambizioni dopo lo shock della Seconda guerra mondiale sono, ora, puntati su Washington, su quel Pentagono che ha le chiavi della difesa del Paese.

Il trattato americano-giapponese non dovrebbe lasciare dubbi: l’America, in caso di aggressione, schiererà le sue invincibili armate, i suoi bombardieri strategici e le sue corazzate a difesa dell’arcipelago. Ma Shinzo Abe, e quella parte dell’opinione pubblica sensibile alla sua retorica orgogliosa, sanno che potrebbe non bastare. Che gli Stati Uniti, di fronte alla scelta di barattare la propria sicurezza con quella di città separate da un oceano intero, potrebbe voltare le spalle al suo alleato.

L’essenza del gioco perverso del maresciallo Kim Jong-un è proprio questa: seminare, test dopo test, il dubbio, la diffidenza, incertezza e timori, insinuando un cuneo tra Giappone e Stati Uniti. Le rassicurazioni puntuali di Donald Trump e della sua squadra, che ribadiscono di essere al 100% dalla parte del Giappone, potrebbero non essere sufficienti per rimuovere dalla schiena il brivido di una sfida nucleare e missilistica fuori controllo. Non è stato poi lo stesso Trump, in campagna elettorale, a sostenere che Tokyo farebbe bene a fare da sé, procurandosi l’atomica per meglio difendersi dalle intemperanze di Kim?

Gli americani, dal canto loro, fanno i conti. Nel corso di questo 2017, la Nord Corea ha effettuato diciotto test missilistici: più di quelli registrati nell’intera parabola di Kim Jong-il, padre dell’odierno dittatore. Vettori sempre più sofisticati che rendono inesorabilmente più vicino l’obiettivo finale: la capacità di colpire, con un missile intercontinentale, il territorio continentale americano con la potenza devastante dell’atomo. Se fino a poche settimane fa gli analisti parlavano di quattro anni prima che tale eventualità possa materializzarsi, ora la stima è scesa ad un anno, forse di meno.

Barack Obama aveva avvertito il suo successore, prima che si insediasse alla Casa Bianca: la principale minaccia strategica che l’America dovrà affrontare si trova a Pyongyang. Donald Trump l’ha capito, ma è a corto di opzioni. Al bastone delle dichiarazioni bellicose – ­”fire and fury”, “tutte le opzioni sono sul tavolo” – è costretto ad alternare la carota di proposte negoziali.

Rinuncerà, il Maresciallo, al suo arsenale devastante in cambio di un riconoscimento internazionale, e del venir meno delle sanzioni elevate dalle impotenti Nazioni Unite? Molti pensano, e sperano, che è questo ciò che Kim vuole. Scommettono sulla ragionevolezza di cui è dotata ogni leadership che si rispetti. Ma è una scommessa rischiosa, che gli abitanti di Hokkaido e delle altre isole nipponiche sanno che si gioca sulla loro pelle.

La sfida, ora, è capire in anticipo quali saranno le prossime mosse del Nord, per meglio prevenirle. È una partita che si gioca però con le regole dettate dal capo del governo più impenetrabile del pianeta, dal quale non traspare nemmeno il più innocuo dei dettagli: il nome, per non parlare del sesso, del terzogenito del Maresciallo, nato pochi giorni fa. Il figlio di un’era in cui niente è più scontato, nemmeno che in Giappone tornino a contarsi le vittime dell’ordigno più devastante che l’umanità abbia mai concepito.

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