Come ogni anno arriva puntuale il momento di scegliere i libri da leggere durante le vacanze ed è ormai evidente una forte preferenza del pubblico verso i gialli. Senza addentrarsi nell’argomento è lecito dare un suggerimento consigliando i romanzi di Antonio Manzini e Alessandro Robecchi. Però, se si vuole leggere un thriller intrigante, non è detto che sia necessario affidarsi sempre alla narrativa. Può bastare, invece, il racconto ben costruito di una vicenda realmente accaduta. Ed è esattamente ciò che è riuscito a scrivere Leopoldo Santovincenzo con “Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni Sessanta” (Solferino, 352 pagine, 20,50 euro).
I fatti narrati sono così rocamboleschi che se ne potrebbe fare un film a cui non manca neppure il lieto fine. E forse non è casuale che a far riemergere questa storia da un oblio durato più di sessant’anni sia un autore che ha una sensibilità cinematografica. Sarà per questi motivi che viene spontaneo descrivere “Invito a pranzo con pistola” come si farebbe con una sceneggiatura. La location iniziale è Milano che ancora vive l’euforia del boom economico. I protagonisti sono un gruppetto di ragazzi ventenni che hanno scelto gli ideali dell’anarchia a cui si aggiungeranno un paio di socialisti rivoluzionari insoddisfatti della politica della sinistra tradizionale. La militanza non ha niente di violento. Non si va oltre la partecipazione a qualche raduno oppure organizzare una colletta per consegnare un ciclostile ai compagni spagnoli che lottano in clandestinità contro la dittatura di Francisco Franco. La svolta nella vicenda avviene quando Jordi Conill, un anarchico spagnolo, viene condannato a morte perché presunto colpevole di un attentato dimostrativo. La sentenza è spropositata rispetto alla gravità del reato e i giovani anarchici milanesi si mobilitano avendo per altro come obiettivo soltanto ottenere la commutazione della pena. Ma non trovano ascolto. Perfino il cardinale Montini, arcivescovo dii Milano e futuro papa, sollecitato da alcuni giovani cattolici risponde che la cosa non è di sua competenza. Poi cambierà idea ma soltanto dopo che i giovani anarchici avranno messo in atto il piano B.
L’obiettivo è sequestrare il console spagnolo a Milano. Ma il diplomatico è in vacanza e così tocca ripiegare sul suo vice il quale accetta un finto invito a pranzo del vicesindaco di Milano. E quando sale in macchina il 28 settembre 1962 compaiono le pistole. Viene portato in una baita e in cambio si chiede che a Conill venga evitata la garrota. E guarda caso solo dopo il rapimento del viceconsole la richiesta viene ribadita da mezzo mondo compreso il cardinale Montini. Tre giorni dopo il diplomatico torna libero affidato a un giornalista solo che poi i giornalisti sono tre e si lascia al lettore il compito di scoprire come avviene questo pasticcio. Al processo i giovani anarchici vengono condannati al minimo della pena. Jordi Conill, che nei dieci anni di carcere abbandona l’anarchia per diventare comunista, non li ringrazia nemmeno attribuendo al cardinale Montini il merito di avergli salvato la vita. Dimenticandosi di quei ragazzi che hanno simulato un invito a pranzo ma con la pistola non hanno mai sparato un colpo.






