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La stella di Maurizio Landini e la saggezza di Mario Tronti

Tronti

Il Bloc Notes di Michele Magno

La stella di Maurizio Landini sta impallidendo? Se lo è chiesto Dario Di Vico, attento analista dei fatti sindacali, in un articolo su Corriere della Sera (inserto economico, 30 agosto). Le discutibili quanto impopolari posizioni del leader della Cgil, complici i vertici di Cisl e Uil, sul blocco a oltranza dei licenziamenti e sul certificato verde nelle mense aziendali, le contestazioni esterne (clamorosa quella di Sergio Cofferati) e interne (la campagna provax lanciata dal segretario degli edili Alessandro Genovesi) sono lì a dimostrarlo. Ma non è questo il punto. Morto un papa, se ne fa un altro. Si chiede allora l’opinionista di Via Solferino, richiamando correttamente due letture di una linea piuttosto sconsiderata: crisi di leadership o crisi di un certo modello di sindacato?

Non vorrei sembrare un cerchiobottista, ma rispondo: entrambe. Crisi di leadership, perché le chiavi del portone di Corso d’Italia sono ancora nelle mani di gruppi dirigenti che si sono formati nella stagione fordista, abituati a vedere nei cambiamenti demografici e tecnologici molte trappole e poche opportunità. Crisi di un modello di sindacato, ovvero di un centralismo organizzativo in contrasto con la realtà del lavoro e dell’impresa. Del lavoro frantumato e precario, i cui titolari hanno scarsa voce in capitolo nel sistema contrattuale. Dell’impresa dispersa e diffusa, che mediamente ha quattro dipendenti. Parlo di quel centralismo organizzativo che affonda le sue radici in un malinteso principio, secondo il quale la confederalità è un ordinamento gerarchico. Mentre non ha fondamento alcuno -né teorico né storico- l’identificazione dell’interesse particolare con il basso e dell’interesse generale con l’alto.

Un’idea in cui è insito il rischio che le ragioni delle burocrazie sindacali prevalgano sulle ragioni dei rappresentati e dell’innovazione sociale. Mi fermo qui. Un tempo la Cgil, pur con qualche scivolata pansidacalista, cercava di essere un “soggetto politico”, forte di una capacità di proposta non comune. Oggi, di fronte alla pandemia e al Recovery Plan, pare accontentarsi della mera tutela dei suoi iscritti (peraltro in calo). Sì, Luciano Lama e Bruno Trentin appartengono ormai a un’altra era geologica.

#Il Foglio

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Il 24 luglio scorso Mario Tronti ha tagliato il traguardo dei novanta anni. Auguri al teorico dell’operaismo, che da giovane invitava i giovani ad ascoltare Mahler e a leggere Musil. Auguri all’intellettuale dissacrante e innovativo, vicino a ogni posizione critica del marxismo dogmatico. Auguri allo studioso del pensiero politico moderno, che ha occupato quasi un trentennio del suo insegnamento universitario. Le sue eresie, è vero, non sempre hanno pagato. Il tentativo di introdurre Carl Schmitt nel discorso della sinistra italiana è durato lo spazio di un mattino. Né, più in generale, l’idea di un uso rivoluzionario della grande cultura borghese ha avuto migliore fortuna. Tuttavia, Tronti resta una inesauribile miniera di riflessioni mai banali sulla crisi delle democrazie liberaldemocratiche in un’epoca in cui tutto è rimesso in discussione: equilibri planetari, sovranità statali, blocchi sociali, modelli di sviluppo, modi di formazione della coscienza individuale e collettiva.

Egli ha scritto di sé, e di quello che considerava il suo tempo, il Novecento: “Noi, nostalgici abitanti del secolo”. E ha consigliato, al suo mondo di appartenenza, di coltivare la dimensione della memoria, invece di abbandonarsi a una subalterna demonizzazione del passato: “Si poteva non fare quello che è stato fatto. Ma si poteva anche fare quello che non è stato fatto”. Credo che abbia ragione, ma senza fare torto alla sua costante e premurosa attenzione per il presente, in cui continua ad avere i piedi ben piantati. Infatti, Tronti è uno dei più acuti osservatori della realtà nazionale. Lo dimostrano i suoi ultimi interventi pubblici. Nulla che spartire con quelli che “il governo attuale è il più oligarchico e antipopolare dell’Italia repubblicana” (copyright di Tomaso Montanari), o è “il governo dei padroni, dei banchieri e del privilegio” (copyright di Marco Revelli).

Tronti, al contrario, in più di una circostanza ha affermato di sentirsi rassicurato nel vedere in buone mani le ingenti risorse messe oggi a nostra disposizione dall’Ue. Le buone mani sono ovviamente quelle di Draghi, e non quelle “del Conte uno, bis e, per nostra fortuna, non ter” (Il Riformista, 12 maggio scorso). L’obiettivo prevalente adesso deve essere quello “della ripresa economica e sociale del paese nel dopoguerra pandemico. E quello di incardinare le famose riforme, non solo perché ce lo chiede l’Europa ma perché sono necessarie all’Italia e all’Italia che lavora. Dopo, si potrà tornare in sicurezza alla normale dialettica politica tra sinistra e destra. Ho sempre apprezzato di più la figura del conservatore illuminato che quella del riformista confuso. Meglio avere un avversario forte che cercare un alleato debole. Questo ti spinge in basso, quello ti porta a salire di livello nella tua azione, ti fa prendere coscienza delle tue insufficienze, ti costringe a coltivare nuove idee e ad approntare gruppi dirigenti all’altezza per realizzarle” (ibidem). Grazie per queste sue parole sagge e intelligenti, prof. Tronti. Lei è di un’altra categoria.

 

#Il Foglio

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