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I diari segreti di Bruno Trentin

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Il 23 agosto di dodici anni fa Bruno Trentin moriva dopo un maledetto incidente avvenuto proprio su quelle strade dolomitiche che spesso gli restituivano la gioia di vivere. Forse non c’è modo migliore di ricordarlo che raccontando i suoi inediti quanto singolari frammenti autobiografici. L’articolo di Michele Magno

Perché scrivere un diario? E per chi? Per amore di se stessi, per poter approvare l’immagine di sé che si va costruendo nella scrittura? Oppure per lamentarsi delle proprie inquietudini e dare sfogo ai propri dispiaceri? Quest’ultima sembra essere la funzione del “journal intime”, così come lo concepiva Jean-Jacques Rousseau nelle “Rêveries du promeneur solitaire”. L’idea è pascaliana: “L’anima ha le sue tempeste e i suoi giorni di bel tempo”. Il diario registra quindi le variazioni dell’umore, e questa è la sua caratteristica (e anche il suo limite).

I “Diari 1988-1994” di Bruno Trentin (Ediesse, a cura di Iginio Ariemma) sono qualcosa di diverso e di più. Infatti, rifuggono da ogni finzione letteraria poiché erano destinati a rimanere segreti. Ciò ne spiega anche il linguaggio molto schietto e, talvolta, assai crudo. Non è stata quindi una decisione facile quella di pubblicare gli appunti riservati di Trentin negli anni in cui ha guidato la Cgil. Come ricorda Marcelle Padovani, sua moglie, sono stati gli anni più tesi e più aspri della sua vita, nei quali “avvertiva acutamente la propria solitudine; una solitudine attraversata da una triplice crisi: politica (all’interno e all’esterno del sindacato), esistenziale (con depressioni ricorrenti) e crisi dei nostri rapporti (che per fortuna si risolverà positivamente)”.

Questa cifra introspettiva traspare chiaramente già in un clamoroso incipit: “Un mese è passato. Un mese terribile. Un vortice di riunioni stressanti, di corsa all’inseguimento del nulla, di resistenza a una guerra per bande che travolge l’intero gruppo dirigente della Cgil […]. Posso solo cercare, ostinatamente, di astrarmi, di rifiutare questo miserabile scenario […]. Non posso assistere a questo scempio e continuare a fare il mediatore e l’anima bella” […]. Vorrei […] non pensare più a quel maledetto e irriconoscibile sindacato” (8 ottobre 1988). La leadership traballante di Antonio Pizzinato da alcuni mesi era sul banco degli imputati, e perfino i vertici di Botteghe Oscure ne auspicavano un ricambio.

Trentin, pur ritenendo la condotta del suo predecessore “debole, patetica e astiosa”, non nasconde la sua amarezza per quella che considerava una congiura di palazzo “torbida e cinica”. Alla fine, tuttavia, è costretto a cedere: dopo una rapidissima consultazione, subentra al dimissionario Pizzinato. “Sento -confessa alla vigilia della sua elezione- di non provare forti emozioni. Da un lato, certo, la sensazione fredda di un atto di giustizia rispetto alle basse manovre di Lama e compagni prima dell’ultimo congresso. Ma dall’altro lato molte incertezze sulla possibilità di contribuire in modo efficace a curare il malato […]”(27 novembre 1988).

Il diario 1989 è dedicato, in buona parte, proprio alla diagnosi dei malanni da cui era afflitto il lungodegente sindacato italiano, spiazzato da un mutamento epocale del panorama produttivo e demografico. Una “grande trasformazione”, per dirla con Karl Polanyi, che stava scompaginando sistemi d’impresa, di relazioni industriali, di welfare. È in questo contesto che Trentin propone, in una ormai storica Convenzione della Cgil (Chianciano, aprile 1989), un “patto di solidarietà tra diversi” e il “sindacato dei diritti”. Entrambi vengono prospettati come l’unica alternativa possibile alla rottura del vecchio compromesso distributivo tra profitto e salario. Compromesso sul quale si basava, in ultima istanza, il monopolio della rappresentanza dei lavoratori dipendenti esercitato dal sindacalismo confederale. Con il declino del fordismo e la diffusione delle tecnologie informatiche, la vecchia solidarietà di classe andava riedificata dalle fondamenta, identificando i titolari e gli obiettivi di un nuovo compromesso sociale.

Questi titolari per lui altri non erano che le persone, con le loro domande di lavoro specifiche e con i loro individuali bisogni di protezione. E questi obiettivi altri non erano che la conquista di nuovi diritti di carattere universale:umani, del lavoratore, del cittadino. In questo senso, il ritratto di un Trentin “solo contro tutti”, invelenito contro i tristi figuri che volteggiano come uccellacci rapaci sulle spoglie del movimento operaio non convince. Non convince perché indulge a un sensazionalimo che non è nelle corde dell’autore dei diari. Alieno per carattere da ogni capriccioso “cupio dissolvi”, l’intento delle sue polemiche era quello di sollecitare la sinistra e il sindacato a fare i conti senza liquidazioni sommarie con il proprio passato, in un momento di frenetico cambiamento di nomi e riferimenti ideali.

D’altronde, il 1989 è anche l’anno della protesta di Piazza Tienanmen (15 aprile-4 giugno) e della caduta del Muro di Berlino (9 novembre), a cui segue la svolta della Bolognina (12 novembre). Una catena di eventi drammatici che cambia il corso della storia nel mondo e in Italia: “Giornate tristi e convulse, piene di lotte sotterranee, di meschine contese e anche di molte viltà […] Eppure bisogna reagire a questa canea ideologica e ipocritamente bigotta -scrive Trentin- che cerca di ingrassarsi sui cadaveri di Pechino e sulla tragedia, pur così nitida nelle sue componenti, che sta stritolando il comunismo confuciano di Deng Xiaoping […] Sono le due anime del marxismo a rivelarsi alla fine incompatibili […]. In questa lunga contesa, in questa eterna contrapposizione fra l’anima libertaria, autogestionaria del socialismo e l’anima statalistica sta certamente la radice delle nostre responsabilità e delle nostre sconfitte” (7 giugno 1989).

Quanto alla svolta di Achille Occhetto, gli pare “goffa” e “travolta da una furia iconoclasta meramente finalizzata all’ingresso nell’area di governo”. In verità, Trentin era poco interessato al processo costituente del nuovo partito. Nel diario i suoi principali bersagli polemici sono lo storicismo assoluto, proprio di certa tradizione comunista, e il provincialismo culturale della sinistra italiana, rinchiusa in un angusto orizzonte nazionale mentre con il crollo dell’impero sovietico stava riemergendo “una grande questione tedesca e una grande questione europea”.

Tra il congresso straordinario di Bologna (marzo 1990), che decreta lo scioglimento del Pci, e il congresso di Rimini (febbraio 1991), in cui viene fondato il Pds, si consuma un doloroso “strappo” con Pietro Ingrao. Nonostante l’antico rapporto di amicizia, “sento una distanza -afferma il segretario della Cgil- tra le mie riflessioni e il suo rifugio in una sorta di profetismo didascalico che lo porta a rimuovere ogni vero confronto con il presente”.

Distanza che si acuisce dopo il suo voto contrario all’invio delle navi italiane nel Golfo Persico (agosto-settembre 1990): “La rottura in seno al gruppo parlamentare comunista è stato un atto insensato e meschino […], un regalo al governo, un triste errore in cui Ingrao si è fatto catturare da quattro avventurieri che pensano soltanto di ricavare dalla crisi del Medio Oriente […] qualche vantaggio per la loro politica di scissione casalinga e per un’operazione di potere che sembra quasi democristiana”. E aggiunge: “Anche il calcio tirato in modo sprezzante da Pietro nei confronti del tentativo, certo farraginoso […] di Antonio [Bassolino] di formulare un programma ponte che dialogasse con lui, mi pare un segno del degrado al quale siamo pervenuti […]. Le affinità elettive si degradano in fedeltà personali, le convergenze politiche si degradano in complicità di cordata” (12 settembre 1990).

Al centro del diario 1991 ci sono tre questioni cruciali: l’intervento militare in Iraq, che giustifica pur non condividendo la tesi della “guerra giusta”, sostenuta da personalità a lui molto vicine quali Vittorio Foa, Norberto Bobbio e Antonio Giolitti; il tramonto dell’esperienza riformatrice di Gorbacev, che lo getta in uno stato di profondo sconforto; la costruzione di un’Europa sociale, dove sposa il Piano Delors. Tutti spunti che verranno ripresi e precisati nella sua relazione al XII congresso della Cgil (Rimini, ottobre 1991), il quale scioglie le componenti di partito. Nell’insieme, “una grossa battaglia vinta [contro] l’armata Brancaleone di Bertinotti e [contro la metamorfosi] della lotta politica in un conflitto tribale […]. Ma certamente la guerra continua e conoscerà molte altre prove”.

Sarà profeta in patria. Nel 1992, sotto i colpi dei referendum di Mariotto Segni e dei giudici di Tangentopoli, cala il sipario sulla Prima Repubblica. Dopo gli assassini di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino 23 maggo e 19 luglio 1992), il sindacato organizza una grande manifestazione unitaria a Palermo, la più imponente nella storia del Mezzogiorno. Ma non basta a sanare i contrasti con la Cisl di Sergio D’Antoni. Un dissidio che esplode a luglio, quando il governo Amato chiede ai leader sindacali il loro assenso all’abolizione della scala mobile e al blocco della contrattazione aziendale. Sono giorni di trattative convulse e di incontri interminabili a Palazzo Chigi. Finché, il 31 luglio, Trentin firma l’accordo.

Il perchè lo chiarisce in un una specie di promemoria: “Tutto si è compiuto in questo giorno e nella notte. Giovedì, per ventiquattro ore un negoziato estenuante e insidioso con il governo che fa praticamente da portavoce e da mediatore della Confindustria. Assalito a colpi di insulti da Abete [Luigi, presidente di Confindustria] e dai suoi tirapiedi, Amato si aggrappa disperatamente a loro per trovare una via d’uscita che salvi la sua immagine e il negoziato nel quale si è avventurato, fidandosi dell’arrendevolezza del sindacato e del corrispondente bisogno d’immagine dei burocrati della Cisl e della Uil. Il fronte sindacale si sgretola rapidamente […]. Mi sono trovato assediato: al di là delle intenzioni e del peso effettivo della minaccia di crisi di governo che Amato ha evocato, era certo che un fallimento del suo tentativo avrebbe avuto, a quel punto, degli effetti incalcolabili sulla situazione finanziaria del paese e sul piano internazionale. La divisione fra i sindacati e nella Cgil avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico. Salvare la Cgil e le possibilità future di una iniziativa unitaria del sindacato; impedire che fosse imputata ad una parte della Cgil la responsabilità di un ulteriore aggravamento della crisi economica, per emarginarla sul piano politico mi imponevano di firmare l’accordo […].

Infaticabile nelle letture ma sempre più stanco di una Cgil perennemente rissosa, quando Ingrao abbandona il Pds in concomitanza con il varo del governo Ciampi, Trentin ha una reazione gelida: “Mi sembra di rivivere la fuga verso l’estremismo parolaio di alcuni austro-marxisti come Adler di fronte […] alla tragedia incombente degli anni Venti”. Intanto, gli attacchi depressivi si susseguono, e assiste con un senso di impotenza all’ascesa di Berlusconi. Decide allora di lasciare anzitempo la segreteria della Cgil, da cui si accomiata nel giugno 1994.

Si apre così una nuova fase della sua vita: “Sono tornato ieri [a San Candido] dopo la parentesi un po’ faticosa di un viaggio in Corsica con Marie [Padovani]. […] Ho ripreso a leggere -devo dire con molto interesse e ricavandone alcuni stimoli importanti- il libro di Corrado Malandrino ‘Socialismo e Libertà’ (Franco Angeli, 1990), sulla letteratura socialista ispirata al Federalismo dall’inizio del secolo ad oggi. Ho appena finito il capitolo su papà [Silvio ] che mi sembra acuto ed equilibrato. Per svago ho ripreso il mio Philip Dick, raccolta di novelle e un romanzo (‘Puttering about in a small land’) […]. Ma sopra ogni cosa, sono felice di essere tornato qui” (8 agosto 1994).

I diari, impreziositi da una bella prefazione del curatore, sono stati dati alle stampe senza correzioni e cancellature. “È stata una scelta di rispetto per Bruno”, sottolinea Marcelle Padovani in una nota introduttiva. È stata anche una scelta coraggiosa, va aggiunto. Perché ci svela anche gli aspetti più passionali e più intimi, le fragilità e perfino le ubbìe di una delle figure più carismatiche del sindacato novecentesco.

Può darsi che oggi Trentin sarebbe disposto a mitigare i giudizi più ruvidi che costellano i suoi testi. Essi però, in fin dei conti, sono la croce di quella stessa delizia che le sue pagine migliori procurano al lettore, vale a dire la radicale originalità, il rigore critico, la formazione non scolastica e non improntata ad alcuna ortodossia. Doti che gli consentono di non temere mai la contaminazione con culture diverse. Del resto, considerare tra i punti di riferimento etici e teorici del suo pensiero Simone Weil o il personalismo cristiano di Emmanuel Mounier e Jacques Maritain, padroneggiare Michel Foucault o non giurare sui classici del socialismo e del marxismo, erano (e restano) atteggiamenti non usuali per un sindacalista, che attestano una estrema libertà intellettuale.

Infine, una domanda: i diari di Trentin sono irrimediabilmente datati, sono solo una testimonianza pur autorevole di un settennio ormai sepolto dalla storia? La risposta è sì se si analizzano le singole soluzioni in cui si articola il suo progetto di “liberazione del lavoro”. Ma la credibilità di un progetto non si misura soltanto sui particolari o sui dettagli, bensì sulla sua anima, sul suo significato generale. La risposta, allora, è no se si pensa alla sua idea del sapere come vero motore dell’innovazione, del lavoro competente e informato come l’unica ricchezza sovrana delle nazioni nell’era della globalizzazione, del primato dell’eguaglianza delle opportunità sull’eguaglianza dei risultati (in termini di distribuzione del reddito). Il progetto di cui parla l’allievo prediletto di Giuseppe Di Vittorio, al fondo, è una sorta di utopia laica. Non promette la felicità a tutti. Vuole dare a ciascuno i mezzi per realizzare al meglio le proprie aspirazioni personali. Questo ciascuno non è soltanto ricco o povero, ma è anche debole o forte, e lo è soprattutto se “sa” o “non sa”.

Per questo i grillini a loro insaputa e i sedicenti epigoni del sindacato dei diritti trentiniano (che in realtà ne sono i suoi becchini), dovrebbero imparare a memoria quei passaggi dei diari in cui viene fatto a pezzi il reddito di cittadinanza (alias liberazione “dal” lavoro), e quelli sulla necessità di governare la flessibilità del lavoro mediante tutele non imperniate su una ottusa difesa del posto fisso.

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