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La Regina apre l’Era Johnson: durerà?

di

Governo Johnson

In una Westminster gremita come non mai, la Regina ha dato il via alla sessione parlamentare in cui il Governo Johnson – proprio attraverso suo Maestà – ha annunciato il suo programma per l’anno a venire. Il Punto di Daniele Meloni

 

In una Westminster gremita come non mai, la Regina ha dato il via alla sessione parlamentare in cui il Governo Johnson – proprio attraverso suo Maestà – ha annunciato il suo programma per l’anno a venire. Dal trono della Camera dei Lords, Elisabetta II ha affermato che “il Suo Governo” presenterà 26 progetti di legge, tra cui quelli tanto attesi sulla giustizia, l’immigrazione e le concessioni delle ferrovie. Saranno 7 in tutto quelli dedicati alla sicurezza e alla lotta al crimine. Johnson sarà un “bad copper”, un “poliziotto cattivo”, dunque.

Nei 9 minuti e 40 secondi del suo intervento la Regina ha delineato – per la 65esima volta su 67 da quando è al potere – tutti i provvedimenti che il Governo Tory si promette di realizzare nei prossimi 12 mesi. La legge sull’immigrazione è destinata a fare discutere: si tratta di un sistema modellato su quello della “patente a punti” australiano.

Eppure l’attenzione di tutti era su due questioni, non strettamente legate al suo discorso: la Brexit e la sopravvivenza del Governo Johnson stesso. Ieri i nazionalisti scozzesi dell’SNP hanno annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti di un premier che ormai ha perso numericamente la sua maggioranza. La possibile sfiducia è strettamente legata a una nuova estensione dei termini della Brexit, che per il laburista Hilary Benn è ormai certa.

Il Governo Tory in realtà sta lavorando per raggiungere un accordo entro sabato, per poi presentarsi nella seduta straordinaria in programma nella mattinata del 19 ottobre con un testo a cui la Camera dei Comuni non potrà dire nuovamente “no”. Da Johnson e da Bruxelles filtra un cauto ottimismo, e persino un fautore della hard Brexit come il deputato conservatore Steve Baker, presidente dello European Research Group, un bastione di antieuropeismo Tory, si è detto pronto a votare a favore di un accordo ragionevole.

La situazione – manco a dirlo – è ingarbugliata. Ma non solo di politica vive il Regno Unito, anzi. Critiche nei confronti del programma del Governo sono state sollevate soprattutto dalle associazioni di categoria degli industriali e delle piccole imprese.

La Confindustria britannica – CBI – ha affermato che “l’incertezza legata alla Brexit non fa bene al mondo del business, soprattutto considerando l’eventualità di un no-deal e di nuove elezioni che si sta profilando”. Il Presidente della Federazione Nazionale delle Piccole Imprese (FSB), Mike Cherry, è stato fortemente critico sullo stato di “instabilità parlamentare che si riflette anche sul mondo del lavoro”. A tranquillizzarlo – forse – l’annuncio della data di presentazione del prossimo Budget – la “finanziaria” inglese – da parte del Cancelliere dello Scacchiere, Sajid Javid. Il ministro sarà in aula ai Comuni il 6 novembre. Per quella data il Regno Unito avrà davvero abbandonato l’Unione Europea?

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