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Perché è virale la polemica tra Usa e Francia sul vaccino Sanofi

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sanofi- gsk covax

Che cosa è successo tra Usa e Francia per il vaccino del gruppo francese Sanofi

 

Com’era prevedibile, due opposte visioni del mondo si stanno scontrando in questo momento sulla questione Covid-19 e vaccini: quella degli Usa, che dopo aver investito in proprio miliardi di dollari nell’impresa vogliono anche essere i primi a beneficiarne, e quella di buona parte della comunità internazionale, convinta che quella del vaccino contro il Coronavirus sia una sfida da perseguire e vincere collettivamente distribuendone poi equamente i risultati, senza lasciare indietro nessuno.

Che la situazione sia questa, con tutte le tensioni che ne derivano, lo dimostrò la convention globale promossa dieci giorni fa dall’Oms e dall’Ue per raccogliere fondi per – come recitava lo slogan  semi-ufficiale dell’iniziativa – “l’accesso globale ed equo a strumenti innovativi per combattere il virus Covid-19”.

Una kermesse premiata con donazioni per 8 miliardi di dollari da parte di numerosi Paesi grandi e piccoli e che saranno destinati ora a finanziare i programmi per lo sviluppo di un vaccino gestiti da organizzazioni come la Global Alliance for Vaccines and Immunizations (GAVI), la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations e la Fondazione Bill e Melinda Gates.

Fu tuttavia un successo a metà, vista la diserzione di due attori che, col loro peso e la loro influenza, avrebbero potuto fare la differenza: Usa e Cina.

Se la decisione di Pechino di non aderire a questo sforzo collettivo è da ascriversi in buona parte alle logiche di un regime ancora restio a cooperare in modo trasparente con le altre potenze, quella degli Usa fu subito imputata ad una ragione puramente materiale: in America, la ricerca sul vaccino è già in corso, è coordinata da un apposito programma federale – dal nome fantascientifico di “Operation Warp Speed” – benedetto da un assegno in bianco staccato da Donald Trump in persona, e gode della collaborazione delle più note e prestigiose case farmaceutiche.

La vicenda che ha coinvolto nelle ultime ore una di queste aziende – la francese Sanofi – dimostra tuttavia quanto poco scontato sia l’esito di quella che, a tutti gli effetti, è ormai una competizione globale a chi brevetterà per primo la pozione magica e ne gestirà poi la delicata fase successiva le cui regole e principi – inclusa la questione cruciale dell’accesso alle cure ai Paesi terzi e a quelli più sfortunati in particolare – sono tutti da stabilire.

Ci si riferisce al terremoto scatenato dalle dichiarazioni del CEO di Sanofi, Paul Hudson, reo di aver confidato ai reporter di Bloomberg che lo stavano intervistando che le prime dosi del vaccino anti-Covid a cui l’azienda francese sta lavorando nel contesto di un progetto finanziato dal governo americano (e nella fattispecie dalla Biomedical Advanced Research and Development Authority, che ha messo a disposizione di Sanofi 30 milioni di dollari –  spetteranno di diritto a chi sta pagando i conti della ricerca, ossia ai cittadini degli States.

“Il governo Usa”, sono state le parole di Hudson, “ha diritto al primo e più ampio pre-ordine avendo investito (nel progetto) e assunto i relativi rischi”. Non può andare diversamente, ha sottolineato il CEO, perché – dal più che ferreo punto di vista americano – “se vi abbiamo aiutato a produrre le dosi correndo un rischio, ci aspettiamo poi di avere per primi le dosi”.

Sono bastate poche ore perché le parole di Hudson attraversassero l’Atlantico sollevando alte e potenti onde di protesta. La prima a sbottare è stata la vice ministra delle finanze francese, Agnes Pannier-Runacher, per la quale sarebbe “inaccettabile” che qualcuno avesse un “accesso privilegiato” al vaccino per pure “ragioni finanziarie”

A darle man forte è intervenuto subito dopo il primo ministro Edouard Philippe, che ha definito “non negoziabile” l’accesso universale al vaccino a prescindere da ogni questione di ordine finanziario ed industriale.  Un concetto che il premier ha poi reiterato su Twitter:

 

Ci ha pensato poi il portavoce della Commissione Europea Stefan de Keersmaecker a ripetere quello che appare un mantra anche per i 27, ossia che il vaccino contro il Covid-19 “dovrebbe essere un bene pubblico”.

Ma è in Francia che, comprensibilmente, la tempesta su Sanofi ha imperversato con maggior forza. Inesorabilmente, qualcuno dal mondo della politica ha ricordato a Sanofi le decine di milioni di euro di tax credit di cui l’azienda ha beneficiato nel loro paese. Si parla, secondo il calcolo del partito Socialista, di circa 150 milioni di euro, cui va aggiunto un numero imprecisato di altri incentivi sempre a sette o più zeri.

Ma l’intervento più pesante e al tempo stesso autorevole è stato quello di Emmanuel Macron. Dopo aver diffuso alcune dichiarazioni nelle quali esprimeva la propria convinzione che la ricerca sul vaccino non dovesse essere sottomessa alle sole logiche di mercato, l’Eliseo ha reso noto che il presidente incontrerà il CEO di Sanofi il prossimo martedì.

Nel frattempo, la musica di Sanofi subiva un drastico rimaneggiamento per volontà del presidente Serge Weinberg, che dagli studi di France 2 TV ha voluto rassicurare il popolo francese che “nessun paese” sarà privilegiato e che le parole del suo CEO erano state distorte.

Weinberg, nel frattempo, veniva contattato per telefono da Philippe, che avrebbe ricevuto dal CEO di Sanofi “tutte le necessarie rassicurazioni circa la distribuzione di un eventuale vaccino”

Nella giornata di ieri infine, con il chiaro intento di mettere la parola fine alla polemica, Sanofi emetteva un comunicato nel quale giurava di “essere sempre stata impegnata, in queste circostanze senza precedenti, a rendere il vaccino accessibile a chiunque” e non ai soli Usa che, si precisava, non sono gli unici partner dell’azienda.

La compagnia rimarcava anche la presenza di propri stabilimenti non solo negli Usa ma anche in altre regioni, Europa inclusa, da cui discenderà necessariamente che “la produzione americana sarà principalmente destinata agli Usa mentre (quella degli altri stabilimenti) coprirà le esigenze dell’Europa e del resto del mondo”.

Ai giornalisti più attenti, tuttavia, non è sfuggita ieri una dichiarazione del n. 1 di Sanofi in Francia, Olivier Bogillot, che dopo aver ribadito come l’obiettivo dell’azienda sia di rendere il vaccino “disponibile contemporaneamente agli Usa come alla Francia e all’Europa”, formulava una critica agli europei che non si sono rivelati “così veloci come gli americani” nello spendere “diverse centinaia di milioni di euro” nell’impresa.

Si tratta, guarda caso, delle stesse lamentele espresse tempo da Hudson circa il forte ritardo dell’Europa e lo scarso coordinamento nella ricerca condotta dalla varie nazioni: ragioni che lo spinsero ad aprile a vaticinare che gli Usa avrebbero centrato per primi il fatidico obiettivo del vaccino “perché hanno investito per tentare di proteggere la propria popolazione”.

Mancando parecchi mesi al potenziale sviluppo di un vaccino, ci sarà tutto il tempo per capire se quello dell’Europa è stato il glorioso tentativo di strappare la causa della salute dei cittadini del pianeta dalle fauci del Dio denaro, o solo l’ennesimo piagnisteo indirizzato alla mamma americana ricca, egoista e con il vizio di voler fare sempre di testa propria.

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