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La pecorella smarrita della riforma elettorale e le voglie proporzionalistiche. Il Bloc Notes di Magno

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Per neutralizzare la crescita della Lega, sembra che le forze della maggioranza giallorossa si stiano orientando verso un ritorno ai fasti proporzionalistici della Prima Repubblica. Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Da D’Alema a Berlusconi, da Cossiga a Napolitano fino a Renzi, i progetti “costituenti” non hanno mai portato molta fortuna a chi li ha coltivati. Lo stesso si può dire per quelle riforme elettorali, dal Porcellum al Rosatellum, concepite anzitutto per tagliare le unghie — rispettivamente — al centrosinistra e al M5s.

Adesso nel mirino c’è la Lega. Per neutralizzare il suo assalto al potere, sembra che le forze della maggioranza giallorossa si stiano orientando verso un ritorno ai fasti proporzionalistici della Prima Repubblica, anche se la pecorella smarrita della legge elettorale continua a vagare nel labirinto del sistema tedesco o spagnolo, dei premi di lista o di coalizione, delle clausole di accesso o di esclusione, dei nominati dall’alto o degli unti dal basso. Mi auguro, in ogni caso, che chi propone quel ritorno non si trovi in futuro di fronte ad una nuova di eterogenesi dei fini.

Ha scritto Gianfranco Pasquino che “dopo trentacinque anni di dibattiti e almeno cinque riforme dei sistemi elettorali italiani, c’è ancora molto bisogno di spiegare, soprattutto in Italia, che cosa è un sistema elettorale, quante varietà ne esistono, come sono venute in essere, quali obiettivi perseguono e con quali criteri debbono essere valutati e, eventualmente, modificati” (“Tradurre i voti in seggi, Lectio brevis” all’Accademia dei Lincei, 11 marzo 2016). Queste notazioni dell’eminente politologo sono più attuali che mai.

Che dire poi di certa pubblicistica, sfacciatamente partigiana, secondo cui gli italiani avrebbero la rappresentanza proporzionale nel loro codice genetico? Non c’è niente di più falso. Al contrario, nel Dna dei nostri avi paterni (quelli materni non godevano del diritto di voto) è impresso il sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali, che ha caratterizzato le elezioni tenutesi dal 1861 al 1911. Beninteso, in virtù del suffragio ristretto ai ceti abbienti, la vittoria di un candidato invece di un altro non era allora motivo di scontri memorabili. La scena muta drasticamente quando la società divenne di massa, e i fattori organizzativi e ideologici presero il sopravvento su quei fattori personali (lignaggio, censo, istruzione) che garantivano l’elezione dei notabili più in vista o politicamente più dotati.

Insomma, troppo spesso vengono sottaciute le vere ragioni della svolta proporzionalista nel nostro paese. Oggi viene invocata per impedire a Salvini di salire a Palazzo Chigi e di eleggere il successore del presidente Mattarella. All’inizio del Novecento Giovanni Giolitti la accettò temendo l’avanzata dei socialisti e dei popolari, che poteva tagliare l’erba sotto i piedi ai candidati liberali nei collegi uninominali. L’introduzione della proporzionale, prima annunciata insieme a un allargamento del suffragio, in seguito applicata per la prima volta nelle elezioni del 1919, aveva dunque un evidente e spiccato intento difensivo. Cosa accadde tre anni dopo, non c’è bisogno di ricordarlo.

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