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La pandemia e l’edificio illuministico. Il pensiero di Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

Mi è capitato di dire, e scrivere, in questi giorni che l’idea di Progresso è morta dalle parti di Wuhan. Ovviamente, era una frase ad effetto e nemmeno del tutto veritieria. O meglio, è una frase che va articolata e precisata. Che non sia vera per un certo rispetto, me lo ricorda un vecchio libro fra quelli che ho più spesso fra le mani: il Tramonto di un mito di Gennaro Sasso, che ha come sottotitolo L’idea di Progresso fra Otto e Novecento.

Quella idea, infatti, che era stata partorita nei laboratori del pensiero illuminista, era stato smontata concettualmente da vari pensatori proprio negli anni in cui la “prima globalizzazione2, come la si suole definire, celebrava i suoi fasti. Altri importanti pensatori, un po’ più tardi, segnatamente fra le due guerre mondiali, sulla stessa linea di pensiero, avrebbero riflettuto sulla “crisi della civiltà europea”, o addirittura sul “tramonto dell’Occidente”. Poi nulla più. La filosofia, e in genere le scienze umane, nel secondo dopoguerra si sono rinchiuse nei loro specialismi. E sono venute anche a mancare quelle grandi figure intellettuali che sapevano ergersi sopra la media per capacità di visione e di sintesi e per autorevolezza morale oltre che intellettuale.

Man mano che, seppure all’ombra di un geopolitico “equilibrio del terrore”, l’Occidente costruiva un solido sistema di benessere e libertà, l’idea di Progresso, che era stata intellettualmente sconfitta, ritornava inaspettatamente a far capolino in Europa e, legandosi ad un tradizionale ed autoctono ottimismo, in America. Essa, anzi, diventava una sorta di modo di pensare, spesso irriflesso, dell’uomo medio e in particolare degli esponenti della Mid Cult e della cultura mainstream dominante. È come se quell’idea, che continuava a non convincere i grandi pensatori, si prendesse una rivincita ripresentandosi democratizzata o estesa quanto mai lo era stato prima, fino a diventare una sorta di struttura mentale acritica e pervasiva.

La fine del socialismo reale o realizzato, con la storica “caduta del muro di Berlino”, la realizzazione di fatto di una “seconda” e più ampia globalizzazione (accompagnata questa volta da strutture istituzionali di tipo sovranazionale), ha sembrato ad un certo punto radicalizzare e accelerare la diffusione dell’ideologia progressista, con tutti i suoi risvolti di depoliticizzazione e di tendenziale “fine della storia”. Altrettanto rapidamente, in maniera ancora più imprevedibile, si sono affacciati però sulla scena del mondo eventi estremi, catastrofici, emergenze mai vissute in quelle forme in passato, che hanno contribuito ben presto a destrutturare le certezze sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’uomo comune, e di una interessata élite sovranazionale di tipo economico-finanziario (nulla a che vedere con la vecchia Rèpublique des lettres!).

Eventi che i più accorti capirono subito non rappresentare momenti di crisi congiunturali, seppur violente e estese, ma fratture strutturali: dal terrorismo ai movimenti migratori di massa, dalla Grande Recessione del 2007-2008 all’avanzata prorompente di partiti “populisti” e “sovranisti”. Fratture di forte e drammatico impatto sulle coscienze, abituate ormai a ragionare in ottica progressista e cosmopolitica. L’emergenza pandemica di questo 2020 rappresenta per vari motivi, anche simbolici e “metafisici”, l’ultimo e credo fatale colpo sferrato all’edificio illuministico. E l’uomo Prometeo si riscopre per quello che è sempre stato: un essere finito, “gettato” in un mondo che per lo più gli è ostile e che, solo con l’uso di una imperfetta ragionevolezza, può contribuire a rendere ogni volta un po’ più vivibile.

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