Mondo

La globalizzazione è morta a Wuhan? Il pensiero di Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista, su Wuhan, Coronavirus e dintorni

E se la globalizzazione fosse morta a Wuhan? Se fosse il Coronavirus il fatto tragico che, più della Grande Recessione del 2007-2008, ha messo al tappeto l’ordine globale che era stato pensato, disegnato e in parte attuato dopo il crollo dell’ultima grande teologia politica novecentesca, cioè il comunismo, a partire degli anni Ottanta del secolo scorso?

È una tesi suggestiva, che ha una sua plausibilità, ma che va argomentata, precisata, corretta. Intanto, distinguerei la globalizzazione dal globalismo, cioè il factum dall’ideologia che l’ha promosso e accompagnato.

Il fatto non può essere emendato, né giudicato da un punto di vista storico: c’è stato, e tanto basta. I mercati si sono interconnessi sempre più e quanto mai prima, sia quelli delle merci e della finanza sia quelli delle persone e della comunicazione, e il mondo è diventato sempre più uno, o meglio composto da elementi interdipendenti e non isolabili.

Poi c’è stato qualcuno, anzi in molti, che su questo fatto hanno pensato che si potesse o si stesse costruendo un mondo non dico perfetto ma certo, leibniziamente, il migliore dei mondi possibili. Anche, il migliore di quelli storicamente mai realizzati, giusta l’indicazione di un’ideologia residuale delle vecchie sebbene non esplicitata dalla nuova: quella del Progresso.

Un mondo, sicuramente, a bassa intensità conflittuale, tendenzialmente rappacificato. Un mondo senza storia perché la storia è vita, conflitto, politica. Un mondo di estrema apertura, ove nessuno sarebbe stato discriminato ma anzi le identità (cioè ancora la storia) sarebbero state cancellate e superate in un meticciato fluido che di volta in volta avrebbe preso il buono da ogni parte e avrebbe rigorosamente escluso dalla conversazione civile o dal discorso pubblico coloro i quali avrebbero voluto tornare indietro a qualche vecchia pratica.

Un mondo siffatto non può non vivere di apertura, contatti, abbattimenti di barriere e confini, fisici e mentali. Io sono l’altro e l’altro è me. Non posso isolarmi, separarmi, dialogare a partire da un me stesso tutto sommato con una certa continuità e stabilità (ma può d’altronde esserci vero dialogo senza questa precondizione?).

Ora, il Coronavirus, che è un virus globale, ove gli umani si sono contagiati, e ahimé continuano a contagiarsi, a vicenda, ci impone proprio questo: isolarci per continuare a vivere. Gli esperti concordi ci hanno detto che a Milano, anche nella prossima settimana, è meglio restare a casa. Niente vita sociale e niente commerci, cioè la forza e la vita di una metropoli odierna. Cosa se non il globalismo fa in questo modo tilt? E dice: avrai una possibilità di continuare ad aprirti, se ti chiudi; continuerai ad avere una socialità, se ti isoli; continuerai ad avere una economia florida, se intanto la fermi rischiando la recessione.

Il massimo dei contatti ti porta al nulla di contatti, così come il massimo della ragione (che è per sua natura corrosiva come ci ha ricordato Giovanni Orsina in una bella lectio magistralis tenuta qualche giorno fa alla Fondazione Magna Carta), ci avvicina spaventosamente al nulla, al nulla di senso. La vita vive nella tensione fra i poli estremi che la costituiscono: né il sovranismo né il globalismo possano spiegarla per intero, nessuna teologia.

A chi ha creduto che le teologie del Mercato, del Diritto globale, dell’Etica assoluta, in una parole dell’Apertura totale, fossero la soluzione a tutto, il Coronavirus sta dando in questi giorni il ben servito.

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