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La lezione politica del Pil Usa effervescente (che fa gongolare Trump)

Il commento di Gianfranco Polillo sulla crescita del Pil del secondo trimestre negli Stati Uniti

Naturalmente gli scettici faranno di tutto per sminuire i successi di “America fist”. Quel dato sulla crescita del Pil del secondo trimestre, pari al 4,1 per cento, sarà sezionato, alla ricerca delle normali anomalie. Resta comunque il fatto che un simile avvenimento non si vedeva dal lontano 2014. La critica più ricorrente è quella che sottolinea l’esistenza di fattori non ripetibili. Molti operatori hanno giocato d’anticipo, temendo la mannaia dei dazi sulle importazioni, come ritorsione ai ventilati propositi protezionistici degli stessi Stati Uniti.

Si cita il caso delle esportazioni di soia: aumentate a maggio del 50 per cento. Ma la stessa logica ha alimentato il flusso degli altri rami dell’export, cresciuto del 9,3 per cento. Progressi indubbi, che, tuttavia, hanno solo contribuito a ridurre il deficit commerciale a stelle e strisce. Che rimane comunque elevato, specie nei confronti della Cina. Ed in misura minore rispetto all’Europa ed al Messico.

Altra incognita, destinata a pesare nei successivi trimestri, è la stretta monetaria annunciata dalla FED. Continuerà nell’opera di aumento, seppure graduale, dei tassi d’interesse, per prevenire eventuali focolai d’inflazione. Nonostante ciò, Donald Trump è raggiante. Prevede una crescita annua “ben superiore al 3 per cento”, rispetto ad una media dell’1,8 per cento che fu appannaggio di Barack Obama. Risultati che gli consentiranno di affrontare le elezioni di midterm, con il vento in poppa.

Le riserve avanzate sono un po’ forzate e risentono delle profonde spaccature che dividono l’America di fronte ad un personaggio fuori dai vecchi schemi, come l’attuale Presidente. Ma non bisogna esagerare. Non si può ad esempio trascurare il dato che a trainare il tasso di crescita sia stata soprattutto la dinamica della domanda interna, con i consumi aumentati, nel trimestre, del 4,3 per cento. Le maggiori esportazioni vi hanno, indubbiamente, contribuito. Ma sono come i gioielli che completano l’abbigliamento di una bella donna. Se il vestito è di cattiva fattura, sono inutili. Se, non addirittura, controproducenti.

La scelta di ridurre drasticamente il carico fiscale, con un taglio di oltre 1.500 miliardi, ha quindi pagato. Almeno nel breve periodo. Nel lungo staremo a vedere. Si tratta comunque di un’indicazione potente che non vale solo per gli Stati Uniti. Qualcosa di simile dovrebbe accadere in Europa. Specie per quei Paesi, come la Germania (ed in parte l’Italia) che continuano ad accumulare crediti nei confronti dell’estero, grazie al forte attivo delle partite correnti delle loro bilance dei pagamenti. Forse la flat tax non sarà la panacea di tutti i mali. Ma può dare respiro ad un’economia da tempo imballata.

Varrebbe quindi la pena tentare, pur senza esagerare per tener conto degli equilibri più complessivi di finanza pubblica. Una cosa, tuttavia, è certa. Le routine del passato – tutto rigore ed austerità – hanno lastricato la via che porta all’inferno. Non si tratta di vivere un giorno da leone, contro cento anni da pecora. Ma come diceva il grande Troisi: ”Che ne saccio Tonì…meglio 50 giorni da orsacchiotto accussì nun fai ‘a figur’ ’e merd’”.

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