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La Lega di Salvini continuerà a galoppare?

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Salvini ha sedotto e continua a sedurre buona parte dell’elettorato moderato perché ha saputo spostare abilmente i confini della “Padania” fino a Lampedusa. Ha così occupato un vuoto politico e sociale, dando voce a chi intendeva urlare il proprio disagio contro l’Europa dei burocrati, contro l’immigrazione clandestina. Una maggioranza a lungo silenziosa che oggi chiede più sovranità, che ha trovato il suo interprete in una forza non inquadrabile nei vecchi schemi del conservatorismo europeo. Ripubblichiamo il Bloc Notes di Michele Magno del 28 maggio 2018

[…] Si preannuncia una campagna elettorale al calor bianco: popolo contro élite, sovranisti contro europeisti. Nel frattempo, la Germania è tornata sul banco degli imputati. Alla base del risentimento antitedesco non ci sono più le colpe del passato, ma piuttosto le scelte del presente, la sua ossessione per il rigore finanziario e la stabilità monetaria. Uno scenario che sta spingendo partiti e movimenti a ricollocarsi lungo un asse di valori segnato sempre meno dalla vecchia diade destra-sinistra, ma dallo scontro tra “chi sta in alto e chi sta in basso”.

In questo contesto, un dato è comunque certo: il vecchio centrodestra è morto e Matteo Salvini è stato il suo becchino. Una figura, quella del leader della Lega, che ha sedotto e continua a sedurre buona parte dell’elettorato moderato perché ha saputo spostare abilmente i confini della “Padania” fino a Lampedusa. Ha così occupato un vuoto politico e sociale, dando voce a chi intendeva urlare il proprio disagio contro l’Europa dei burocrati, contro il mostro impalpabile della finanza virtuale, contro l’immigrazione clandestina. Una maggioranza a lungo silenziosa che oggi chiede più sovranità, che ha trovato il suo interprete in una forza non inquadrabile nei vecchi schemi del conservatorismo europeo.

Il successo elettorale della Lega il 4 marzo scorso non è stato un fulmine a ciel sereno. Lo aveva preconizzato un brillante giornalista, Antonio Rapisarda, in un bel libro edito tre anni fa da Wingsbert House (All’armi siam leghisti). Un’evoluzione parallela a quella che oltralpe ha portato il Front National di Marine Le Pen – la quale ha trasformato in punto di forza il “patto repubblicano” concepito per escluderla – a diventare un vero catch all party; un partito sempre più trasversale agli schieramenti, interclassista e naturaliter beneficiario delle aspettative della Francia dei “nuovi invisibili”, dimenticati dalla sinistra globalizzata e scottati dall’indifferenza della destra tecnocratica.

Qui è avvenuto il capolavoro dell’ex consigliere comunale di Milano, che nel giro di un triennio si è trasformato da ultima risorsa di una Lega Nord a rischio di implosione a tribuno “di quella parte d’Italia profonda poco accorta a percepire con eccitazione gli effetti macro del calo dello spread, ma particolarmente sensibile alla vista dei cancelli chiusi della piccola fabbrica del vicino di casa” [Rapisarda].

Ua realtà che il berlusconismo non rappresenta più in maniera esclusiva o non intercetta più. Ecco allora, come osserva sempre Rapisarda, che il contadino, il pescatore, il commerciante, il piccolo imprenditore, l’artigiano, l’esodato, il giovane che né studia né lavora, si sono ritrovati a condividere un contenitore protestatario nella forma ma che si candida alla guida dell’Italia. Strati significativi dei ceti popolari hanno così riconosciuto nel carisma di Salvini quelle caratteristiche -lotta all’establishment, sindacalismo dei produttori, avversione al “buonismo” multiculturalista, difesa dei confini – che compongono la domanda tradizionale dell’elettorato domestico. Il capo del Carroccio, infine, ha poi saputo portare al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un tema spinoso come l’euro fino a farlo diventare il nuovo Leviatano, su cui basare la creazione di una leggenda nera.

Confusione? Post-politica? Per molti, tra cui chi scrive, sì. Ma chi scrive deve ammettere che quello della Lega salviniana è un populismo dotato di un’organizzazione di idee e di riferimenti culturali che lo qualifica come un movimento di opinione non puramente contestatario. Tutto risolto per il meglio, dunque? Con un soggetto che apre le porte all’innovazione politica, alle istanze sovraniste del popolo, agli intellettuali fuori dal coro? Ovviamente no. L’ho già accennato: un intero e inedito blocco sociale, colpito da una crisi economica devastante che ha annichilito il ceto medio imprenditoriale, impiegatizio e autonomo, ha trovato fin qui una rappresentanza forte nelle invettive contro i cosiddetti poteri forti della “generazione nero-verde”, come qualcuno l’ha definita. Riuscirà a mantenere un equilibrio tra la necessità di trovare accordi col M5s e, insieme, la necessità di preservare la costruzione di un polo lepenista a livello nazionale? Ai contemporanei l’ardua sentenza.

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