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“La justice est une espèce de marthyre” (Jacques Bénigne Bossuet, teologo e predicatore francese del Seicento)

di

Il Bloc Notes di Michele Magno

Discutiamo di parlamenti, elezioni, partiti come se fossero ancora i pilastri della vita politica. Non è più così. In Italia il gioco democratico è ormai regolato da un potere di corpo che trascende il circuito del voto: la magistratura. Insieme ai media e al web, la magistratura è ormai il colosso di una costituzione silenziosa in grado di trasformare le organizzazioni più solide in una cricca di malfattori. Essa, al contrario, resta intoccabile. Pena il rischio che venga messo in questione il tabù della sua autonomia.

È vero, non mancano le accorate considerazioni sulle lungaggini e sulle inefficienze dell’iter giudiziario. Senza però che i loro costi -sociali, economici, umani- varchino mai la soglia del piagnisteo impotente e della vaga proposta di riforma. Se non intervengono le manette, il politico, l’amministratore o il manager sotto accusa entrano nel cono d’ombra di un cammino processuale di cui si perderanno rapidamente le tracce. Salvo tornare -ma molto più marginalmente- sui giornali nel momento dell’archiviazione o del proscioglimento. Ne sanno qualcosa, solo per citare alcuni tra i casi più noti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Antonio Bassolino, Ottaviano Del Turco (come si vede, è sbagliato parlare solo di “toghe rosse”).

Di fronte a risultati così deludenti, non sorprende che la magistratura tenda a privilegiare -nella scelta dei suoi obiettivi politici- personalità di maggior calibro istituzionale o legate a personaggi di rilievo nazionale. Del resto, siamo in un’epoca in cui l’apertura di un fascicolo o un avviso di garanzia non si nega a nessuno, soprattutto se aspira a una poltrona di sindaco, di governatore, di ministro. In questa palude melmosa sguazzano il populismo giudiziario, i verdetti emessi dal tribunale della Rete, la tentazione che la “gente” si faccia giustizia da sola. Questa, oggi, è in buona misura la nostra realtà repubblicana. Confesso che faccio fatica a riconoscerla e ad accettarla.

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