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La guerra dell’informazione cinese su Twitter

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Biden Cina

Poco più di un anno fa, la Cina non aveva quasi nessuna presenza diplomatica su Twitter, ora invece alcuni diplomatici sono molto attivi. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

 

Grazie ai lavori di analisi compiuti da due noti studiosi americani, Raymond Serrato e Bret Schafer, si conosce con estrema chiarezza le modalità operative attraverso le quali la Cina sta praticando a livello globale una aggressiva guerra informativa.

Poco più di un anno fa, la Cina non aveva quasi nessuna presenza diplomatica su Twitter. Oggi, il lavoro dei diplomatici cinesi su Twitter sembra molto diverso: più di 170 di loro promuovono una campagna aggressiva nei confronti delle potenze occidentali, promuovono cospirazioni sul coronavirus. Il quadruplicarsi nell’ultimo anno e mezzo della presenza diplomatica suggerisce che rivolgersi a piattaforme occidentali per influenzare l’ambiente dell’informazione oltre i confini della Cina non è più un ripensamento, ma è diventato una priorità strategica.

Nel perseguire tattiche sempre più assertive per plasmare il modo in cui la Cina viene percepita online, Pechino ha preso in prestito l’approccio russo. I diplomatici cinesi propagano teorie cospirative contrastanti sulle origini del nuovo coronavirus che sono progettate per seminare il caos e deviare appoggiandosi agli organi di propaganda gestiti da Mosca, Caracas e, in misura minore, Teheran, e dalla rete di agitatori che fanno leva per promuovere contenuti anti-occidentali.

Questo nuovo approccio più aggressivo sembra dare i suoi frutti. Gli account diplomatici cinesi su Twitter hanno quasi raddoppiato il totale dei loro follower da marzo 2020, quando hanno iniziato la loro messaggistica più antagonistica sul coronavirus. I due funzionari governativi più seguiti della Cina, il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian (@zlj517) e Hua Chunying (@spokespersonCHN), hanno registrato rispettivamente un aumento del 42% e del 121% dei follower da marzo 2020. Ciò rappresenta una notevole crescita dei follower. A titolo di confronto, i due principali account governativi russi, l’account ufficiale del Cremlino (@kremlinrussia) e l’account del Ministero degli affari esteri (@mid_rf), hanno visto un aumento dell’1% e dello 0,4% nello stesso periodo.

Anche i diplomatici di Pechino si servono di una ampia costellazione di organi di stampa alternativi, giornalisti, pseudo-accademici, attivisti e teorici della cospirazione. Questi “influencer” sono definiti più dalla loro opposizione reazionaria alla politica estera anglo-americana che dalla loro lealtà a Pechino, ma tuttavia servono come vettori utili per promuovere a 360 gradi la disinformazione :dal negazionismo dello Xinjiang all’approccio del Partito Comunista Cinese (PCC) su Hong Kong e Taiwan.

Nei casi in cui i suoi diplomatici sembrano incapaci di raccogliere il sostegno organico per i loro messaggi, Pechino sembra fare affidamento su personaggi falsi, o per lo meno, altamente sospetti, per creare un’illusione di consenso. Negli ultimi sei mesi, 566 account ritwittati dai diplomatici di Pechino sono stati sospesi da Twitter, inclusi nove tra i primi 100 account ritwittati più frequentemente e uno (@ Girl90107796) tra i primi 10. Alcuni diplomatici si sono impegnati con falsi account, tra cui, ad esempio, un blog alimentare di Fort Lauderdale, in Florida (@FtLaudyEATS) apparentemente riproposto che ora spinge esclusivamente la propaganda pro-Cina e pro-Venezuela. Cinque diplomatici – l’ambasciatore della Cina in Venezuela e i consoli generali a Karachi, Calcutta, Durban e Città del Capo – sono responsabili di oltre 400 retweet di account che sono stati successivamente sospesi.

Come parte della sua strategia disinformativa, Pechino si è impegnata nella promozione di molteplici teorie del complotto sull’origine del virus al fine di mettere in dubbio le versioni ufficiali degli eventi. In un caso particolarmente interessante, un portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, si è rivolto a Twitter per promuovere la falsa teoria secondo cui il virus potrebbe aver avuto origine in un laboratorio di armi biologiche a Fort Detrick, nel Maryland, citando un post cancellato su un sito web identificato da il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti come sito proxy collegato al Cremlino. Da allora i resoconti diplomatici e statali dei media cinesi hanno pubblicato più di cento volte sulla cospirazione di Fort Detrick, e lo stesso Zhao è tornato sull’argomento in almeno altre tre occasioni.

Pechino ha schierato i suoi account diplomatici e i media sostenuti dallo stato per aiutare a rafforzare queste teorie. Più di una dozzina di diplomatici e ambasciate cinesi hanno ritwittato il tweet di cospirazione originale di Zhao Lijian, e le ambasciate cinesi dalla Giordania alla Francia hanno twittato le loro narrazioni sulla cospirazione di Fort Detrick in quella che sembra essere stata un’operazione coordinata. I media statali cinesi hanno amplificato questi sforzi attraverso i loro siti web in lingua inglese e gli account Twitter. Il China Daily, ad esempio, ha ritwittato uno dei suoi opinionisti confrontando un presunto insabbiamento delle “vere” origini del coronavirus a Fort Detrick con quelli di Chernobyl e Fukushima.

Anche sul fronte della repressione dello Xinjiang la Guerra informativa cinese è particolarmente efficace.

Una grande parte dei contenuti relativi allo Xinjiang promossi dai diplomatici di Pechino contiene immagini di propaganda di uiguri “felici” o presunte storie di successo di “rieducazione”. I diplomatici di Pechino hanno anche promosso un nuovo account sui media statali in lingua inglese, Discover Xinjiang (@DXinjiang), e la sua controparte in lingua cinese, Xinjiang Channel (@Xinjiangchannel), che descrivono un quadro roseo della vita nella provincia. Tra i dieci hashtag più utilizzati nei tweet diplomatici sullo Xinjiang ci sono #AmazingXinjiang, #AmazingChina e semplicemente #Amazing.

Servendosi delle proteste scoppiate recentemente negli Stati Uniti per motivi razziali legati al modus operandi della polizia americana i diplomatici cinesi e i media statali si sono uniti alle loro controparti russe e iraniane nel definire ipocrite le risposte del governo statunitense.

I diplomatici di Pechino, tipicamente restii a intervenire su questioni di diritti sociali o politici in altri paesi, hanno utilizzato gli hashtag #BlackLivesMatter, #GeorgeFloyd e #IcantBreathe più di 250 volte dopo l’uccisione di George Floyd. Nelle settimane e nei mesi successivi alla sua morte, i resoconti ufficiali cinesi hanno ripetutamente accusato gli Stati Uniti di applicare “doppi standard”, in particolare in relazione al loro sostegno ai manifestanti a Hong Kong.

Ci sono molte somiglianze tra i metodi cinesi di manipolazione delle informazioni e l’approccio della Russia: utilizzare canali ufficiali per promuovere teorie del complotto; mettere in dubbio i resoconti ufficiali di eventi politicizzati, in parte per creare l’impressione che non ci sia verità oggettiva; evidenziare le debolezze dell’Occidente; minare la coesione europea e transatlantica e infine definirsi vittima della xenofobia e della propaganda occidentale.

Tuttavia vi sono delle differenze: mentre la strategia sul fronte della Guerra della informazione russa è quella di screditare l’Occidente seminando caos e divisione, al contrario, Pechino è più preoccupata di Mosca di renderne accettabile la sua immagine globale. Infine la seconda differenza tra la Cina e la Russia è la seguente: mentre la Russia per porre in essere la sua guerra informativa contro l’Occidente si serve di un vasto e articolato ecosistema di media statali e di una rete assai articolata dei simpatizzanti ed agitatori per influenzare l’informazione a livello globale, la Cina fa prevalentemente affidamento su diplomatici per concretizzare la sua guerra informativa nei suoi aspetti più aggressivi.

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