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La depressione al tempo del coronavirus

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In attesa del sospirato vaccino, mi limito ad auspicare un’etica della comunicazione, di cui si avverte la mancanza in chi governa, nella quale sia più chiaro e convincente il nesso tra i richiesti sacrifici presenti e i promessi benefici futuri. Il Bloc Notes di Michele Magno

 

L’età media dei morti per coronavirus è di 82 anni, quella dei positivi all’infezione di 49 anni. Sempre mediamente, i deceduti avevano 3,5 patologie pregresse (l’ipertensione la più frequente). Sono i dati più significativi di una ricerca, basata su un campione di oltre trentanovemila pazienti, che l’Istituto superiore di sanità ha pubblicato il 4 novembre scorso. Questi numeri ci ricordano il rischio drammatico che incombe sul nostro sistema sanitario: per curare i malati di Covid-19 si trascurano, o si curano meno, proprio quelle morbilità — cancro, diabete, disfunzioni cardiovascolari e respiratorie — che spesso rendono letale il contagio.

Nell’elenco canonico delle malattie non trasmissibili, tuttavia, di solito non compare la depressione, che pure trova un terreno fertile proprio nelle situazioni pandemiche. Purtroppo una cattiva letteratura, ancora assai diffusa in ambienti tra il bohémien e il nevrotico, ha contribuito a coltivare la leggenda metropolitana secondo cui il “male oscuro” è un tratto distintivo delle élite culturali e dei ceti borghesi più elevati, mentre i moderni studi epidemiologici dimostrano che esso colpisce trasversalmente tutte le classi sociali. La depressione vera, come sa chi ne ha avuto esperienza, è una sofferenza angosciosa e profonda, e gli psicofarmaci o la psicoterapia non sempre fanno miracoli.

Come ha osservato il neurologo (e collezionista d’arte) Paolo Berruti, la sua rappresentazione più eloquente si deve a una celebre incisione di Albrecht Dürer, “Melencolia” (1514). È un’opera complessa, non per caso concepita dopo la scomparsa della madre del pittore. L’immagine solenne, ali semichiuse e sguardo nel vuoto, seduta su un gradino di pietra, con la testa sorretta da un braccio puntellato sul ginocchio, raffigura magistralmente l’inerzia tipica del depresso. Anche il cane, amico fedele, giace immoto e raggomitolato in se stesso. Gli strumenti di lavoro abbandonati per terra ne indicano la mancanza di significato e di uso, in una scena spettrale in cui la vita è come ferma e cristallizzata. Soltanto un piccolo genio alato appare attivo e scrive, quasi a testimoniare un briciolo di speranza non del tutto perduto.

L’essenza della depressione è qui colta spendidamente. Altri la chiamano tristezza, inquietudine, malumore, tedio esistenziale. La sostanza però non cambia. È oggi lo stato d’animo di tanti italiani, che li rende più vulnerabili ai colpi del coronavirus. In attesa del sospirato vaccino, ben vengano i ristori. Ma non sono certo sufficienti per ricostruire un clima di fiducia nel paese. Non spetta ovviamente a me proporre ricette (che del resto non ho).

In attesa del sospirato vaccino, mi limito semplicemente ad auspicare un’etica della comunicazione, di cui si avverte la mancanza in chi governa, nella quale sia più chiaro e convincente il nesso tra i richiesti sacrifici presenti e i promessi benefici futuri.

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Il 25 novembre scorso è stata celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Onu nel 1999. Non è una data scelta a caso. E’ il ricordo di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana del dittatore Trujillo. Le tre sorelle Mirabal, oppositrici del regime, furono torturate, massacrate, strangolate. I loro corpi furono gettati in un burrone simulando un incidente.

In un’epoca in cui è tristemente entrato nel linguaggio corrente il neologismo “femminicidio”, vale la pena ricordare anche quel femminicidio di massa che fu la cosiddetta caccia alle streghe, una tragedia spaventosa che devastò il suolo europeo tra il quindicesimo e il diciottesimo secolo. Nessuno è riuscito a calcolare quante furono le vittime dell’eccidio. Molti registri e verbali sono andati persi, spesso distrutti volontariamente da inquisitori e giudici via via che la Rivoluzione francese spazzava l’oscurantismo dell’Antico Regime. Sta di fatto che decine di migliaia di donne, forse centinaia di migliaia, furono incarcerate, martirizzate e uccise con imputazioni grottesche.

Diversi studiosi hanno provato a indagare le ragioni di questa follia sanguinaria, ma una risposta univoca ancora non è stata data. Certamente pesò il disprezzo per il sesso femminile, ereditato dall’ebraismo e iniettato nel cristianesimo dai padri della Chiesa, da Tertulliano fino a Agostino e Tommaso d’Aquino. In un edificio ecclesiastico ancora fragile, contarono anche i timori per il riaffacciarsi, dietro la proliferazione delle eresie, di un paganesimo mai completamente debellato. Questi fattori, uniti al bisogno di esercitare un controllo politico e sociale sui fedeli, favorirono una colossale azione di propaganda contro le streghe, accusate di praticare la magia nera e l’arte del maleficio, di essere strumento di Satana e causa delle carestie e delle epidemie che affliggevano le città e i villaggi. Nel 1468, quando Paolo II stabilì che la stregoneria era crimen exceptum (“delitto speciale”), il compito di sradicarla cessò di essere prerogativa dell’Inquisizione e fu esteso ai tribunali civili, dove non esisteva il divieto di versare sangue imposto a quelli religiosi.

Fu allora che in diversi paesi del Vecchio continente furono inventati i più disparati e crudeli congegni di tortura, a volte espressamente modellati sulla fisiologia del corpo femminile. Mentre gli assurdi e indimostrabili capi d’accusa restavano affidati a manuali come il Malleus Maleficarum (“Il martello delle malefiche”) del frate domenicano Heirich Kramer (1487) o a trattati sulla Demonolatria come quello del giurista cattolico Nicolas Rémy (1595).

La narrativa di genere fantastico sulla stregoneria è sterminata, e anche il cinema ha contribuito a diffondere discutibili stereotipi del fenomeno. Altri testi, invece, ne forniscono una descrizione fondata su solide basi documentarie. A parte i saggi di Jules Michelet (La strega, 1862) e Aldous Huxley (I diavoli di Loudun, 1952), in tempi più recenti proprio in Italia sono stati pubblicati tre romanzi dotati di grande attendibilità storica e dignità stilistica: La chimera, di Sebastiano Vassalli (1990); Strega, di Remo Guerrini (1991); Femmina strega, di Mario Boffo, edito per la prima volta nel 2004.

Ambientati in province diverse (Novara, Imperia e Benevento), raccontano tutti e tre le vicende di giovani donne cadute nel perverso ingranaggio del sospetto e della delazione; fino a una sorte tragica in Vassalli, e a una paradossalmente benigna negli altri due autori. È però soprattutto Boffo a individuare senza mezzi termini nella repressione della femminilità il punto nevralgico della persecuzione delle “malefiche”, e a sostenerla — sulle tracce di Michelet — in una densa postfazione al suo romanzo. Nella sua opera, la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata, come il Formicarius (1437), il formicaio del priore del convento di Norimberga Johann Nider.

Le quasi quotidiane cronache di violenza sulle donne ci ricordano che, nonostante gli innegabili progressi compiuti sul terreno della parità dei diritti di genere, infatti, ancora oggi la “strega” (la donna) è perseguitata quando prova a scavalcare i confini della tradizionale triade famiglia, maternità, coppia. Accanto a sopraffazioni efferate come l’omicidio, l’ustione, l’acido, il medioevo tecnologico in cui viviamo ha suscitato nuove forme di rogo: la diffusione via web di contumelie, commenti e giudizi che scaricano sulle donne la responsabilità di una molestia o di uno stupro subito. Non fortuitamente, un’indagine fresca di stampa dell’Istat ha certificato che, per un quarto degli italiani, per una ragione o per l’altra “se lo sono cercato”. Il cammino, dunque, è ancora lungo prima che l’altra metà del cielo trovi il posto che le compete nella società.

 

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