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La condizione degli ebrei nello Stato pontificio

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nella seconda metà del XIII secolo, la condizione degli ebrei residenti nello Stato pontificio peggiora sensibilmente. Nel 1257 a quelli romani viene imposto uno “sciamanno”, cioè un segno distintivo già prescritto nel 1215 dal quarto Concilio Lateranense: un pezzo di stoffa gialla -a forma di cerchio- cucito sul vestito per gli uomini, e due strisce blu cucite sullo scialle per le donne. Più avanti si aggiungerà l’obbligo di indossare un tabarro rosso sopra il vestito (poi sostituito da un cappello giallo), da cui erano esentati solo i medici e i capi della comunità. Dopo la fine della cattività avignonese (1420), la politica del papato oscilla tra misure discriminatorie e concessione di privilegi. Nel 1432 Eugenio IV stabilisce che gli ebrei potevano beneficiare solo dei diritti previsti dallo “ius commune”, ovvero dal diritto romano applicato secondo le norme consuetudinarie.

Un decennio prima, Martino V aveva invece censurato i sermoni incendiari dei francescani, perché rischiavano di ostacolare la conversione dei giudei, che andava perseguita con l’arma più efficace della benevolenza. I francescani continueranno lo stesso a dipingerli come una cancrena che avrebbe corrotto le fondamenta della società. Promuovendo la nascita a Perugia del primo Monte di Pietà (1462), tenteranno anche di scalzarli dal mercato dei piccoli prestiti. Ogni prestatore di denaro di allora doveva essere munito di una licenza, la “inhibitio foenerandi”, che proibiva a chiunque -tranne al camerlengo papale- di interferire nei suoi affari. In realtà, con tali licenze veniva di fatto legalizzato l’interesse, altrimenti vietato dalla legge canonica.

Diversamente da quanto avveniva in altre regioni della penisola, gli ebrei romani non erano -se non in minima parte- prestatori di denaro. Erano soprattutto commercianti di grano e di altri generi alimentari; oppure artigiani, particolarmente abili nei lavori di sartoria e nella produzione di pizzi pregiati. Così abili e concorrenziali con i fabbricanti di stoffe cristiani, da indurre questi ultimi a invocare per loro l’inibizione di vendere abiti nuovi. Nella stessa bolla che intimava l’apertura del ghetto, Paolo IV esaudirà pienamente la richiesta della corporazione dei sarti. Essa infatti corrispondeva all’ispirazione più generale del suo pontificato, in cui le restrizioni economiche erano concepite per forzare il processo di conversione. Del resto, l’ottantenne papa Carafa in passato aveva già inasprito pesantemente la pressione fiscale sugli ebrei; e, come prefetto del Sant’Uffizio, aveva ordinato il rogo dei libri del Talmud in Piazza Campo de’ Fiori (settembre 1553).

Appena appresa la notizia della sua morte, sarà invece una folla inferocita di fedeli a bruciare i documenti saccheggiati negli archivi dell’Inquisizione. Durante il suo pontificato, il malumore popolare era infatti salito alle stelle. La creazione del ghetto aveva rotto un equilibrio millenario, e un ottuso zelo moralistico aveva sconvolto stili di vita e costumi secolari. L’ascesa al soglio petrino di Pio IV de’ Medici (1559-1565) viene quindi accolta con un senso di liberazione, mentre sugli “Avvisi” (le gazzette d’informazione del tempo) anonimi romani -con la loro proverbiale irriverenza- si sfogavano schernendo l’ascetismo oppressivo del suo predecessore: “Le puttane cominciano di nuovo ad uscire in carrozza come prima e più rispettate di prima”.

Ma le speranze degli ebrei di riacquistare le antiche libertà svaniranno rapidamente. Pio IV si limita ad allentare alcuni vincoli che gravavano sulle loro attività mercantili, ma non abolisce il ghetto né li dispensa dall’indossare il cappello giallo. Per giunta, Pio V (1566-1572) e Gregorio XIII (1572-1585) rilanceranno con forza il rigorismo paolino. Lo stesso Sisto V (1585-1590),sebbene meno intransigente sul piano dottrinario, confermerà il loro status di “stranieri in patria”. Ed è proprio durante il suo pontificato che gli ebrei cominciano a paragonare il ghetto al “ghet”, il libello di divorzio che il marito doveva consegnare direttamente nelle mani della moglie. La comunità ebraica era stata “divorziata” dalla comunità cristiana; ma, come ogni divorziata, secondo la legge (“Halakhah”) aveva comunque il diritto di educare e curare la propria prole. La metafora alludeva alla vera natura della posta in gioco: la sfida della  Chiesa aveva come obiettivo non solo il credo religioso, ma la stessa cultura sociale degli ebrei romani. Occorreva pertanto munirsi di una strategia difensiva, in grado di preservare l’identità ebraica senza alzare barriere insormontabili con i cristiani.

Pur non avendo alcuna intenzione di concedere pieni poteri giurisdizionali alla comunità ebraica, i pontefici tolleravano l’intervento dei collegi di arbitrato volontario, perché si era rivelato come un prezioso veicolo di armonia sociale. Svincolato dall’interpretazione letterale delle leggi, l’arbitro poteva risolvere controversie di ogni tipo con compromessi che non avevano il carattere inappellabile delle sentenze dei tribunali. Più in generale, l’arbitro agiva da mediatore tra individui e organismi di governo, sulla falsariga di quell’istituto del patronage (costituito da reti di vicini o di amici) che stava diffondendosi nelle città rinascimentali. Nel minuscolo ghetto romano era infatti assai vivo e praticato il concetto di “shekunah” (vicinato). Ancora più rilevante, come cerniera tra sfera pubblica e sfera privata, era il “Sofer Meta” (notaio cittadino). Il perfezionamento della “ars dictaminis” (arte notarile) si deve a Isaac Piattelli, che aveva messo a punto le sue tecniche ancora prima della nascita del ghetto. Il suo lavoro era simile a quello dell’avvocato e del giudice istruttore: redigeva contratti, ascoltava testimoni, annotava gli accordi in caso di arbitrato, compilava i più svariati atti pubblici. Senza la sua penna gli ebrei non avrebbero avuto  strumento alcuno per far valere patti e decisioni. E la sua penna inventava un linguaggio, formule e schemi che, pur non smentendo la tradizione ebraica, costruivano ponti culturali con il mondo cristiano. Negli oltre seimila atti notarili (stilati tra il 1535 e il 1606) setacciati da Stowe vi sono testamenti, registrazioni di matrimoni, divorzi e adozioni, liti domestiche. Indirettamente vi sono segnalati anche molti aspetti della realtà più minuta del ghetto: intrattenimenti teatrali, lezioni di ballo e di nuoto, giochi d’azzardo, gare di musica e di poesia.

Attorno al 1640 il cardinal vicario sostituirà i notai ebrei con notai cristiani. Anche se i membri di alcune sinagoghe e di alcune confraternite proveranno a rinnovarla, l’arte notarile ideata da Isaac Piattelli subirà una irreversibile parabola discendente. Se il Cinquecento aveva consentito agli ebrei romani spazi di autogoverno virtualmente sovrani, il secolo successivo sarà segnato dalla ferma determinazione papale di ripristinare le vecchie ordinanze canoniche, al fine di rendere i giudei più vulnerabili e più disposti alla conversione. Già la bolla “Antiqua iudaeorum improbitas” (1581) aveva fatto rientrare sotto l’egida dell’Inquisizione le imputazioni di eresia, di blasfemia e di magia nera. Per altro verso, il debito enorme accumulato nei confronti della Camera Apostolica (il ministero del Tesoro pontificio) e la chiusura dei banchi di prestito (1682) daranno un colpo di grazia al relativo benessere raggiunto faticosamente dalla comunità del ghetto. Inizia da allora un declino economico, costante quanto rapido.

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