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La Cena Trimalchionis e la fabbrica delle menzogne

Cena Trimalchionis

Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Durante la Cena Trimalchionis, l’unico grande frammento superstite del Satyricon di Petronio, tra portate sfarzose e goffe esibizioni poetiche del padrone di casa i convitati — liberti arricchiti, funzionari municipali corrotti, mogli vanesie e tiranniche — discettano a ruota libera di politica e cultura, lamentando la decadenza dei costumi nell’epoca neroniana. A un certo punto del luculliano banchetto prende la parola Echione, uno straccivendolo. Mestiere che allora aveva una rispettata funzione sociale. A Roma, infatti, il “collegium centonarum” (una sorta di associazione di pompieri) usava gli stracci (“centones”) per spegnere gli incendi.

Rivolto all’unico intellettuale presente al simposio, il retore Agamennone, Echione gli chiede col suo linguaggio sgrammaticato: “Quia tu, qui potes loquere, non loquis?” (Perché, tu che sai parlare, non parli?”). Oggi la stessa domanda  andrebbe rivolta ai giornalisti e agli intellettuali che, di fronte alle castronerie complottiste, antiscientifiche e antisemite del libro Strage di Stato prefato da Nicola Gratteri, hanno scelto la via del silenzio: “Perché tacete? Per codardia o per convenienza?”.

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Come è noto, su Facebook si può trovare di tutto, anche chi ha scritto seriosamente: “La società civile, cioè la società delle persone educate e perbene, […]”. C’è un modo infallibile per contrastare questi bias cognitivi, come li chiamerebbero i neuroscienziati: più cultura, più istruzione, più formazione permanente per i giovani e i meno giovani, per chi studia e chi lavora. Oggi la priorità è sconfiggere la pandemia, d’accordo. Ma domani, in un paese che vanta il più alto tasso di analfabeti funzionali in Europa (dati Ocse), non dovrebbe essere questa la madre di tutte le riforme nel programma di una forza autenticamente liberaldemocratica?

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I negazionisti della Shoah si propongono di liberare la storia dalla “menzogna di Auschwitz”. La definiscono un mito, ovvero una deliberata mistificazione della realtà a beneficio degli stessi ebrei, coalizzati in una vera e propria internazionale sionista che manipolerebbe la memoria del passato per garantirsi un potere egemonico sul mondo intero. Sono farneticazioni che purtroppo trovano ascolto non solo tra magistrati ancora in attività, ma anche in ambienti giovanili sedotti dalla propaganda delle destre eversive. Cosa hanno fatto e cosa fanno le istituzioni scolastiche per contrastare questa deriva ideologica? Non molto, a mio avviso. Quanti sono i professori e i manuali di storia i quali spiegano ai nostri che persecuzione e sterminio degli ebrei sono stati accertati attraverso la valutazione scientifica di prove inconfutabili di fatti realmente accaduti?

Il genocidio nazista conquistò la scena giudiziaria non al processo di Norimberga (1945-1946), ma soltanto nel 1961 a Gerusalemme, quando salì sul banco degli imputati Adolf Eichmann. Allora nacque una nuova consapevolezza della portata della catastrofe, segnando in maniera indelebile la cultura del secondo Novecento. Il merito fu anche del saggio di Hannah Arendt La banalità del male (1963). Ma soltanto nel 1992 è stato pubblicato un testo che dovrebbe essere letto e illustrato in tutte le scuole italiane. Si tratta del verbale della conferenza berlinese di Wannsee, organizzata il 20 gennaio 1942 dal capo della Direzione generale per la sicurezza del Reich, Reinhard Heydrich. Con il verbale redatto da Adolf Eichmann e con il testo dell’autorizzazione per preparare una “soluzione globale della questione ebraica”, siglata, il 31 luglio 1941, da Hermann Göring e indirizzata allo stesso Heydrich, sono state acquisite le prove definitive del genocidio progettato dai nazisti.

Lo storico George L. Mosse considerava il nazionalsocialismo antiebraico come il prodotto dell’incontro tra l’antisemitismo economico-sociale e la tradizione antigiudaica cristiana. Secondo Theodor W. Adorno, invece, ogni spiegazione economica e sociale dell’antisemitismo si rivela sempre inadeguata, perché le radici del fenomeno si spingono fino alla profondità più oscura e misteriosa della nostra civiltà. In ogni caso, la verità dei fatti è il presupposto della giustizia. Denunciare ogni sua deformazione, quindi, significa difendere i princìpi dello Stato di diritto. Coi tempi che corrono, mi pare un dovere inderogabile.

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Non ci potremmo immaginare le opere di Dickens senza Londra, né quelle di Balzac senza Parigi. Il legame tra Ennio Flaiano e Roma è della stessa natura. Roma è il teatro in cui si affila il suo ingegno, uno spiccato senso dell’umorismo e una graffiante ironia, la  malinconia e il disincanto di fronte a un’epoca che, in una delle ultime interviste, aveva definito sciattona e sghangherata. Così scriveva cinquant’anni fa: “…Tuttavia Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l’enorme garage del ceto medio d’Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un’estrema riserva di mistero”. E inconoscibile e misteriosa resta oggi, almeno come la discussione in corso nel centrosinistra per scegliere il suo candidato a sindaco della Capitale.

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Fra i pochi vantaggi della reclusione domiciliare a cui siamo costretti, c’è quello di poter seguire le regole della lettura codificate da Italo Calvino nel celebre incipit del romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore; una sorta di decalogo dei suoi riti da celebrare nel silenzio e nella solitudine domestica. Intendiamoci, nella realtà della vita quotidiana solo uno sfaccendato senza famigliari in casa (come chi scrive) potrebbe rispettarle alla lettera. In questi mesi, tuttavia, qualche ora in più per provarci forse ci è stata concessa. Sempre che si consideri il libro, come recita un motto di Abū Hayyān al-Jāhiz, un sapiente arabo del IX secolo, “un amico che non va a dormire se non prima che tu stesso sia caduto nel sonno”.

Parlo ovviamente, ma è bene precisarlo, del libro cartaceo. Perché è almeno dal 1998, anno in cui Kim Blagg inizia la vendita di testi digitali, che si pronostica la sua crisi irreversibile. È probabile che sia questo il suo destino. Tuttavia, da vecchio impenitente quale sono, ho giurato eterna fedeltà solo a quella forma-libro che per me non potrà mai essere sostituita da alcun aggeggio elettronico; e che resiste ancora oggi da quando, nel terzo secolo d.C, il codice di pergamena soppianta definitivamente il rotolo di papiro. Anche per questo motivo, e senza nulla togliere al prezioso servizio reso da Amazon, la libreria resta un’istituzione fondamentale di un paese libero e civile.

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