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Khashoggi, perché gli Stati Uniti sono divisi sulla versione dell’Arabia Saudita

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Il punto di Marco Orioles sul caso Khashoggi

Cedendo alla montante pressione internazionale, l’Arabia Saudita ha offerto stanotte una prima ammissione di responsabilità nella morte del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, fornendo una ricostruzione dei fatti accaduti il 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul che accontenta Donald Trump ma non i parlamentari americani, che promettono battaglia e minacciano severe conseguenze per il regno dei Saud.

Nel corso della notte, l’agenzia di stampa statale saudita ha diramato un comunicato che riferisce delle conclusioni cui è giunto il procuratore generale, incaricato dell’inchiesta sulla misteriosa scomparsa di Khashoggi. Le “indagini preliminari condotte dal procuratore mostrano” che un team di diciotto sauditi ha “viaggiato a Istanbul per incontrare il cittadino Jamal Khashoggi visto che c’erano indicazioni della possibilità di un suo rientro nel paese”. Ci sarebbe stata quindi “una discussione tra il cittadino Khashoggi e i sospettati durante la sua presenza nel consolato del regno, discussione che non è andata come previsto e si è sviluppata in modo negativo, portando ad una scazzottata. La zuffa ha condotto alla sua morte e al tentativo” dei sospettati “di nascondere ciò che è successo”. “Il regno”, conclude il dispaccio, “esprime il suo profondo rammarico per i penosi sviluppi che hanno avuto luogo e sottolinea l’impegno delle autorità del regno di riferire i fatti all’opinione pubblica, per chiamare alle loro responsabilità tutti coloro che sono coinvolti e sottoporli alla giustizia”.

I media sauditi aggiungono altri dettagli, parlando dell’arresto di tutte le diciotto persone coinvolte, di cui quindici partite appositamente dall’Arabia Saudita per compiere la missione, più un autista e due membri dello staff consolare. La stampa del regno riferisce anche della decisione di re Salman di sollevare dal suo incarico il vice direttore dell’intelligence esterna, generale Ahmed al-Assiri, considerato come la mente dell’operazione, il potente consigliere di corte Saud al-Qahtani, e altri funzionari minori.

Se le prime teste rotolano, quella dell’uomo su cui in questi giorni si è appuntata l’attenzione del mondo, l’erede al trono Mohammed bin Salman (meglio noto come MbS), non viene toccata. Re Salman sembra anzi conservare tutta la sua fiducia nel figlio, come dimostra la sua nomina, anch’essa annunciata stanotte, a capo di una commissione incaricata di riformare gli apparati di intelligence del regno. Una mossa che suona come una beffa per tutti coloro che nelle ultime due settimane hanno puntato il dito sul principe considerandolo il primo responsabile del vile agguato a Khashoggi e della sua orribile morte.

La versione saudita riceve comunque una conferma da un anonimo funzionario del regno sentito dal New York Times. L’uomo riferisce che, non appena venuto al corrente del prossimo passaggio di Khashoggi al consolato di Istanbul, dove doveva recarsi per ottenere documenti per il suo matrimonio, il generale Assiri ha deciso di inviare in Turchia una squadra di quindici uomini. Sono le persone identificate dalle autorità di Ankara, e successivamente anche dal Nyt, come membri dei servizi di sicurezza sauditi, le cui foto sono state diffuse dai media turchi a pochi giorni dal misfatto. Quattro di essi risultano essere assegnati alla sicurezza di MbS, come dimostra la loro presenza al fianco del principe in alcuni viaggi all’estero di quest’ultimo. È la prova, imbarazzante, del fatto che MbS non poteva non essere al corrente dell’operazione.

Quella che, secondo il funzionario, doveva essere una missione per riportare in patria un esponente di punta del dissenso è degenerata in una colluttazione: scoperto l’inghippo in cui era finito, Khashoggi avrebbe cercato di fuggire, ma i sauditi lo avrebbero fermato, innescando una zuffa durante la quale un membro del team avrebbe afferrato per il collo il giornalista, strangolandolo. A quel punto, i sauditi avrebbero affidato il corpo ad un collaboratore locale, che se ne sarebbe disfatto.

È una versione, questa, pensata per minimizzare le responsabilità del vertice saudita, scaricandole sui singoli uomini incaricati di portare a termine la missione, e soprattutto scagionare MbS. Il quale, al limite, sarebbe al corrente – o l’artefice – della politica del regno di riportare in patria i dissidenti, per tenerli sotto controllo, ma mai si sarebbe macchiato di un simile delitto. A sollevare MbS ci pensa anche un altro anonimo funzionario saudita interpellato da Reuters: “MbS non era a conoscenza di questa specifica operazione e certamente non ha ordinato il rapimento o l’assassinio di qualcuno. Sarà” al massimo “a conoscenza delle istruzioni generali di dire alle persone di fare ritorno” in Arabia Saudita.

Le ammissioni saudite stridono in ogni caso con le rivelazioni delle autorità turche. Che hanno accreditato una versione molto più cruenta dei fatti accaduti nel consolato. Secondo i funzionari turchi, il 2 ottobre a Istanbul si sarebbe consumato un clamoroso fatto di sangue, con Jamal Khashoggi brutalmente picchiato, seviziato (gli sarebbero state tagliate due dita durante l’interrogatorio), decapitato e poi fatto a pezzi da un esperto di autopsie giunto appositamente in Turchia. I resti di Khashoggi sarebbero quindi stati fatti uscire dal consolato dentro voluminose valigie diplomatiche, e occultate chissà dove. Ieri, la polizia turca ha passato al setaccio i boschi alla periferia di Ankara e una cittadina nei pressi del mar di Marmara alla ricerca di ciò che rimane del giornalista.

Le rivelazioni di stanotte, in ogni caso, sembrano soddisfare Donald Trump. Alla domanda di un reporter che gli ha chiesto se credesse all’ultima versione saudita, il presidente ha risposto “sì, sì”. Per The Donald, quello saudita è stato un “gran primo passo, è solo il primo, ma è un gran primo passo” verso l’accertamento della verità. Conscio di non poter difendere i sauditi dalle conseguenze delle loro azioni, Trump ha tuttavia aggiunto che “l’Arabia Saudita è un ottimo alleato”, certo, “ma ciò che è successo è inaccettabile” e ci sarà inesorabilmente “qualche forma di sanzione”. In ogni caso, ha precisato il capo della Casa Bianca, “preferirei che non usassimo come punizione” la cancellazione di 110 miliardi di accordi di fornitura militare da parte degli Usa, come invocato da molte voci dell’establishment a stelle e strisce.

Establishment che, in queste ore, ha accolto con un mix di sorpresa e indignazione le informazioni giunte dall’Arabia Saudita. Per il democratico Adam Schiff, autorevole membro della Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti, la versione saudita semplicemente “non è credibile”. “Il regno e tutti coloro che sono coinvolti in questo brutale assassinio”, aggiunge Schiff, “devono risponderne, e se l’amministrazione Trump non” lo farà, “allora deve farlo il Congresso”:

Si dice profondamente incredulo anche un alleato di Trump come il senatore Lindsey Graham. “Dire che sono scettico della nuova narrativa saudita sul sig. Khashoggi è un understatement”, afferma Graham. “Prima ci viene detto”, sottolinea il repubblicano, “che Khashoggi avrebbe lasciato il consolato e viene negato assolutamente un coinvolgimento saudita”, riferimento alla prima versione fornita dai sauditi secondo cui Khashoggi, dopo essersi recato al consolato per le pratiche burocratiche, ne sarebbe uscito illeso, salvo sparire nel nulla. “Ora, una colluttazione scoppia ed è ucciso nel consolato, tutto senza che l’erede al trono ne sapesse nulla”. La conclusione di Graham è secca: MbS “deve andarsene”.

Le odierne rivelazioni saudite non scalfiscono nemmeno le convinzioni di un altro maggiorente repubblicano, Rand Paul. “Dovremmo anche bloccare immediatamente tutte le forniture militari, gli aiuti e la cooperazione. Dev’esserci un prezzo alto per queste azioni”, ha twittato Paul nella serata di ieri.

Insomma, se stanotte finalmente la reticenza saudita è stata superata con un’ammissione di responsabilità che ha comunque del clamoroso, è difficile che il regno se la possa cavare con così poco. L’asse Washington-Riad su cui tanto ha investito l’amministrazione Trump è paradossalmente ancora più periclitante.

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