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Kemal Atatürk e i Giovani Turchi

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Il Bloc notes di Michele Magno

Quando sono stati chiamati Giovani Turchi, è difficile che i quarantenni (ex) dalemian-bersaniani del Pd (ma è come dire i Sex Pistols verdiani) abbiano pensato a Francesco Cossiga. Infatti Egle Monti, estrosa giornalista amica di Curzio Malaparte, aveva chiamato proprio con quel nomignolo i giovani sardi che nel 1956 scalzarono inaspettatamente il gruppo dirigente della Dc sassarese legato ad Antonio Segni. Capeggiati dal futuro presidente della Repubblica e da Giuseppe Pisanu, propugnavano un rinnovamento profondo della Dc sotto l’egida di Amintore Fanfani, con un occhio al cattolicesimo sociale di Giuseppe Dossetti e con l’altro al New Deal di Franklin D. Roosevelt.

È invece più probabile che Stefano Fassina, Matteo Orfini e i loro compagni di corrente abbiano pensato a Gerard Schröder, leader -insieme a Oskar Lafontaine- dei Giovani Turchi della Spd, come era stata battezzata la sua ala sinistra all’inizio degli anni Ottanta. Forse oggi qualcuno di loro ha avuto finalmente occasione di riflettere sulla sua parabola. Dopo aver battuto la linea riformista di Helmut Schimdt, la socialdemocrazia tedesca è infatti rimasta al palo per tre lustri consecutivi. Solo nel 1998 Schröder riuscirà a essere eletto Cancelliere, ma subissato dalle stesse critiche che aveva mosso vent’anni prima al suo illustre predecessore: di essere destrorso, troppo pragmatico, attento alle esigenze delle imprese e sordo ai bisogni dei lavoratori.

“Nomina sunt omina”, recita una locuzione latina. Significa, come credevano gli antichi romani, che i nomi preannunciano il destino delle persone. Se il presagio valesse anche per i soprannomi, quello di Giovani Turchi non dovrebbe poi essere affatto ambito. La vicenda di quelli storici, ricostruita da Fabio L. Grassi in un volume dedicato alla figura di Kemal Atatürk (Salerno Editrice), si concluderà infatti in modo tragico. Le sue origini risalgono all’ultimo decennio dell’Ottocento, in cui l’impero ottomano -tallonato dai separatismi nazionali- era sull’orlo del precipizio. Già esistevano uno Stato serbo indipendente de facto e uno Stato greco indipendente de iure. Tutti i popoli balcanici guardavano ormai a questi esempi.

Le stesse minoranze cristiane dell’Anatolia sentivano di poter aspirare a ben altro che alla parità giuridica, ossia a ribaltare i rapporti di potere con la maggioranza musulmana. Il rischio di un declino irreversibile spinge numerosi ufficiali dell’esercito a creare in clandestinità un movimento costituzionalista, alternativo al regime autocratico del sultano Abdülhamid II. Il centro più attivo di questa opposizione si forma a Salonicco, città cosmopolita e vicina -geograficamente e spiritualmente- all’Occidente.

È proprio a Salonicco che nasce nel 1881, in una famiglia della piccola borghesia impiegatizia, il fondatore della Turchia repubblicana: Mustafa (che in arabo significa “il prescelto”), poi Kemal (che vuol dire “perfezione”), e infine Atatürk (“Padre dei turchi”). Figlio di un “efendi” (qualcosa come “rispettabile signore”), apparteneva a una generazione di turchi colti e occidentalizzati per i quali l’islam era un dato sociologico e identitario, più che religioso. Diciottenne, entra alla Scuola di Guerra di Istanbul, ubicata in un’area brulicante di latini, armeni e ebrei. Più a sud i cadetti potevano trovare le taverne e i bordelli di Pera e Galata, che mettevano a dura prova il rispetto dei precetti coranici.

Oltre a vecchi amici Ali Fethi, Kazim, Nuri e Enver, che sarebbe diventato uno dei leader più autorevoli dei Giovani Turchi, alla Scuola di Guerra Kemal incontra Ali Fuat, figlio di un generale noto come moderato oppositore dell’autocrazia hamidiana. È Ali Fuat a iniziarlo al raki, il forte liquore all’anice prediletto dai turchi peccatori. Insieme a Kâzim Karabekir e Mehemed Arif, Cafer Tayyar e Refet, costituiscono il nucleo di una schiera di militari di accademia che sarà protagonista della rivoluzione nazionale turca.

Benché tutti fossero animati da un fiero patriottismo, vi associavano idee politiche ancora assai vaghe, come ricorderà lo stesso Atatürk nelle sue memorie: “Negli anni trascorsi alla Scuola di Guerra si discuteva di politica. Inizialmente non avevamo una chiara percezione di come stavano le cose. Era il tempo del sultano Abdülhamid. Leggevamo abitualmente i libri di Namuk Kemal. Il fatto che coloro i quali leggevano queste opere patriottiche fossero perseguitati ci dava la sensazione che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato nella conduzione dello Stato. Ma non riuscivamo a focalizzare bene che cosa”. Più esplicite le ossevazioni di Ali Fuat: “Eravamo indignati per il trattamento a cui erano sottoposti i giovani illuminati sostenitori della libertà della Scuola di Medicina […]. Vedevamo che la corruzione dilagava e che, in mani incompetenti, le forze armate stavano perdendo forza e prestigio […]. Timorosa del sultano e delle sue spie, la gente si adagiava in un’abietta rassegnazione orientale[…]. Giovani studenti della Scuola di Guerra, avevamo letto e appreso in segreto dell’importanza che le dichiarazioni della rivoluzione francese davano ai diritti dell’uomo e alle libertà”.

L’accenno alla Scuola di Medicina è importante. Perché, almeno quanto la Scuola di Guerra e più della Scuola di Amministrazione, essa diventerà la fucina dei Giovani Turchi. È lì che nel 1889 è già attiva la società segreta “Unione Ottomana”. Assunto nel 1895 il nome di “Comitato Unione e Progresso” (ITC nell’acronimo turco), sarà la più rilevante struttura politica dell’opposizione nei due decenni successivi, tanto da giustificare la successiva identificazione del termine “unionista” col termine “giovane turco”. Più in generale, le note di Ali Fuat mostrano con quale severità fosse giudicata la corte imperiale: un nido di inettitudine e di malgoverno.

All’ammirazione culturale dei cadetti per la Francia si affiancava l’ammirazione tecnico-pratica per la Germania, dove aveva studiato lo stesso direttore didattico della Scuola di Guerra: quel colonnello Esad che si sarebbe distinto nella battaglia di Gallipoli (1915), in cui Atatürk sbaraglierà le truppe dell’Intesa. In questo senso, si può affermare che il recupero dei valori ancestrali turchi in alternativa a quelli dell’islamismo, aspetto centrale dell’idelogia kemalista, si avvia con la “germanizzazione” dell’esecito ottomano. Si spiega così anche la benevolenza delle alte gerarchie militari di cui poteva godere l’attività cospiratoria dei giovani cadetti.

Nel 1904, quando Kemal è promosso ufficiale dello Stato Maggiore, il pentolone dell’impero è in piena ebollizione. Ovunque, in seno a ciascuna delle sue “millet” (comunità etnico-religiose), si agitavano associazioni paramilitari e logge paramassoniche, caratterizzate da solenni rituali di iniziazione e collegate con varie centrali estere. In questo contesto estremamente confuso, Unionisti e Giovani Turchi riescono a imporsi come l’unico soggetto capace di unificare l’opposizione civile e l’opposizione militare. Ancora privi di una precisa catena di comando, si trasformeranno in partito politico solo nel corso del primo conflitto mondiale. Più che su una dettagliata piattaforma programmatica, facevano leva su un obiettivo – la modernizzazione dello stato- destinano a mietere crescenti consensi. Una flessibilità tattica che si rivelerà vincente.

Come è tipico delle società segrete, le sedi estere -a partire da quella di Parigi- esercitavano una indiscussa supremazia sul piano dell’elaborazione teorica e dell’azione propagandistica. Non sufficiente, tuttavia, a comporre un contrasto strategico. Negli stessi anni in cui maturava la divaricazione tra bolscevichi e menscevichi all’interno del Partito operaio russo, all’interno del movimento giovane-turco comincia a manifestarsi lo scontro tra un’ala “giacobino-autoritaria” e un’ala “liberal-moderata”. La prima era guidata da Ahmed Riza, personaggio di granitiche convinzioni positiviste, al punto che il suo giornale turco-francese “Mesveret-La Consultation” aveva adottato il calendario inventato da Auguste Comte. Ahmed Riza caldeggiava l’instaurazione di una moderna democrazia parlamentare, in cui tutte le comunità potessero coesistere all’insegna della concordia e della fratellanza ottomana. Forse può apparire curioso che venisse etichettato come giacobino un movimento che restava fedele all’idea monarchica, ma il problema che più lo assillava non era la forma di governo, quanto il ristabilimento dell’efficienza e dell’autorità dello stato con una risoluta e aggressiva proiezione verso la modernità.

L’ala liberal-moderata, invece, era diretta da un rampollo in esilio della famiglia imperiale, il principe Sabaheddin. Il suo modello non era la Francia, ma l’Inghilterra. Contrario alle tendenze centraliste e organiciste di Ahmed Riza, Sabaheddin aveva fondato una Lega per “L’iniziativa privata e la decentralizzazione”. Ma, anche in questo caso, la questione cruciale non era quella sociale. Come i Giovani Turchi filofrancesi non volevano legarsi a nessun partito d’oltralpe, così quelli anglofili non intendevano parteggiare né per i wigh né per i tories. Entrambi consideravano tutti i partiti politici dei paesi occidentali in cui vivevano come espressioni legittime e complementari della modernità. Il loro interesse era piuttosto rivolto al modello statuale più adatto al conseguimento di questo traguardo. Si trattava di un confronto che attraverserà l’intero Novecento turco, anche se alla fine sarà l’opzione giacobino-autoritaria a prendere il sopravvento.

Gli apparati di polizia conoscevano ogni mossa dei cospiratori, fossero di tendenza radicale o moderata, ma non avevano né il coraggio né il desiderio di intervenire e di arrestarli. Del resto, la politica di Abdülhamid era quella di controllare, negoziare, perdonare, cooptare, corrompere, dare ogni tanto qualche tirata d’orecchie: in fondo, i Giovani Turchi volevano innovare ma anche salvare l’impero, e il loro pluralismo etnico costituiva comunque un fattore di coesione. Ma era ormai troppo tardi. Il grosso dello Stato Maggiore aveva già aderito all’ITC. Era tutto pronto per l’insurrezione, mancava solo l’occasione propizia.

Nel maggio 1908 il re d’Inghilterra Edoardo VII e lo zar di tutte le Russie Nicola II si incontrano a Reval (l’odierna Tallin), e concordano un progetto di assetto amministrativo-finanziario della Macedonia che infliggeva una dolorosa umiliazione alla sovranità ottomana. A reagire immediatamente è l’ITC di Salonicco, con un proclama in cui chiedeva la restaurazione del regime costituzionale sospeso nel 1878. La rivolta dilaga rapidamente in tutta la regione e piega il sultano, che è costretto a ripristinare la Costituzione e a convocare i comizi elettorali. Il fronte unionista rilancia quindi il suo piano riformatore: governo parlamentare basato sull’uguaglianza di tutti i cittadini, nuova moralità pubblica, eliminazione di ogni ingerenza straniera. Piano che si dimostrerà ben presto impraticabile, in particolare a causa delle reazioni internazionali innescate dal processo insurrezionale.

I Giovani Turchi davano ingenuamente per scontato che esso avrebbe ricevuto il plauso e l’appoggio delle potenze europee. Nel frattempo, invece, l’impero asburgico era stato lesto nell’incorporare la Bosnia-Erzegovina, la Bulgaria nel dichiarare la propria indipendenza, la Grecia nell’annettersi Creta. Se il paragone non è azzardato, si può sostenere che il disegno innovatore dei Giovani Turchi provoca una sorta di eterogenesi dei fini, analogamente alla perestrojka e alla glasnost di Gorbaciov: ogni tentativo di democratizzare il quadro istituzionale e sociale dell’impero non faceva altro che accentuare le spinte centrifughe alla sua periferia.

Sfruttando l’accusa di avere perso in qualche mese più territori di quanti egli ne avesse persi nel corso del suo regno, Abdülhamid prepara una controrivoluzione (marzo 1909) stroncata in un bagno di sangue dal comando militare di Salonicco. Il sultano viene deposto e sostituito col più docile fratello Mehmed Resad, mentre si completa la conquista dello stato da parte dei Giovani Turchi: il ministero degli Interni viene affidato a Talât, uno dei due suoi capi più prestigiosi. L’altro, Enver, farà ancora meglio: si fidanza con una nipote undicenne di Mehmed Resad, divenendo un membro della famiglia imperiale.

Nel settembre 1909 a Salonicco si tiene il congresso dell’ICT, a cui partecipa Atatürk come delegato della sezione di Tripoli. Intervenendo, esprime una risoluta ostilità verso ogni forma di commistione tra esercito e politica, che tuttavia viene aspramente contestata dai Giovani Turchi con l’argomento che l’apoliticità delle forze armate si sarebbe prestato al gioco della reazione. Commentando questo episodio, nel 1912 scriverà: “Quando in un congresso a cui ero presente dissi di lasciar stare i militari, fui chiamato reazionario e condannato a morte. Il tempo e i fatti hanno mostrato la verità, ma assestando un colpo mortale”. Con la frase “condannato a morte”, Kemal si riferiva a un agguato di cui sarebbe stato vittima nei giorni del congresso. Con la frase “colpo mortale”, puntava il dito sulla drammatica crisi -per lui ormai definitiva- che si stava abbattendo sul vecchio Impero.

Sconfitti dall’Italia in Libia (1911) e usciti malconci dalle guerre balcaniche (1912-1913), i Giovani Turchi finiscono con l’imboccare la strada di un acceso nazionalismo. Con un colpo di stato insediano un triumvirato dittatoriale retto da Enver e stringono ulteriormente i rapporti con la Germania. Liquidano così l’originario progetto di trasformare l’impero in una realtà federale. Nel 1912 fondano l’associazione “Türk Ocaklarï”, volta a ridestare l’orgoglio patriottico. Varano provvedimenti miranti a una parziale laicizzazione dello stato. Schierano inoltre il paese a fianco degli imperi centrali nel primo conflitto mondiale, scatenando al suo interno una brutale repressione culminata col genocidio armeno. Dopo la disfatta militare che infrange definitivamente il loro sogno di rinnovamento dell’impero, Enver e Talât riparano all’estero. Resta in campo il loro unico generale invitto: Mustafa Kemal, il futuro Atatürk.

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