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Vi spiego perché la strada di Biden non sarà in discesa

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Il criminoso e insensato appello di Trump ai suoi estremisti di assalire il Campidoglio rende più facile sottacere le vere cause del malessere americano e della rottura dell’unità nazionale. E Biden non è in condizioni di opporsi al radicalismo della sinistra. L’analisi di Carlo Jean

 

La sconfitta elettorale di Trump e il forte appello del nuovo presidente americano, Joe Biden, all’unità spirituale, socio-economica e politica della nazione hanno suscitato quasi ovunque commenti entusiasti. Molti hanno affermato che con Trump sia finito anche il “trumpismo”. Che il “Bene” abbia trionfato sul “Male”. Che sia addirittura rinata la democrazia negli USA.

La pacifica cerimonia dell’“Inauguration” ha rafforzato tale senso di sicurezza.

Come da tradizione, Biden ha affermato di sentirsi il “presidente di tutti gli americani” e ha lanciato un vigoroso appello all’unità della nazione. Nel suo discorso è mancato però il riconoscimento del fatto che la delegittimazione dell’avversario e il mancato riconoscimento del risultato elettorale non sono nuovi nella recente storia americana. Il Partito Democratico non può dare lezioni al riguardo. La speaker del Congresso Nancy Pelosi ha continuato a parlare di elezioni rubate da Trump e della necessità del Congresso di difendere la democrazia dal pericolo rappresentato dal presidente. Dopo la sua elezione del 2016, quest’ultimo è stato oggetto di un’aspra campagna di delegittimazione nelle piazze, nei media e anche nelle sedi istituzionali. La sinistra radicale e gli anarchici hanno praticato violenze in decine di città americane. Oggi, stanno creando un clima d’epurazione, avvalendosi del controllo di molti media.

Biden è certamente consapevole delle difficoltà che ciò pone alla pacificazione nazionale. Lo dimostra la sua contrarietà all’impeachment di Trump. Non è però in condizioni di opporsi al radicalismo della sinistra. Ne è troppo condizionato. La pacificazione del paese, di per sé già difficilissima, trova difficoltà insormontabili. Per il momento, pochi ci hanno fatto caso. Il criminoso e insensato appello di Trump ai suoi estremisti di assalire il Campidoglio rende più facile sottacere le vere cause del malessere americano e della rottura dell’unità nazionale.

Agli analisti più attenti, i limiti e le difficoltà d’attuazione dei propositi di Biden non sono sfuggiti. Per fare la pace occorre essere in due. Per essere credibili, occorre prendersi la propria parte di responsabilità e dire la verità fino in fondo. Solo così si può essere presi sul serio e convincere la parte più moderata degli oppositori, isolando quelli più radicali che non sono recuperabili. A parer mio, le analisi più corrispondenti alla realtà sono state fatte dal Wall Street Journal e da Federico Rampini. Per essi, Trump non è stata la causa della polarizzazione e divisione della società americana. Beninteso, con il suo carattere, ci ha messo del suo. Le ha rese più evidenti. Ma Trump è stato un sintomo della situazione esistente in gran parte della società e della cultura politica americane, non la loro causa.

Un sintomo non occasionale, ma strutturale, che corrisponde a due confliggenti visioni della natura profonda dell’America, come suggerito dal Financial Times del 29 gennaio (Edward Luce, Biden should avoid America’s toxic wars); quella dell’America buona, generosa, multirazziale, tollerante, corrispondente al “sogno americano” dei Padri Fondatori; e quella dell’America della frontiera, razzista e schiavista, per la quale l’atto costitutivo della nazione dovrebbe cadere nell’anno dell’arrivo del primo schiavo nero, cioè nel 1619, non in quello della rivolta anti-britannica del 1776. Sono sempre esistite due Americhe confliggenti fra loro. A sentire i suoi critici, la seconda – quella intollerante, razzista, suprematista bianca – vorrebbe sostituire l’Independence Day con lo Slavery Day. Entrambe hanno sempre nutrito sospetti su complotti interni e internazionali contro la “vera anima” americana, che evidentemente sarebbe la propria.

I contrasti si sono incattiviti per la crisi economica e il declino della classe media. I social media hanno contribuito all’aumento della radicalizzazione e della creazione del senso di appartenenza dei vari gruppi. Hanno amplificato il numero dei “credenti” delle varie teorie del complotto, il loro livello organizzativo, la loro rapidità di mobilitazione e la loro capacità di penetrazione nelle strutture dello Stato, soprattutto di quelle di sicurezza, il cui ethos è la difesa “patriottica” contro le minacce alla nazione. Le nuove ondate immigratorie e il declino della natalità hanno aumentato il numero dei “suprematisti e nativisti bianchi”, con riflessi anche sulla politica estera americana, che diverrà più isolazionista, come una ventina d’anni fa aveva previsto Samuel Huntington.

Come insegna la scienza della politica, il sospetto è una tossina velenosa che penetra profondamente nella psiche politica delle masse, da cui è poi difficile sradicarla. Non importa il fatto che i complotti considerati siano fantasiosi o folli. Basta che si creda nella loro esistenza. Tipico negli USA è il gruppo QAnon che sostiene la tesi che gli USA siano sotto attacco da parte di gruppi di pedofili satanici e da cabale segrete da cui devono difendersi. QAnon è stato protagonista dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio.

Politologhi e psichiatri hanno studiato tali fenomeni, concludendo che sia praticamente impossibile affrontare razionalmente tali patologie politiche, una volta che si siano diffuse. I loro “nuclei duri” non potranno mai essere convertiti. Si può però contenerli e isolarli e, soprattutto, limitare i loro appelli di ricorso alla violenza. Per farlo, negli USA sarebbe necessaria la collaborazione del Partito repubblicano. In questo, il discorso di Biden non sembra del tutto efficace, anche per il fatto che coloro che dovranno contrastare i sospetti saranno proprio quelli che sono i sospettati. Biden, a parte l’appello all’unità della nazione, non ha riconosciuto legittimità al Partito Repubblicano. Esso si è sentito condannato e responsabile collettivamente del comportamento criminale di Trump. A parer mio, è stato un errore, che peserà grandemente sulla possibilità di ridare una certa unità alla società americana.

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