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Vi racconto le sfide di Ivan Duque, nuovo presidente della Colombia

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ivan duque

Il commento del giornalista Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri

Pace e sviluppo o guerra e stagnazione, è questo il bivio che ha di fronte la Colombia del nuovo presidente voluto con un’attiva e forte mobilitazione dall’establishment, Ivan Duque, eletto al ballottaggio di domenica scorsa con 10 milioni di voti; due più dell’avversario Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotà e oltre 30 anni fa combattente del gruppo guerrigliero M19. Ha dunque vinto la destra, ampiamente, come previsto da tutti i pronostici: quella agraria, che controlla il grosso del voto clientelare, ben più di quella dell’industria manifatturiera. Con 8 milioni di suffragi, tuttavia, Petro è il candidato riformista più votato nella storia colombiana.

Se sarà il governo estremista propugnato dall’ex presidente Alvaro Uribe, leader anche militare dell’oltranzismo latifondista, oppure Duque vorrà intermediare con il conservatorismo d’origine liberal-cattolica dell’altro suo sponsor, l’ex presidente Andrès Pastrana, e il moderatismo centrista a cui si è pur rivolto in campagna elettorale, saranno i fatti a confermarlo. Per ora egli si dichiara presidente di tutti i colombiani, di non avere nemici e di voler correggere gli accordi con la guerriglia delle Farc, senza cancellarli. Ne ha la possibilità, visto che gli ex dirigenti del gruppo armato si dicono disponibili al dialogo.

Con ogni evidenza non si presenta certo agevole, però nessuno può escludere una nuova trattativa. Gli ex guerriglieri sono consapevoli di non poter tornare a rinchiudersi nella selva, tanto meno dopo aver constatato l’insuccesso politico del loro rientro nella legalità. Denunciano la continuazione dello stillicidio di assassinii che sta decimando le loro fila e rifiutano di finire uno dopo l’altro in carcere per l’eventuale cancellazione della sostanziale amnistia prevista negli accordi sottoscritti. Confidano nel calcolo che la pace sia indispensabile agli interessi dell’intero paese, e segnatamente di alcuni dei suoi maggiori gruppi economici.

Le distorsioni della campagna elettorale hanno creato in effetti il paradosso di dar per scontati i vantaggi della pace, per esaltarne invece i difetti. Ma la transizione coinvolge tutti. La crescita rallenta (2,6 l’incremento di quest’anno), pesante il deficit fiscale, gli aiuti economici internazionali promessi per sostenere il dopo-guerra condizionati ai suoi esiti. Non basteranno l’espansione delle attività minerarie -già contestate dagli ambientalisti- e anzi in un paese in cui lo stato controlla con difficoltà il proprio territorio, rischiano di convertirsi in ulteriori fuochi di conflitto se non verrà consolidata la pacificazione attraverso accordi con le residue formazioni in armi.

Un processo difficile da conciliare con la prevista riduzione della spesa pubblica, a fronte degli oltre 4 milioni di profughi da indennizzare e reinserire sulle terre che furono costretti ad abbandonare per le violenze degli scontri tra la guerriglia, i paramilitari, l’esercito e il narcotraffico sempre più esteso che nel tempo li ha contaminati e spesso resi organicamente complici. Mentre i latifondisti impediranno la riforma agraria e altrettanto potenti saranno gli ostacoli per una non meno necessaria e urgente riforma fiscale. Settant’anni anni di guerra e violenze che dal 1948 insanguinano uno dei paesi più belli e con maggiori potenzialità economiche del mondo, hanno solo nascosto ed esasperato i ritardi della Colombia.

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