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L’Italia: un fallimento? Anche no, ecco perché (caro Krugman)

Fontana Scuola

Il post di Diana Zuncheddu

 

Ieri un editorialista di punta del New York Times, l’economista Paul Krugman, ha paragonato gli Stati Uniti all’Italia.

E perché mai? Perché, spiega, meglio essere ricchi che poveri – sintetizzo – ma la ricchezza non dà la felicità, aha: lo dimostra il fatto che negli Stati Uniti ci sia un’aspettativa di vita più breve rispetto a quella italiana, che lì siano in piena pandemia da Coronavirus apparentemente senza controllo; che si facciano poche vacanze e che ci sia un pessimo equilibrio tra vita lavorativa e personale.

All’inizio del suo ragionamento dice: “We crearly have the means to live la dolce vita… (…) I thought it might be worth comparing us to a country that is widely regarded — indeed, in some respects really is — a failure: Italy”.

Cioè, il nostro paese è considerato, e in effetti è, dice, un fallimento.

Lì per lì avrei chiamato il ministro degli Esteri per fargli spedire una raccomandata con messaggio di persona non gradita. Che colpo al cuore, le due parole vicine – Italia, fallimento – per pugno di un americano.

Dopo però il ragionamento vira. Dice: sì, saranno anche un fallimento, ma la pandemia l’hanno contenuta molto meglio di noi, si sono uniti e ce l’hanno fatta; hanno mancato la rivoluzione dell’IT; avevano prima della pandemia un Pil più basso di quello del 2000, ‘…but there’s more to life than money”.

Dice che per vivere bene dobbiamo non morire, e in questo noi italiani performiamo meglio degli americani: abbiamo un’aspettativa di vita di 4 anni e mezzo superiore. Sarà solo un dato problematico per l’Inps, che deve pagare più pensioni?

Mi sorprende sempre leggere dati così specifici che riguardano paesi così grandi, complessi e diversi, messi a paragone: gli statistici devono fare evidentemente davvero un gran bel lavoro, sotto sotto.

Se anche siamo un fallimento, il fatto di essere più bravi a vivere che a morire è una buona base di partenza.

Invece che piangerci addosso e denigrarci a vicenda a ogni angolo di strada, o di post, possiamo a testa alta ripartire anche da lì, in questo autunno incerto e imprevedibile che si affaccia.

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