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La vecchiaia ai tempi del Coronavirus

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“La vecchiaia è diventata un grande e irrisolto problema sociale, e non solo perché allude a un preoccupante declino demografico dell’Italia”. Il Bloc Notes di Michele Magno

La vecchiaia è un tema non accademico. Lo stiamo riscoprendo drammaticamente in questi giorni, in cui un virus subdolo e aggressivo miete vittime soprattutto fra quelli che un tempo, con una solennità che oggi appare un po’ ridicola, venivano chiamati vegliardi. Beninteso, accanto alla vecchiaia anagrafica, biologica e burocratica (l’età del pensionamento), c’è anche la vecchiaia psicologica (la “senilità” raccontata da Italo Svevo nel romanzo omonimo). Come  ha osservato Norberto Bobbio, dalle sofferenze della vecchiaia psicologica ci si può riprendere. Più difficile è riprendersi da quelle dell’invecchiamento biologico, anche se la medicina e la chirurgia moderne spesso fanno miracoli (“De senectute”, Einaudi, 2006). Ecco, dalla pandemia che sta colpendo il pianeta, in cui la sorte di un contagiato ultrasettantenne — non nascondiamocelo — può dipendere dalle risorse scarse e dai mezzi limitati del sistema sanitario, le generazioni della terza e quarta età rischiano di uscire devastate.

D’altro canto, l’emarginazione dei vecchi, in un’epoca in cui il progresso tecnico è impetuoso, è un dato di fatto impossibile da ignorare. Un progresso talmente rapido da lasciare indietro chi si ferma per strada, o perché non ce la fa più o perché “preferisce sostare per riflettere su se stesso, per tornare in se stesso, dove — come diceva sant’Agostino — abita la verità” [Bobbio]. Ma ad accrescere l’emarginazione del vecchio concorre altresì un fenomeno che è di tutti tempi: l’invecchiamento culturale. Il vecchio, come ha scritto Jean Améry nel libro “Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare” (Bollati Boringhieri, 2013), tende a restare fedele al corpo dei principi interiorizzati nel corso della giovinezza e della maturità; o a restare affezionato a quelle abitudini che, una volta formate, è penoso cambiare.

Intendiamoci, sarebbe sbagliato generalizzare. Penso, ad esempio, a un mio caro amico che proprio oggi varca la veneranda soglia dei novantasei anni. Questo amico si chiama Emanuele Macaluso. La sua vitalità intellettuale dimostra, nel suo caso, che l’età che conta è quella della mente. In un paese dove la retorica del giovanilismo ha assunto perfino aspetti grotteschi, c’è da rallegrarsene. “Se non non comunico quello che penso, per me è come morire”, egli confessava nella prefazione al suo ultimo saggio, “La politica che non c’è” (Castelvecchi, 2016). Per appagare questa indomabile passione, ogni giorno  possiamo leggere sul più popolare dei social network un suo corsivo dalla prosa asciutta e tagliente, che nulla concede alle seduzioni della nostalgia. Il “più eretico dei togliattiani”, come è stato definito, scrive non per rimpiangere un passato che non c’è più, per lamentarsi delle proprie delusioni o per dare sfogo alle proprie inquietudini. Egli è infatti un  uomo politico con i piedi ben piantati nella storia del movimento operaio novecentesco, ma con la testa costantemente rivolta a indagare il presente e a scrutare il futuro della sinistra italiana ed europea.

Del resto, nella nostra storia letteraria non mancano i trattatelli che esaltano le virtù della vecchiaia: dal “Cato maior” di Cicerone (44 a.C.) al “De remediis utriusque fortune” di Francesco Petrarca (1354-1366), fino all'”Elogio della vecchiaia” (1895) del positivista darwiniano Paolo Mantegazza, che si libera del pensiero della morte con uno sbrigativo “basta non pensarci”. Bobbio considerava queste opere apologetiche e stucchevoli. Tanto più fastidiose quanto più la vecchiaia è diventata un grande e irrisolto problema sociale, e non solo perché allude a un preoccupante declino demografico dell’Italia: “Fugace è la giovinezza / un soffio la maturità / poi avanza tremando la vecchiaia e dura, dura / un’eternità” (Dario Bellezza, “Proclama sul fascino”, in “Tutte le poesie”, Mondadori, 2015).

Tuttavia, in un mondo globalizzato è pressoché inevitabile che i media veicolino  un’immagine dell’anziano (termine più neutrale) felice e sorridente, che può godere di una bevanda gustosa o di una vacanza attraente. E così anche lui diventa un corteggiatissimo consumatore. In una “società dove tutto si può comprare e vendere, dove tutto ha un prezzo,  anche la vecchiaia può diventare una merce come tutte le altre. Basta guardarsi attorno, allungare il proprio sguardo negli ospizi e negli ospedali, o nei piccoli appartamenti della povera gente che ha un vecchio in casa da sorvegliare e continuamente curare […], per rendersi conto di quanta sia falsa la raffigurazione non disinteressata, ma interessatamente lusingatrice, del ‘vecchio è bello’. Formula banale […] che ha sostituito l’elogio del vecchio virtuoso e sapiente” [Bobbio].

Il vecchio imperturbabile di una certa tradizione retorica e il vecchio disperato per l’avvicinarsi della “finis vitae” sono due atteggiamenti estremi. C’è quello sereno e quello mesto, chi ancora assapora i propri successi e chi non riesce a cancellare dalla memoria le proprie sconfitte. Tra questi due estremi vi sono infiniti altri modi di vivere la condizione senile: l’accettazione passiva, la rassegnazione, l’indifferenza, l’ostinazione di chi rifiuta di vedere le proprie rughe e si camuffa con la maschera dell’eterna giovinezza; oppure la ribellione, attraverso l’incessante sforzo di continuare il lavoro di sempre; o, al contrario, il distacco dagli affanni quotidiani e il raccoglimento nella riflessione e nella preghiera.

Perché la vecchiaia non può essere scissa dalla dal resto della vita precedente: è la prosecuzione dell’adolescenza, della gioventù, della maturità. Come dice il poeta: “La giovinezza chiama la vecchiaia attraverso gli anni spossati: / ‘che hai trovato?’, le grida, ‘che hai cercato? / ‘Quello che tu hai trovato’, risponde la vecchiaia, lacrimando: / ‘Quello che tu hai cercato” (Dylan Thomas, “Poesie inedite”, Einaudi, 2016).

 

 

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