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Errori, limiti e virtù dell’Italia contro il Coronavirus. Analisi Harvard Business Review

di

Italia covid-19

L’articolo di Salvatore Santangelo sulla risposta dell’Italia al Covid-19 analizzata da un team della Harvard Business School

Il 27 marzo, Gary P. Pisano (professor of Business Administration all’Harvard Business School), Raffaella Sadun (professor of Business administration all’Harvard Business School) e Michele Zanini (managing director of the Management Lab) sulla Harvard Business Review hanno pubblicato un interessante saggio dal titolo: Lessons from Italy’s Response to Coronavirus.

Si tratta di un resoconto dettagliato e a tratti impietoso della nostra gestione del Covid-19, nel tentativo di trarne delle “lezioni”.

Proviamo a sintetizzarne gli aspetti principali.

Gli autori, partono da una constatazione in sé abbastanza ovvia «nel momento in cui i decisori politici — in tutto il mondo — sono impegnati nella battaglia per contenere il Covid-19», la maggior parte di loro, «si trova per lo più in un territorio inesplorato». Molto è stato scritto sulle pratiche e sulle linee di condotta messe in campo per soffocare la Pandemia, in Paesi come la Cina, la Corea del Sud, Singapore e Taiwan. Sfortunatamente, gli Usa e gran parte dei Paesi europei, si sono mossi in netto ritardo così da non riuscire a contenere il Covid-19 nelle sue fasi iniziali, e oggi si può solo cercare di limitare il dilagare del contagio; ma, nel farlo — sempre secondo i tre ricercatori — starebbero ripetendo quegli stessi errori iniziali che in Italia avrebbero reso la Pandemia un vero e proprio disastro: nel giro di pochissimo tempo il Paese è stato colpito da un violentissimo tsunami, costellato da un quotidiano stillicidio di morti, e oggi saremmo di fronte «alla più grande crisi mai attraversata dal Paese dal secondo conflitto mondiale».

All’inizio del saggio si cerca di fotografare la situazione iniziale: «nel giro di alcune settimane (dal 21 febbraio al 22 marzo), l’Italia è passata dalla scoperta del primo caso ufficiale di Covid-19 al lockdown dell’intero Paese», e ciò attraverso una serie di decreti finalizzati a inibire i movimenti della popolazione, a imporre il distanziamento sociale e che hanno portato alla progressiva chiusura di tutte le attività non essenziali.

Se alcuni aspetti della crisi (a partire dalla tempistica) possono essere certamente attribuiti al caso, alla sfortuna (in italiano nel testo), ad aspetti al di fuori del controllo umano; altri sarebbero sintomatici dell’incapacità della leadership italiana di riconoscere la portata della minaccia e di mettere in campo una risposta organizzata, basata sui primi marginali successi, ma — cosa ancor più importante — sui propri drammatici errori.

Gli autori — pur riconoscendo la difficoltà nel prendere decisioni critiche sotto stress, in tempo reale, con dati scarsi e nel pieno dispiegarsi della crisi (che poi sarebbe l’essenza della leadership) — individuano alcuni elementi teorico/pratici che potrebbero diventare patrimonio comune nella gestione complessiva dell’emergenza.

Elementi che passano attraverso il riconoscimento di 5 distinte macro aree di azione:

 

  • Riconoscere il proprio Bias cognitivo. In Italia — nelle prime fasi — il Covid-19 sarebbe stato sottovalutato (sia dalla popolazione che dalla quasi totalità delle forze politiche); sottovalutato al punto che l’iniziale dichiarazione dello Stato d’emergenza — nonostante i reiterati appelli di diversi autorevoli scienziati — è stato accolta con profondo scetticismo: a fine febbraio, alcuni importanti esponenti politici hanno persino partecipato a eventi pubblici a Milano per rimarcare come l’economia e la socialità non dovessero essere sacrificati all’altare del virus (una settimana dopo, uno di questi politici è risultato positivo). Ma ciò in realtà non è accaduto solo in Italia. In questo caso ci troveremmo di fronte a un chiaro caso di quello che gli scienziati sociali chiamo Bias confermativo, cioè a quella tendenza a leggere la realtà non in base a dati oggettivi ma in modo da uniformarla alle proprie ipotesi iniziali.

Bias è un termine dall’etimologia incerta: per il linguista Tullio De Mauro deriverebbe dall’anglosassone, e starebbe per “inclinazione”.

In psicologia indicherebbe la tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente all’evidenza, sviluppata sulla base di personali interpretazioni delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, il che porterebbe a un errore di valutazione o a mancanza di oggettività di giudizio. Proprio questo errore di valutazione ideologico avrebbe impedito di mettere in campo quello che per gli autori sarebbe l’approccio fondamentale da seguire: «il momento migliore per prendere delle decisioni drastiche è proprio la fase iniziale, quando la minaccia appare minima: ma qui sorge un problema, se le misure di contenimento funzionano c’è spesso la tendenza a considerare quelle misure eccessive o spropositate. Siamo di fronte a un gioco che molti politici non si sentono di giocare».

Ciò si unisce alla tentazione di seguire il “proprio istinto” o al massimo le considerazioni del proprio inner circle, «ma in tempi di incertezza è fondamentale sfuggire a questa tentazione e trovare il modo (commisurato ai tempi di reazione) per scoprire, organizzare e assorbire le informazioni parziali, dispersa nelle diverse sacche di conoscenza».

  • Evitare soluzioni parziali. Quello che in tempi normali potrebbe essere considerato un comportamento prudente o anche saggio, cioè dosare gradualmente la risposta, in tempi di emergenza si rivela catastrofico. Le misure messe in campo dal Governo Conte, in particolare l’estensione progressiva delle “zone rosse” ha fatto sì che la risposta italiana non abbia anticipato ma sempre rincorso il dilagare del virus. Anzi, proprio l’approccio selettivo (il famoso annuncio del Decreto di blocco delle regioni settentrionali) avrebbe finito con il favorire la diffusione del contagio. Per gli analisti di Harward, una risposta efficace alla minaccia rappresentata dal virus prevede che venga orchestrato un coerente sistema di azioni da prendere contemporaneamente, per esempio, mentre il dibattito pubblico sul risultato della risposta sudcoreana (a oggi una delle storie di maggior successo) si è concentrato per lo più sui singoli elementi della risposta, non ci si è soffermati sul fatto che «ciò che l’ha resa particolarmente efficace è stata la moltitudine di azioni coerenti prese e attuate contemporaneamente. I test di massa sono efficaci se uniti al tracciamento e allo stesso tempo collegati a un efficace sistema di comunicazione integrato in grado di raccogliere e connettere le informazioni disperse, in particolare quelle sui movimenti delle persone potenzialmente infette. Queste stesse regole vanno applicate alla riorganizzazione dell’intero sistema sanitario con la creazione di specifici presidi ospedalieri dedicati alla cura dei pazienti Covid-19 e a un’enfasi particolare sulla home care».
  • Imparare è fondamentale. A causa del sistema sanitario decentralizzato, ogni regione italiana ha di fatto messo in campo un proprio specifico approccio. Basti pensare alla differenza macroscopica tra la Lombardia e il Veneto, realtà confinanti e con un profilo socioeconomico abbastanza simile. In particolare, la Lombardia — uno dei cuori economici dell’Europa — è stata colpita in modo spropositato dal Covid-19. Certamente, la diversa traiettoria dell’impatto del virus tra le due regioni è in parte legata anche ad alcuni elementi indipendenti dalle scelte politiche (la diversa densità della popolazione e la diversa incidenza dei casi iniziali da fronteggiare); ma a questo punto dell’evoluzione del contagio, appaiono macroscopiche le differenze di approccio e di conseguenza dei risultati, ancor più alla luce del fatto che entrambe le regioni hanno applicato le stesse regole di distanziamento sociale. Nel dettaglio, la strategia del Veneto si è articolata in a) un precoce e massiccio test sia sui sintomatici che sugli asintomatici; b) nel tracciamento dei potenziali positivi; c) sull’enfasi sulla diagnosi e sulla cura casalinga (questa misura in particolare ha ridotto l’ospedalizzazione e il conseguente rischio di contagio; gli ospedali lombardi sarebbero quindi tra i principali focolai di infezione); d) nello sforzo specifico nel monitorare e nel proteggere tutti gli operatori medici e tutti gli altri lavoratori essenziali. Date queste premesse possiamo — a ragione — parlare di un vero e proprio modello veneto.
  • Capire quello che non funziona. Gli ospedali italiani (tradizionalmente incentrati sul paziente) sarebbero cronicamente inadeguati nel gestire una minaccia (che gli autori definiscono community care focused) come quella rappresentata dalla Pandemia.
  • Raccogliere e disseminare le informazioni. Anche in questo caso gli autori evidenziano come la minacciata rappresentata dal virus poteva essere precocemente intercettata anche grazie alle registrazione di minime variazioni dei picchi anomali di infezione in alcuni ospedali (aggiungiamo noi che forse i molti presidi ospedalieri convenzionati lombardi non erano motivati, per diverse ragioni, a rendere note e condivise queste rilevazioni). A questa considerazione iniziale, si aggiunge anche il tema della precisione dei dati. In particolare, mentre il governo cerca sistematicamente e quotidianamente di offrire una fotografia aggiornata dell’evoluzione del contagio, stanno emergendo delle profonde discrepanze tra i dati italiani e quelli di altre nazioni (in questo caso collegate al dato dell’anomala mortalità italiana) ma anche all’interno del nostro Paese, da regione a regione, a causa di un diverso approccio ai test e alla raccolta dei dati, e ciò creerebbe non pochi problemi nell’orientare le scelte politiche (come per esempio nell’ipotesi di massiccio tracciamento della popolazione). Per affinare l’analisi (e la successiva dinamica operativa) occorrerebbe un meccanismo estremamente accurato in grado di trovare la giusta sintesi tra i dati raccolti a livello macro (statuale) e micro (al livello di singolo presidio ospedaliero), proprio per anticipare il più possibile l’andamento dell’infezione.

Due aspetti emergerebbero chiaramente dal fallimento italiano: 1) non c’è tempo da perdere, lo stesso capo della Protezione civile italiana (l’equivalente della Fema statunitense) ha drammaticamente affermato che “il virus corre più velocemente della nostra burocrazia”; 2) un approccio efficace contro il Covid-19 deve essere pari a una mobilitazione bellica nei termini delle risorse umane ed economiche disponibili, della piena consapevolezza dell’opinione pubblica, di un efficace coordinamento tra pubblico e privato.

Quindi, per concludere, «i decisori politici devono essere pronti ad adottare una risposta sistemica», aperta all’apprendimento e dopo aver scartato rapidamente gli approcci fallimentari, “scalare” massicciamente quegli esperimenti che ci hanno restituito feedback positivi.

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