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Ecco le ragioni (economiche) delle proteste in Iran

Iran

Che cosa sta succedendo in Iran? Quali sono le cause anche economiche delle proteste? E quali sono le prospettive politiche e sociali? Conversazione di Start Magazine con Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, esperto di Iran

L’Iran è alle prese con una nuova ondata di proteste innescata da un fatto ben preciso: l’assassinio da parte della “polizia della moralità” di una giovane donna che aveva il solo torto di essere mal velata.

Nelle ultime ore, con le manifestazioni entrare nel decimo giorno la tensione è salita alle stelle, con un bilancio della repressione calcolato in parecchie decine di morti tra cui spicca la vera e propria esecuzione di una seconda giovane che era diventata il simbolo delle proteste.

Ma qual è la reale dimensione di un movimento che appare senza guida e dunque sostanzialmente spontaneo. Quali le cause profonde dietro alla discesa in piazza di tanti giovani iraniani? E quanto pesa il malessere per una situazione economica alle prese con la morsa delle sanzioni occidentali?

Per fare il punto e per proporre delle risposte che guardino al fenomeno oltre la superficie, Start Magazine ha intervistato il direttore dell’Institute for Global Studies Nicola Pedde, in una conversazione che dagli aspetti specifici della vicenda in corso ha esteso l’orizzonte al quadro generale politico, sociale ed economico dell’Iran.

Dott. Pedde, sono passati doversi giorni dal funerale di Mahsa Amini, focolaio delle prime proteste, e da allora le manifestazioni non si sono più fermate. Che cosa sta succedendo in Iran? Vuole darci le reali proporzioni di quanto sta accadendo?

In questo momento è difficile avere una percezione della reale dimensione della protesta. Il forte controllo della rete internet e il blocco di numerosi server hanno limitato fortemente le comunicazioni attraverso i social media, che sono il principale veicolo di comunicazione dei giovani iraniani. Quindi avere l’esatta dimensione in questo momento è alquanto difficile. Sicuramente è una manifestazione di protesta che interessa tutto il Paese o una parte comunque del Paese, soprattutto le aree urbane. È una manifestazione largamente partecipata da giovani, da ragazzi e ragazze; è una nuova fase di protesta che interviene come reazione a quella che è stata come la goccia che ha fatto traboccare il vaso La dimensione del malcontento iraniano è ampia e la dimensione del malcontento giovanile è forse ancora più ampia di quello generale. I giovani sotto i 35 anni di età rappresentano il 75% della popolazione iraniana; quindi l’insieme delle politiche repressive da parte del governo, delle politiche sociali che non sono mai state accettate e crisi economica, disoccupazione ha determinato un clima esplosivo come abbiamo già visto nei mesi scorsi in occasione delle proteste per la gestione delle risorse idriche nel Paese.

La morte di Mahsa è stata dunque solo il fattore scatenante di una protesta che covava sotto la cenere?

L’omicidio di Mahsa Amini da parte della polizia è stato l’elemento che ha dato il coraggio ai ragazzi di scendere per strada, di protestare soprattutto contro tutte quelle norme che sono da tempo oggetto di una generale ostilità da parte dei giovani iraniani, sono sempre state mal tollerate e rispettate fino a un certo punto. C’è stato un andamento abbastanza ondivago da parte delle autorità nella gestione soprattutto delle questioni di carattere sociale e di costume. Quello che sta accadendo adesso è una protesta non solo estesa ma anche violenta e questo è l’elemento che preoccupa il governo, perché chiaramente la gestione della protesta attraverso una forte repressione rischia di alimentarla fortemente sul piano non solo delle proporzioni ma anche dell’intensità, in una fase molto critica per le autorità della repubblica islamica.

Quali differenze si intravvedono tra le manifestazioni odierne e i precedenti cicli delle proteste che si sono registrate nel Paese?

L’Iran è passato attraverso un lungo ciclo di proteste e manifestazioni. Non ci dimentichiamo che ci fu una rivoluzione tra il 1978 e il 1979; l’Iran è dunque un Paese che tende a manifestare ciclicamente il proprio malcontento, il proprio dissenso verso le autorità attraverso delle periodiche ondate di protesta. Quelle più importanti che hanno caratterizzato la storia della Repubblica islamica sono sicuramente quelle dell’onda verde del 2009, le successive proteste per le elezioni presidenziali alla fine del mandato di Ahmadinejad. Questa ultima ondata di protesta ha caratteristiche diverse: non è una protesta prettamente politica legata a un fattore elettorale, non è una protesta legata al risultato di elezioni parlamentari o presidenziali ma è una protesta di carattere più ampio che parte dal presupposto di una forte opposizione a queste norme di costume che sono state imposte con la rivoluzione islamica e però si estende non solo geograficamente ma anche a uno spettro molto più ampio della popolazione.

Si intravvede una guida dietro queste proteste?

Una continuità tra le manifestazioni del passato e quella in atto è l’assenza di leadership, di una guida; non c’è un movimento vero e proprio che guida questa protesta. E questo potrebbe essere l’elemento di debolezza, l’elemento che un po’ sotto la spinta della pressione delle autorità, un po’ per effetto della mancanza di una capacità propulsiva porta come nelle precedenti occasioni la dimensione della protesta a spegnersi e a rientrare. Molto dipenderà dal tipo di reazione che ci sarà da parte delle autorità. È chiaro che un incremento della violenza, soprattutto un aumento del numero di morti che si stima siano ormai diverse decine potrebbe portare non solo a un aumento dell’intensità di questa protesta ma anche alla creazione di una cabina di regia, di una sorta di guida politica che in questo caso potrebbe fare la differenza.

Cos’è la “polizia della moralità”? Da chi è formata e come esercita la violenza di cui è stata accusata persino dall’ex Presidente Rouhani?

La “polizia della moralità”, che in termini più tecnici si chiamano le “pattuglie di guida”, sono unità delle forze di polizia che dipendono dal Ministero degli Interni che hanno il compito di vigilare sul rispetto dei principi islamici in un vasto ambito. Quello sicuramente più noto e in questo momento più importante è quello sull’abbigliamento, quindi sul verificare il rispetto delle norme di abbigliamento indicate dalle autorità religiose, farle rispettare e quindi esercitare anche un’azione di repressione. Sono solitamente formate da unità miste di poliziotti o dalle poliziotte che poi procedono fisicamente all’arresto o alla perquisizione delle donne fermate, La stragrande maggioranza dei casi che trattano riguarda l’abbigliamento femminile; è raro vedere queste pattuglie fermare ragazzi o comunque uomini per contestare violazioni sull’abbigliamento. Sono solitamente dislocate nelle città, nelle vie più trafficate, nei centri di aggregazione come i centri commerciali, i cinema e luoghi simili e seguono indicazioni peraltro molto vaghe sull’abbigliamento, sul contegno e sulla necessità di coprire il capo con un hijab o con un chador, ossia con un velo che copre di fatto l’intera capigliatura e continua poi con una sorta di tunica sul corpo. Quindi è molto arbitrario il tipo di azione che queste unità possono effettuare sui fermati.

Ma l’ex Presidente Rouhani aveva rivolto critiche aperte all’operato della polizia della moralità.

A più riprese l’azione di queste unità è stata contenuta nella storia più recente dell’Iran dalle amministrazioni riformiste e in particolare dal governo di Hassan Rouhani. Nel 2017 il capo della polizia disse apertamente che non si sarebbe proceduto più all’arresto e alla denuncia in Tribunale, precisando che si sarebbe cercato di fare solo dei corsi di formazione con cui spiegare ai ragazzi come debbano vestirsi in modo corretto secondo i principi islamici.  Chiaramente oggi, con la nuova presidenza Raisi e con un parlamento che è stato eletto l’anno prima sancendo la vittoria delle forze conservatrici, le prescrizioni sui comportamenti sociali e sull’abbigliamento sono diventate nuovamente oggetto di una politica più restrittiva da parte del governo. Queste unità sono fortemente invise ai ragazzi, sono molto criticate e sono una delle espressioni delle istituzioni governative che è più odiata dalla gioventù iraniana.

Quanto pesa il fattore del malcontento economico sulla recente ondata di proteste? Com’è messa l’economia iraniana in questo momento?

Il malcontento economico è sicuramente uno dei principali elementi di questa protesta nel senso che certamente la morte di Mahsa Amini ha rappresentato l’elemento scatenante, l’elemento che ha generato la rabbia sotto l’impulso della quale i giovani sono scesi in piazza, Ma è una rabbia costruita da anni di frustrazione soprattutto sotto il profilo economico, per la crisi che interessa il Paese da diversi anni, per il forte tasso di disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani e soprattutto in alcune aree del Paese e per la mancanza di reali opportunità professionali, per la difficoltà di potersi rendere indipendenti dalle famiglie e di poter avere una propria casa. È un insieme di fattori che si è sommato nel corso del tempo e che ha generato un fortissimo malcontento. C’erano state enormi aspettative da parte della società iraniana e dei più giovani durante l’ultima amministrazione presidenziale guidata da Rouhani in previsione della forma dell’accordo sul nucleare con la comunità internazionale, il JCPOA, quindi la possibilità di veder ripartire l’economia e di poter beneficiare di tutto ciò che ne sarebbe conseguito in termini economici e di offerta sul piano occupazionale. Questo è mancato e ha dunque contribuito a generare malcontento. Anche questi ultimi tentativi di rilanciare il JCPOA, i ritardi nella firma e le prospettive in questo moment non certo incoraggianti di poter vedere l’accordo realmente firmato hanno contribuito fortemente a suscitare malcontento e ad addebitarne la responsabilità al nuovo governo rappresentato dalle forze più conservatrici all’interno del Paese.

E l’economia iraniana? Qual è il quadro attuale?

L’economia iraniana è in una situazione critica. Non c’è un problema sull’approvvigionamento dei beni essenziali, non è una situazione emergenziale sul piano degli interessi della popolazione Il vero problema è di prospettiva: mancano investimenti, mancano capacità di esprimere il grande potenziale economico del Paese, l’industria petrolifera, quella del gas, il potenziale di sviluppo del comparto industriale. Fino a quando saranno in vigore le sanzioni, fino a quando non sarà possibile interagire con la comunità internazionale per poter sviluppare progetti economici tutte queste potenzialità rischieranno di essere vanificate. C’è ora grande aspettativa per l’ingresso dell’Iran nella Shangai Cooperation Organization, per tutto ciò che potrebbe derivarne in termini di sviluppo economico, ma c’è da dire che l’ingresso nella SCO possa dare all’Iran quelle prospettive che al contrario avrebbe dato la firma del JCPOA, una sua piena capacità di sviluppo grazie all’interazione con il sistema economico occidentale. Questo è mancato e quindi in questo momento è difficile prevedere quale sarà l’andamento dell’economia.

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