L’attacco militare congiunto condotto da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran segna una svolta nella storia del Medio Oriente contemporaneo. Quello che per decenni era rimasto un tabù anche per gli Stati Uniti – un intervento armato diretto contro Teheran – è diventato realtà, trascinando con sé un interrogativo che anima gli analisti militari e gli studiosi di geopolitica: è davvero possibile abbattere un regime teocratico radicato con la sola potenza dei bombardieri?
COME E’ PARTITA L’OPERAZIONE AMERICANA IN IRAN
L’operazione ha preso forma in modo progressivo. Trump ha schierato nel tratto di mare compreso tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano una forza navale e aerea di dimensioni inusuali per l’era post-irachena. Ma quella che era iniziata come una pressione militare a sostegno dei negoziati sul nucleare in corso a Ginevra sembra essersi trasformata in qualcosa di ben più ambizioso.
L’AZIONE CONGIUNTA USA-ISRAELE
Nelle prime ore di ieri caccia israeliani e americani hanno preso di mira una zona di Teheran in cui si trovano, tra l’altro, il palazzo presidenziale e il quartier generale del Consiglio di sicurezza nazionale. Secondo fonti israeliane è stata completamente distrutta la residenza della guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, sulle cui sorti v’è stata a lungo incertezza: i media israeliani, successivamente, hanno detto che è morto. Esplosioni sono state registrate anche nelle città di Qom, Shiraz e Isfahan. Fonti militari israeliane hanno parlato di un’operazione su larga scala con centinaia di obiettivi attaccati nella parte occidentale del paese.
LA REAZIONE DELL’IRAN
Teheran ha reagito con ripetute ondate di missili su Israele e su obiettivi americani nella regione mediorientale, in Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar.
IL MESSAGGIO DI TRUMP
Il presidente americano si è rivolto in un videomessaggio direttamente al popolo iraniano, evocando la libertà come un orizzonte imminente e invitandolo a “prendere il controllo del proprio governo”. Netanyahu ha fatto eco, parlando di condizioni favorevoli affinché gli iraniani possano “prendere in mano il proprio destino”. Le azioni militari e le parole dei due leader lasciano intendere che l’obiettivo dichiarato va oltre l’arsenale missilistico e nucleare. Si punta al cambio di regime.
AMBIZIONI STRATEGICHE E FRAGILITÀ OPERATIVE
Il quadro operativo presenta tuttavia fragilità difficili da ignorare. Come sottolinea sulla Neue Zürcher Zeitung lo storico iraniano Rouzbeh Parsi dell’Università svedese di Lund, un cambio di regime non si ottiene con le sole incursioni aeree, anche a prescindere dalle sorti di Khamenei: occorrerebbero forze armate interne disposte a insorgere, e al momento non vi è evidenza che tali formazioni esistano in forma organizzata.
COME STA L’IRAN
La Repubblica Islamica, malgrado la crisi economica e il logoramento prodotto da anni di sanzioni, conserva un apparato di sicurezza solido, con i Pasdaran come struttura portante. Il regime ha dimostrato ripetutamente, anche di recente, di essere disposto a reprimere con brutalità qualsiasi forma di dissenso. Sopravvivere all’attacco e alle perdite umane dei suoi dirigenti e mantenere l’autorità interna è l’obiettivo di queste ore: per i vertici della teocrazia, la resistenza stessa può equivalere già a una vittoria politica.
QUAL È L’OBIETTIVO DI TRUMP?
Resta da valutare la coerenza strategica dell’iniziativa americana e israeliana. Se il fine ultimo è impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica, come ancora suggerisce il ministro italiano della Difesa, i precedenti bombardamenti dell’anno scorso avrebbero già dovuto conseguirlo. Il fatto che siano stati attivati negoziati a Ginevra lascia intendere che il programma nucleare iraniano abbia dimostrato una resilienza inattesa.
Se invece l’obiettivo è la caduta del regime, la storia recente insegna che la potenza aerea, da sola, raramente basta. Un’eventuale sollevazione popolare potrebbe alterare gli equilibri. È quello che molti sperano dopo aver simpatizzato per le proteste di giovani e donne nei mesi scorsi, ma non è affatto scontato che l’intera società iraniana (e non solo l’élite studentesca), già stremata da anni di crisi e repressione, scelga la via dello scontro aperto.
I DUBBI DEGLI ANALISTI
Gli analisti restano prudenti e avvertono: obiettivi ambigui e aspettative sovradimensionate rappresentano, in ogni conflitto, il presupposto più fertile per un esito insoddisfacente. L’insuccesso operativo russo in Ucraina è lì a testimoniarlo, una volta di più. Il colpo inferto al regime iraniano sembra però essere già stato molto forte. Solo i prossimi giorni diranno fino a dove si spingerà questa nuova partita in Medio Oriente dalle poste altissime.







