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Perché la Germania ha esitato sull’invio dei Leopard 2 al’Ucraina

Leopard 2

Il (lungo) tira e molla in Germania sull’invio di carri armati Leopard 2 è giunto alla fine, ma continuerà ad avere ricadute politiche sul governo Scholz. Ecco quali. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

“Cocciuto e poco decisionista. Nelle fasi di crisi c’è bisogno di mostrare leadership, ma è proprio quello che Olaf Scholz non sta facendo”. Il giudizio drastico sulla gestione dell’invio dei carri armati Leopard 2 da parte del cancelliere tedesco arriva da Andrea Römmele, politologa all’Herthie School di Berlino e attenta osservatrice delle relazioni internazionali, in particolari di quelle transatlantiche.

Il passo temporeggiatore del cancelliere non è adatto alla gravità del momento. Ma lo è ancor meno la sua incapacità di comunicare all’opinione pubblica interna ed estera, nonché ai partner della Nato, i motivi della prudenza tedesca. “Si possono avere anche buone ragioni nel non voler aggravare il confronto sul terreno militare, ma un cancelliere ha il dovere di spiegarle con chiarezza”, aggiunge la politologa in un colloquio con la stampa estera a Berlino. Alla fine il sì di Berlino è arrivato, “evitando proprio all’ultimo istante gravi danni politici alla Germania”, come osserva la Neue Zürcher Zeitung. Ma, chiosa Römmele, “questo ha portato a un isolamento della Germania sul piano internazionale, finanche da parte dei suoi alleati”.

LO SCONTRO CON GLI USA SUI LEOPARD 2

Römmele ha studiato e insegnato negli Stati Uniti e ha una sensibilità non comune tra gli scienziati della politica tedeschi di intuire quando i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico sfiorano pericolosamente il punto di rottura. La Süddeutsche Zeitung ha rivelato che la scorsa settimana, alla vigilia del vertice Nato di Ramstein, erano volati gli stracci tra l’amministrazione Usa e il governo tedesco. Il Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin e il capo dell’Ufficio di Scholz Wolfgang Schmidt, uomo chiave del cancelliere, si erano scontrati negli uffici della Cancelleria di Berlino proprio sui Leopard 2 e sull’ostinazione tedesca di voler legare il proprio via libera all’invio americano dei carri armati Abrams.

Che alla fine Washington abbia acconsentito a questo passo, sbloccando così la posizione di Berlino, significa che il dissidio è stato ricomposto. I danni in termini di fiducia e credibilità politica però restano. “Scontrarsi su alcuni temi non è di per sé un male”, spiega Römmele, “il problema diventa quando questi conflitti, invece di restare confinati nelle stanze in cui avvengono, escono al di fuori e diventano di dominio pubblico”. È evidente che qualcuno non ha voluto che quello scontro restasse confinato all’interno della normale amministrazione tra Washington e Berlino.

UNA LEADERSHIP DEBOLE

Caricare sulle spalle gracili di Scholz tutto il peso della politica di pacificazione e concessione (appeasement) alla Russia seguita dalla Germania sulla scia dell’Ostpolitik di Willy Brandt non è un esercizio di onestà. Almeno dalla cancelleria di Gerhard Schröder, poi per tutto il periodo della cosiddetta “era di Angela Merkel”, il rapporto di Berlino con Mosca è stato improntato su ambizioni geopolitiche e pratiche commerciali che poco si sono curate del progressivo irrigidimento di Vladimir Putin sul fronte orientale europeo. Gas e petrolio a prezzi stracciati sono stati il carburante per realizzare quei legami d’acciaio sfociati nella realizzazione dei gasdotti Nord Stream, ora colati a picco assieme all’invasione dell’Ucraina.

Ma un cancelliere debole nella capacità di decidere la Germania non se lo può permettere, specie adesso che deve ripensare l’intero complesso della sua strategia di sicurezza: politica, economica, energetica. Un compito da far tremare le vene, ammette Römmele, “neppure negli incubi più profondi un politico può temere di dover affrontare una tale sfida”, ma la leadership deve venir fuori proprio nei momenti di crisi. Con il famoso discorso al Bundestag di quasi un anno fa sulla Zeitwende, Scholz sembrava aver imboccato la strada giusta. Di quell’ambizioso programma, ad oggi, non è rimasto molto.

IL SOCCORSO DEI PARTNER DI GOVERNO

Il confronto con Schröder, con la sua riforma del mercato del lavoro che rimise in moto l’economia tedesca a scapito degli interessi di partito, dovrebbe essere la lezione da seguire, conclude Römmele: con la nuova normativa dell’Hartz IV, l’ex cancelliere deluse l’ala sinistra dell’Spd e buona parte del suo elettorato, un prezzo che lui stesso pagò nel voto successivo e il suo partito nelle elezioni a venire. “Ma in quel caso Schröder dimostrò di essere un leader, di saper prendere decisioni impopolari in nome del più grande interesse del paese”, conclude la politologa, mentre ora Scholz sembra andare al traino degli altri, invece di essere lui a decidere e a spiegare i motivi delle scelte.

E infatti, ancora la Neue Zürcher Zeitung, nel suo editoriale sulla svolta di Berlino sui Leopard 2 consiglia di “non applaudire” il cancelliere per una decisione comunque tardiva: il merito va piuttosto ai suoi alleati di governo, i due più piccoli partner della maggioranza, Verdi e liberali, che hanno spinto e sollecitato Scholz a superare le sue resistenze, “evitando così gravi danni politici” alla Germania. Quelli d’immagine, alla fine di un così lungo tira e molla, restano invece tutti.

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