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Tutte le magagne dell’Inter (e non solo)

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Qual è lo stato di salute economica delle società calcistiche italiane? L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

Durante la recente partita di calcio Juventus-Verona, finita 1 a 1, il giocatore ceco del Verona, Antonin Barak, uno stangone biondo di un metro e 90, è stato il migliore in campo, ha fatto impazzire la difesa juventina, e ha segnato il goal del pareggio veronese, dopo la rete di Cristiano Ronaldo. Per curiosità, ho interrogato Google sullo stipendio di Barak, essendo noto che quello di Ronaldo è di 31 milioni l’anno. Risultato: in linea con gli altri giocatori della squadra, Barak guadagna mezzo milione lordo l’anno, e ha un ingaggio pari a un terzo dell’unico giocatore veronese pagato più di un milione, Nikola Kalinic (un milione e mezzo lordo). In totale, con lo stipendio di Ronaldo si potrebbe pagare l’intero monte ingaggi annuo del Verona calcio, pari a 24 milioni di euro, e avanzerebbero 7 milioni.

Inutile perdere tempo in moralismi: il calcio è ormai un business del settore spettacolo, e star come Ronaldo, o giocatori come De Ligt, Rabiot, Ramsey, tutti con stipendi da 7-8 milioni, costano cari, con riflessi pesanti sul conto economico. Tanto è vero che, nel semestre luglio-dicembre 2020, il bilancio della Juve ha registrato una perdita di 113,7 milioni, più che raddoppiata rispetto a quella di 50,3 milioni dello stesso periodo dell’anno prima. Il motivo principale è noto: il Covid e la chiusura degli stadi hanno colpito in modo duro tutte le squadre di calcio, in Italia e nel mondo. E la Juve non è la sola ad avere il bilancio in rosso.

In proposito, l’account Twitter #SwissRamble ha appena pubblicato una panoramica aggiornata sulle finanze delle società di calcio europee, e i dati dei bilanci 2020 rivelano che la situazione del calcio italiano è, a dir poco, catastrofica, in netto peggioramento rispetto ai consuntivi pre-Covid-19, che erano già allarmanti. Il «Report calcio 2020», pubblicato dalla Federazione italiana gioco calcio (Fgic), rivela che già nella stagione 2018-19, a fronte di un fatturato di 3,8 miliardi di euro, le 20 società di serie A avevano debiti per 4,5 miliardi, con una perdita di 700 milioni.

Un rosso che nel 2020 si è impennato, tanto che la somma dei debiti di appena quattro squadre ora supera il miliardo, così ripartiti: 411 miliardi l’Inter, 396 la Juve, 318 la Roma, 115 il Milan. Seguono Udinese (79), Lazio (61) e Sampdoria (52), mentre altre hanno debiti inferiori ai 50 milioni. In coda, il Verona ha 5 milioni di debiti, mentre Cagliari, Frosinone, Napoli e Torino hanno zero debiti.

Secondo uno studio del sito Calcio e Finanza, le squadre più virtuose sono state il Napoli e la Lazio. La prima non solo non ha debiti, ma dispone di 123 milioni pronta cassa. La seconda ha ridotto l’indebitamento da 54 a 49 milioni, con una perdita nell’esercizio 2020 di 15,8 milioni, molto meno grave di quelle da capogiro delle maggiori squadre concorrenti, come Roma (in rosso di 204 milioni), Milan (195 milioni), Juventus (113) e Inter (103).

Mentre il debito della Juventus è considerato sostenibile, in quanto comprensivo di un bond di 175 milioni per la costruzione dello stadio, che dovrà essere rimborsato nel 2024, il caso più preoccupante sembra quello dell’Inter, di proprietà del gruppo cinese Suning, al quale il Financial Times ha appena dedicato un approfondimento per l’evidente crisi finanziaria. Il gruppo cinese è riuscito a saldare un debito di 1,5 miliardi di dollari nel 2020, ma deve ora fare fronte alla scadenza di un bond di 1,2 miliardi.

Per questo ha annunciato che tutte le società marginali del gruppo saranno liquidate o messe in vendita. Tra le prime a farne le spese, la squadra di calcio cinese Jiangsu, che – dopo avere il campionato cinese – non è stata neppure iscritta al prossimo. Quanto all’Inter, sul capo di gioco non sembra risentire delle difficoltà societarie ed è in testa al campionato, ma è in vendita. Un miliardo la somma richiesta: tra i pretendenti, il fondo Bc Partners, che ha offerto 750 milioni, giudicati però insufficienti da Suning, e il fondo sovrano saudita Pif (Public Investment Fund), che si è fatto avanti negli ultimi giorni, offrendo 300 milioni di euro per il 30% della società di calcio, lasciandone la proprietà al gruppo cinese.

Per la cronaca, il fondo saudita è di proprietà del principe Mohammed Bin Salman, da giorni sulle prime pagine di tutto il mondo, dopo che il presidente Usa, Joe Biden, ha reso noto un rapporto che lo accusa di avere ordinato l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, che lo aveva criticato sul Washington Post. Dato il riserbo del gruppo Suning, è impossibile prevedere se la quota azionaria dell’Inter sarà venduta intera o in parte, e a quale acquirente. Appare tuttavia evidente che la crisi economica provocata dalla pandemia sta accentuando la vendita del calcio italiano a proprietà straniere, che hanno già il controllo di Inter, Milan, Fiorentina, Roma, Bologna, Parma, Spezia in serie A; Pisa, Padova e Venezia in B; Catania in C.

Proprietà dotate di mezzi finanziari, convinte che il calcio, per quanto disastrato, sia un business in grado di riprendersi dopo la pandemia, grazie a milioni di tifosi e dei diritti tv, dunque un asset su cui investire. È la stessa valutazione, stando alle rare indiscrezioni, che i fondi stranieri starebbero facendo sui principali settori del turismo (15% del pil italiano), come le terme e gli alberghi, oggi chiusi e svalutati dalla pandemia. Calcio e alberghi, dopo le banche, la moda e l’auto: altri asset di un’Italia in vendita, a causa di una debolezza storica, quella che Enrico Cuccia definì «capitalismo senza capitali».

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