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Perché la contesa del Kashmir fra India e Pakistan deve preoccupare Trump

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Perdere il controllo di una zona nevralgica come il limes indo-pakistano non è il miglior biglietto da visita per un Paese, come gli Stati Uniti, che torna a rivendicare il ruolo di potenza egemone. Né permettere a due membri del club nucleare di scherzare col fuoco può rappresentare la prova di leadership che ci si aspetta da chi vuole guidare il mondo. L’approfondimento di Marco Orioles per Lettera 43

Impegnata com’è nella crociata contro l’Iran e nella guerra fredda tecnologica con l’avversario cinese, Washington si è lasciata sfuggire di mano la situazione in una delle zone del pianeta di maggiore importanza strategica per l’America e che, come i fatti di questi giorni dimostrano clamorosamente, appare sospesa sul precipizio di una devastante resa dei conti.

La zona in questione corrisponde, per usare quelle categorie che informarono la visione del mondo degli Stati Uniti nell’era di George W. Bush, alla linea di faglia – culturale, religiosa, politica e, in ultima analisi, di “civiltà” – che divide l’India e Pakistan.

Un limes che ha il suo punto nodale nel Kashmir, regione da sempre contesa da due potenze che, nel frattempo, si sono dotate dell’arma finale per aggiungere alla disputa un gradiente di gravità che non si può ignorare. Non lo può ignorare, soprattutto, quella parte di America che non vuole abdicare dalle proprie responsabilità di faro e guida del mondo.

CHE COSA FA LA CASA BIANCA?

La disattenzione dell’amministrazione Trump può rivelarsi fatale, se The Donald e soci non sapranno disinnescare in tempo la nuova crisi indo-pakistanainiziata il 14 febbraio scorso. È il giorno del micidiale attentato kamikaze che a Gundipoora, villaggio della parte meridionale del Kashmir, ha preso di mira un convoglio di militari indiani, facendo oltre quaranta vittime, il bilancio più grave degli ultimi decenni. Una sanguinosa provocazione, quella di un gruppo – Jaish-e-Mohammed, “l’esercito di Maometto” – che è incluso nella blacklist delle Nazioni Unite ma gode, secondo l’accusa diDelhi, di inconfessabili complicità in Pakistan.

UN MESSAGGIO DIRETTO A WASHINGTON

In Afghanistan si profila la fine della guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti nella loro storia, un impegno militare e politico lungo oltre diciassette anni che ha drenato dalle casse dello Stato più di un trilione di dollari. Dal negoziato in corso coi talebani è spuntato a gennaio un piano che, in cambio del ritiro dei 14 mila soldati Usa, fa intascare la promessa da parte degli islamisti di non permettere che l’Afghanistan diventi di nuovo un santuario del terrorismo.

LA GARANZIA ESTERNA DEL PAKISTAN

Uno schema che necessita però della garanzia esterna del Pakistan, che dei talebani è da sempre il grande manovratore. Liberando lo scorso autunno il co-fondatore del movimento, il mullah Baradar, chiamato ora a svolgere un ruolo di punta nel negoziato con gli Usa, Islamabad ha accettato di stare al gioco. Non può fare diversamente, d’altronde: in ballo ci sono oltre un miliardo di dollari in aiuti militari cheTrump ha congelato all’inizio del 2018 per segnalare che la pazienza degli Usa è finita.

LE TENSIONI FRA USA E PAKISTAN

Ma non sono pochi, in Pakistan, a essersi indispettiti per il ricatto di Washington, così come sono tanti, nel mondo di mezzo dove sguazzano generali e funzionari di intelligence, a continuare ad ammiccare a quell’ala dura dei talebani che presto potrebbe tornare al potere a Kabul. Slegare le briglie ad una sigla minore come Jaish-e-Mohammed, permettendole di colpire al cuore il nemico indiano, sarebbe il modo perfetto per segnalare al lamentoso alleato americano la propria insoddisfazione. E quale che sia la lettura che ne daranno gli esperti del Pentagono, è un focolaio che Washington non può sottovalutare perché coinvolge un Paese come l’India su cui l’America sta puntando tutte le sue carte in un’altra partita decisiva, quella contro Pechino.

LA STRATEGIA TRUMPIANA

Il Subcontinente è assurto al rango di perno della strategia americana in quel quadrante asiatico che è il più importante terreno in cui si manifesta la competizione con il grande avversario cinese. Nella scacchiera trumpiana, l’India è una pedina importantissima: è il membro naturale di quell’alleanza delle democrazie che, secondo i disegni Usa è chiamata a confrontarsi con e possibilmente contenere la comunità del destino condiviso che la Cina di Xi Jinping sta tessendo per coronare la sua aspirazione a diventare, come ai tempi d’oro delle antiche dinastie, il centro del mondo. È soprattutto qui che si misurerà la capacità dell’America di conservare intatto il proprio primato nel XXI secolo.

UNA SFIDA COMPLICATA

È una sfida oltremodo complicata, però, ed è anche soggetta a falle improvvise. Perdere il controllo di una zona nevralgica come il limes indo-pakistano non è il miglior biglietto da visita per un Paese che torna a rivendicare il ruolo di potenza egemone. Né permettere a due membri del club nucleare di scherzare col fuoco può rappresentare la prova di leadership che ci si aspetta da chi vuole guidare il mondo. In fondo, nell’era di The Donald e della geopolitica a 280 caratteri, per fare la differenza tra guerra e pace potrebbe bastare un tweet.

 

Estratto di un articolo pubblicato su Lettera 43, qui la versione integrale

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