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In ricordo di Gianni De Michelis

di

De Michelis

Oggi 11 maggio è il primo anniversario della scomparsa di Gianni De Michelis. Il corsivo di Paola Sacchi

Oggi 11 maggio è il primo anniversario della scomparsa, dopo una lunga malattia che non gli impedì di restare lucido fin quasi alla fine, di Gianni De Michelis. Ex ministro del Lavoro, nel governo Craxi del decreto di S. Valentino – vero atto decisionista riformista, contro il quale il Pci si smusò al successivo referendum – ed ex vicepremier e ministro degli Esteri poi.

Non si attendono celebrazioni dei cosiddetti giornaloni, forse solo il minimo sindacale: che non venga almeno insultato e liquidato anche stavolta come “discotecaro” e quant’altro, mentre invece lui in discoteca, come scrisse in sua morte il suo stretto collaboratore dai tempi di Palazzo Chigi, Donato Robilotta, ex assessore del Lazio, andava, “ma per conoscere innanzitutto quel che pensavano i giovani, la gente, perché lui in discoteca andava per innata curiosità”. Che le discoteche, infatti, fossero uno dei luoghi di principale aggregazione, e non, secondo un comico moralismo, di perdizione in quegli anni 80 è cosa nota ormai anche ai sassi.

Non ho conosciuto personalmente molto bene De Michelis, seppur lo abbia alcune volte intervistato. Ho conosciuto però più di lui Bettino Craxi dei giorni di Hammamet. Uno statista costretto all’esilio, abbandonato da tutti quasi del suo stesso partito, al quale consentì di sopravvivere nonostante avesse preso in mano nel ’76 un partito ormai praticamente “morto”: “Eravamo al 9 per cento, minimo storico, commissionai un sondaggio e dopo poco eravamo già precipitati al 6 per cento, io ridetti ossigeno e vita al partito” (Dal mio “I conti con Craxi“, MaleEdizioni).

Estate 1997, primo colloquio con Craxi a Hammamet. Cosa mi disse innanzitutto? “Vedi, non mi telefona quasi più nessuno, neppure dei miei, ma Gianni, con pochi altri, sì, lui sempre. Non mi ha mai abbandonato. Seppur sia ormai nel mirino giustizialista più di tutti, dopo di me. Pensa, mi ha perfino telefonato da una cabina con i gettoni, per cercare di  non esser intercettato”.

De Michelis, dunque, un Uomo innanzitutto prima ancora che grande politico, nel ricordo del suo leader nei giorni dell’esilio. Stefano Parisi, leader di Energie per l’Italia, oggi organizzerà un ricordo, in forma virtuale ai tempi del Covid, dell’ex ministro del Lavoro, di cui lui fu capo dell’ufficio, insieme con Renato Brunetta, ai tempi del cosiddetto “taglio” della scala mobile, ovvero il decreto di S. Valentino, grazie al quale l’Italia fu salvata, facendo scendere l’inflazione galoppante da due a una sola cifra.

Di Gianni De Michelis sto finendo di leggere, proprio in questi giorni, il suo ultimo libro “La lezione della Storia”, con Francesco Kostner, Marsilio editore, 2013. Appena 7 anni fa. Ho trovato persino un ammonimento attualissimo sulla Cina: “Tienanmen poteva attestare un colpo irreversibile al sistema comunista e invece una politica inadeguata dell’Occidente non solo gli permise di consolidarsi, ma anche di confrontarsi alla pari con questo”. Il libro è tutto incentrato sui “venti anni persi dal 1989 (crollo del Muro di Berlino, ndr) al 2009″. Lacuna fatale secondo GDM, occasione persa per poter creare una nuova, vera governance dell’ordine mondiale.

Ma l’ultimo scritto davvero di De Michelis, ormai malatissimo, è la prefazione al libro di Roberto Giuliano, ex dirigente sindacale socialista, anche lui vicinissimo da sempre all’ex ministro, “La via allegra al socialismo” (2016, Edizioni Holiday). Gli dice “Gianni”, lucidissimo, allo stremo delle forze: “Il socialismo ha un senso se è liberal socialismo. In tutto il mondo, per indicare il termine” sinistra” si usa  il termine “socialista” o “socialdemocratico”. Solo in Italia è stato brutalmente manipolato, facendogli assumere una concezione ideologica che il termine non ha. I neofiti di tale linguaggio associano  tali valori solo alla sinistra, determinando così una visione manichea della realtà e delle varie culture che compongono il Paese”.

Non vengo dal mondo socialista, pur essendo stato mio padre, sfollato di Anzio, un filo-Usa, antifascista socialista, di più fan di Saragat, ma per quello che mi riguarda come cronista fanno testo quelle poche, secche parole di Craxi a me, rimastemi per sempre scolpite in testa: Gianni innanzitutto un Uomo, prima che grande politico.

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