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Quella volta che Craxi non volle disturbare Ben Ali

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Verso il ventennale della morte di Craxi. L’esilio “né dorato né argentato”, ma con rispetto della Tunisia. Il post di Paola Sacchi, già inviata di politica a l’Unità e a Panorama

 

“Il mio era un esilio né dorato, né argentato”, ha ammonito Bettino Craxi nel suo libro a cura della omonima Fondazione, curato dallo storico Andrea Spiri, con il segretario generale Nicola Carnovale, “Io parlo e continuerò a parlare” (Mondadori).

A 20 anni quasi dalla sua drammatica morte a Hammamet, in Tunisia, ” terra straniera, ma non estranea, che si comportò in modo civile” (Stefania Craxi oggi in una bella intervista a Il Giornale), racconto un episodio inedito che la dice lunga sui suoi giorni infelici.

Era una sera di tre anni fa all’hotel Bel Azur di Hammamet. In viaggio in Tunisia con la Fondazione Craxi, coadiuvata da il Garofano Rosso di Roberto Giuliano, come ogni anno, in occasione dell’anniversario della scomparsa dello statista socialista. Era stato da poco proiettato il Docufilm della Fondazione su Sigonella. Un momento di relax. L’orchestrina suonava “Quizas”. Parlo con Amida, amministratore e factotum di casa Craxi a Hammamet, dove è cresciuto fin da ragazzo, insegnante di educazione fisica, testimone diretto di una tragedia. Amida mi concede un episodio inedito dei giorni dell’esilio.

Bettino in Tunisia era rifugiato politico, secondo le convenzioni di un trattato italo-tunisino sottoscritto negli anni ’60, quando Craxi non era ancora Craxi. La Tunisia lo accolse e lo protesse. E soprattutto, come racconta Stefania, a fargli da scudo fu il popolo tunisino. Di cui Amida è un significativo rappresentante. Ma Craxi ovviamente in ogni suo spostamento doveva esser accompagnato e protetto dalle forze dell’ordine tunisine. Insomma, doveva vivere sotto scorta, e per fortuna, anche in quel Paese amico e fratello. Un giorno un poliziotto si comportò in modo un po’ invadente, cose che possono capitare ovunque, in tutti i Paesi, in tutti i mestieri. Craxi ci rimase male. Amida gli disse: chiamo il Presidente. Craxi: no, tu non chiami proprio nessuno, semmai, se si dovesse ripetere, ci si rivolgerà al governatore locale, non si può disturbare il Presidente (allora Ben Ali, ndr) per questo. Poi, però scaricò la tensione e la grande amarezza accumulata in tutti quegli anni di esilio, provocata non certo da quel caso isolatissimo, sbattendo lo sportello della vecchia e un po’ malandata Mercedes marrone con una botta tale che ruppe tutto il vetro del finestrino. Amida si commosse.

Questo era il profondo ed elegante senso delle istituzioni di Craxi, a maggior ragione nel Paese che ospitandolo dette una lezione di civiltà all’Italia, questi erano i suoi immeritati giorni infelici. “Di un esilio, né dorato né argentato”. Da ricordare, mentre appaiono ricostruzioni di comodo e non utili al fatto che “la storia – disse lui – andrà riscritta, e molto bene”. In vista del ventennale sono in programma iniziative continue della Fondazione Craxi, presieduta da Margherita Boniver. Ci sarà, ma fuori da queste, anche un film, non della Fondazione, ma di Gianni Amelio. Amida ha pianto quando si è ritrovato nella casa di Hammamet Favino truccato da Craxi. Sembrava lui. E i suoi giorni infelici

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