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Il trumpismo è come il gatto di Erwin Schrödinger

di

trumpismo

Il Bloc Notes di Michele Magno

Il nome Donald deriva dal gaelico “Domhnall”, composto da”dumno” (mondo) e “val” (dominio). Significa quindi “dominatore del mondo”. Il cognome Trump deriva dall’italiano “Trionfo”, un gioco di carte antenato della briscola, popolare in Emilia già all’inizio del Cinquecento. Infatti, in inglese come sostantivo significa proprio briscola, mentre come verbo significa (in senso figurato) battere o surclassare qualcuno. In verità, in Gran Bretagna significa anche “aria intestinale”, e viene spesso usato in frasi irripetibili. Vengo al punto. Nomen omen, il nome è un presagio, recita una famosa locuzione latina. Quello del pittoresco tycoon newyorkese sembra smentirla. Si credeva un asso di cuori, e invece aveva in mano solo un due di picche. Pensava di essere un invincibile leader carismatico, e di fronte alla sconfitta reagisce come un bambino disperato perché gli hanno sottratto il giocattolo preferito.

In un saggio del 1917 apparso sulla rivista viennese Imago con il titolo “Una difficoltà della psicoanalisi”, Freud ritornò sul mito di Narciso (di cui esistono due versioni, quella ellenica e quella romana di Ovidio), il giovane superbo e vanitoso che si innamora di se stesso contemplando la propria immagine riflessa nell’acqua. Se ne era occupato a lungo negli anni precedenti, esaminando il rapporto tra nevrosi e mondo magico, e accostando quest’ultimo al mondo dell’infanzia, nel quale si crede che la realtà possa essere cambiata — proprio come nei riti magici — solo con le parole.

L’attuale inquilino della Casa Bianca vuole cambiarla ricorrendo ai tribunali e picconando la democrazia che ancora guida. Beninteso, il trumpismo è l’espressione di umori e interessi profondamente radicati nella società yankee, nessuno può negarlo (71 milioni di voti non sono una bagatella). Ma è un fenomeno che non va nemmeno sopravvalutato. In fondo, è bastato un avversario dal profilo politico non entusiasmante per voltare pagina dopo uno dei quadrienni più controversi della storia americana.

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Dopo Nizza, Vienna. Dopo una cattedrale, una sinagoga. Il terrorismo jihadista è tornato a colpire  nel cuore dell’Europa. C’è chi sostiene che non è “guerra di religione” perché teme, usando l’espressione, di finire col promuoverla. Sono in molti a pensarla così, forse lo stesso Papa Francesco. Tommaso d’Aquino lo chiamerebbe “pium mendacium”, la buona menzogna. Ti faccio credere il falso, ma a fin di bene: scelta moralmente lecita, tra gli altri, per Benedetto Croce, Dietrich Bonhöffer e Paul Feyerabend.

Un’altra tradizione, che fa riferimento soprattutto ad Agostino e a Kant, ritiene invece che la menzogna sia sempre e in sé un male, anche quando lo scopo è nobile o altruistico. Infatti, essa viola quella richiesta e aspettativa di verità che è il requisito basilare di un’etica della comunicazione. La controversia sulla valutazione della bugia è attraversa tutta la storia della Chiesa. Può quindi perfino accadere che un pontefice gesuita decida di avvalersi, per negare la natura religiosa del conflitto con l’islam, della dottrina di un frate domenicano. La realtà è che, sul piano teologico, la distanza tra islam e cristianesimo risulta incolmabile. E questo complica maledettamente la questione del dialogo tra chi crede nella Bibbia e chi crede nel Corano.

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Divisivo, sconsiderato, voltagabbana, fumantino, spavaldo, permaloso, prepotente, superbo, radical chic: l’elenco degli epiteti poco lusinghieri sul conto di Carlo Calenda è ormai lungo come una quaresima. Roma val bene una messa, e il clero di Largo del Nazareno non vede di buon occhio che ad officiarla sia un laico, che peraltro — “summa nequitia”— si definisce un liberale di sinistra. Autocandidandosi a sindaco della capitale, forse il leader di Azione è stato imprudente,  in quanto senza il sostegno del Pd non può andare da nessuna parte. Forse il suo è stato un rischio calcolato, che scommette sulla palude di un partito incapace di proporre nomi parimenti competitivi. Non saprei dire. Tuttavia, consenta a un suo virtuale elettore un consiglio non richiesto: fossi in lui, starei in guardia e abbasserei i toni. Perché tra i democratici non sono pochi gli adepti di un nuovo culto: quello della mancanza di personalità.

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Il termine “sublime” (“das Erhabene” in tedesco) allude in Kant a quello che è degno di ammirazione e di rispetto, in quanto mostra -simultaneamente- la nostra insignificanza e la nostra superiorità di esseri razionali nei suoi confronti, come è il caso del celeberrimo “cielo stellato sopra di me” e della “legge morale in me”. In un testo pubblicato nel 1757, “Inchiesta sul bello e sul sublime”, Edmund Burke sposta il concetto dalla dimensione morale alla dimensione vitalistica delle passioni; in particolare, di quella più accecante, la paura, che toglie alla mente ogni capacità di ragionare, alterando inoltre il sentimento di identità dell’individuo: “Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è una fonte del sublime, ossia è ciò che produce la più forte emozione che l’animo può sentire”. Leggendo questa pagina del “Cicerone britannico”, come veniva soprannominato, ho pensato alle scosse emotive provocate dalle esternazioni del pluricommissario Domenico Arcuri, al reiterato tentativo di colpire l’immaginazione degli italiani, di farla vagare nei campi luminosi di fantastiche promesse sul vaccino, piuttosto che in quelli, certo meno esaltanti, dell’efficienza e della serietà nella gestione dell’emergenza sanitaria.

 

 

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