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Terremoto

Il terremoto, una catastrofe priva di senso

Uno spettacolo spaventoso e terribile, che però diviene, al contempo, l’occasione per porre domande sulle cause del sisma e sulle eventuali responsabilità umane, per poi interrogarsi sulla questione generale del senso dell’avvenimento catastrofico. Il corsivo di Michele Magno

 

Il terremoto è il disastro naturale più spaventoso e distruttivo di cui possano fare esperienza gli esseri umani. Esso ci costringe a guardare con angoscia ciò che prima ritenevamo la cosa più ovvia e sicura: il terreno dove poggiamo i piedi. Il suolo cessa di essere una metafora del fondamento delle nostre convinzioni. In pochi minuti, il terremoto è in grado di cancellare lo spazio e il tempo dell’uomo: i simboli della memoria storica e dell’esistenza delle istituzioni civili, religiose e sociali -chiese, campanili, torri, palazzi, ecc.- si disintegrano o appaiono gravemente danneggiati. Ma la violenza del terremoto sconvolge l’esistenza degli individui anche in ciò che c’è di più intimo e privato: la casa, gli oggetti della vita quotidiana, le persone care che muoiono sepolte dalle macerie. Il sisma riporta i luoghi del paesaggio non alla natura e neppure allo stadio delle rovine, che custodiscono ancora una traccia della storia, ma, appunto, al nonsenso delle macerie, all’azzeramento di ogni possibile significato (Andrea Tagliapietra, “Filosofie della catastrofe” (Raffaello Cortina Editore, 2022).

Riflettendo sulla tragedia che ha devastato la Turchia e la Siria in queste ore, verrebbe da dire che vi assiste da lontano, pur con sentimenti compassionevoli, gli apocalittici effetti di un terremoto sono innanzitutto uno spettacolo. Uno spettacolo spaventoso e terribile, che però diviene, al contempo, l’occasione per porre domande sulle cause del sisma e sulle eventuali responsabilità umane, per poi interrogarsi sulla questione generale del senso dell’avvenimento catastrofico. È esattattamente ciò che accadde, forse per la prima volta, dopo il disastroso terremoto che colpì Lisbona la mattina del giorno di Ognissanti del 1755. Esso suscitò una forte impressione sui maggiori esponenti della cultura illuministica e su quella che potremmo chiamare la nascente opinione pubblica europea.

Non appena ne viene a conoscenza, Voltaire compone il “Poema sul disastro di Lisbona”, in cui si scaglia contro l’ottimismo religioso di Gottfried Wilhelm von Leibniz. Nella sua “Teodicea”, lo scienziato e pensatore tedesco aveva affermato che l’umanità vive “nel migliore dei mondi possibili”. Voltaire si chiede come si possa definire in tal modo un mondo in cui accadono tragedie come quella che aveva sterminato decine di migliaia di innocenti. Una polemica a cui non poteva rispondere Leibniz, scomparso nel 1716, ma che apre una disputa intellettuale destinata a segnare profondamente l’idea stessa di modernità.

Il “Poema” ebbe una una enorme diffusione in tutta Europa, con numerose edizioni a stampa. Una delle prime copie manoscritte fu spedita dall’autore a Jean-Jacques Rousseau. Il  filosofo ginevrino gli rispose con una lunga lettera (agosto 1756), in cui contestava il suo radicale pessimismo e sottolineava la responsabilità degli uomini: “Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento, o forse non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto”.

Nella discussione si inserisce anche il giovane Immanuel Kant, che prende le distanze dalle interpretazioni strettamente teologiche, chiarendo che le catastrofi naturali devono indurre l’uomo a non considerarsi il fine unico ed esclusivo dell’universo. Kant non si limita a criticare l’approccio fatalistico e superstizioso nei confronti dei disastri naturali, ma pubblica tre saggi sui terremoti (1756). La sua teoria si basava sulla presunta presenza nel sottosuolo di enormi caverne sature di gas caldi. Tesi presto superata dalle successive scoperte, ma che resterà il primo tentativo di spiegazione scientifica del fenomeno.

Facciamo un salto nell’Ottocento. Come osserva Tagliapietra, il testo che forse condensa, a livello più alto, il particolare sguardo della cultura italiana sulla catastrofe è l’ultimo grande componimento di Giacomo Leopardi, vale a dire “La ginestra” (1836). Di fronte al panorama di antica distruzione rappresentato dalle pendici aride e brulle del Vesuvio -lo “sterminator Vesevo”- il poeta di Recanati rievoca la catastrofe dell’eruzione vulcanica che, nel 79 d. C., distrusse Pompei ed Ercolano. Di fronte alla forza scatenata dal vulcano e dal terremoto, innanzi alla catastrofe di cui parlano Plinio il giovane e Tacito, lontana millenni, ma pur sempre vicina, anzi prossima e ancor sepolta sotto le ceneri dell’antica eruzione, l’umanità è e rimane esposta. Il ricordo della catastrofe del passato, le fiorenti città romane e la ricchezza dei luoghi, ora trasformati in deserto lavico dove fiorisce solo il cespuglio della ginestra, devono servire da ammonimento rispetto alla moderna autoesaltazione del genere umano. Come recitano i versi forse più famosi della poesia, “Dipinte in queste rive/ son dell’umana gente/ le magnifiche sorti e progressive”.

Leopardi critica il pensiero moderno e il razionalismo ottimistico della scienza -qui si registrano evidenti consonanze con Voltaire- per la sua incapacità di cogliere, come invece seppero fare l’Umanesimo e il Rinascimento, la giusta misura in cui collocare l’uomo rispetto alla natura e allo scatenamento delle sue immani forze distruttive. Gli uomini, invece, devono acquisire consapevolezza della loro misera condizione in rapporto all’immensità dell’universo e sopportarla con dignità, senza fare appello alla religione o ai romantici titanismi in voga negli autori dell’epoca. Anzi, una volta compresa l’origine fisica del male, questa conoscenza può spingerli a riunirsi, a vincere gli odi e le inimicizie che li mettono gli uni contro gli altri e stanno alla radice del male morale: “tutti fra se confederati estima/ gli uomini, e tutti abbraccia/ con vero amor”.

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