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Il populista a sua insaputa

di

Il Bloc Notes di Michele Magno

“Per la destra è importante che disagio e sofferenza non entrino nel Paese sovrano. Per la sinistra, invece, la sofferenza è sempre un problema: chi soffre, per la sinistra, esiste sempre, aldilà della provenienza” (da un tuìt di Matteo Richetti).

Ora, condannare l’intolleranza verso ogni forma di diversità, le ossessioni securitarie, le smodate passioni identitarie, i toni rissosi e triviali, il folklore demagogico del ministro della Polizia è oggi perfino un dovere etico. Ma condannare, come fa uno stimato dirigente del Pd, resuscitando la retorica del popolo umile e sofferente è, come disse Joseph Fouché commentando la fucilazione del duca di Enghien (1804), peggio di un delitto: è un errore politico.

È solo un modo miope e culturalmente subalterno per cavarsi dai guai e dare ragione al politologo inglese Paul Taggart, il quale attribuisce al populismo una capacità camaleontica che lo rende “servitore di molti padroni”, “uno strumento dei progressisti, dei reazionari, degli autocrati, della sinistra e della destra”. Chi combatte i populisti si sforzi, almeno, di non essere populista a sua insaputa.

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“Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? È improbabile. L’età mi ha ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro unica verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri, perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerebbe invitare anche uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco nella nostra psicologia. In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi”.

Così scriveva Ennio Flaiano quasi mezzo secolo fa con il suo proverbiale disincanto (Corriere della Sera, 3 settembre 1972), che non faceva tuttavia velo a un composto amore per la propria patria. Allora c’era la Prima Repubblica che celebrava i suoi effimeri trionfi. Oggi che la Seconda Repubblica è di fatto già alle nostre spalle, le parole del grande moralista pescarese suonano profetiche. Basta pensare ai consensi che continuano a raccogliere i demagoghi di ogni colore che impazzano nel nostro Paese per accorgersi che la verità non ha ormai più alcun senso da quando la menzogna è diventata così a buon mercato.

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