Mondo

Il populismo rusticano della destra e quello immaginifico della sinistra

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Rovesciando la celebre formula di von Clausewitz, Michel Foucault sosteneva che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Con l’offensiva contro i magistrati a lui sgraditi, sferrata quando l’ordine giudiziario è nell’occhio del ciclone, Salvini sembra che lo abbia preso in parola. Beninteso, la dimensione conflittuale della politica è insopprimibile, perché inestricabilmente legata alla lotta per la conquista e il mantenimento del potere. Il problema nasce quando l’esercizio del potere, invece di disciplinare la vita collettiva promuove uno scontro permanente e senza esclusione di colpi tra chi lo contesta e chi lo detiene, e perfino tra coloro che lo detengono. Allora il gioco democratico muta segno, e può trasformarsi in una rissa senza regole devastante.

Non credo di esagerare se temo che oggi stiamo correndo questo rischio. Del resto, come traspare da certi suoi discorsi pubblici, lo stesso inquilino del Colle ne sembra preoccupato. “Sono il padre di sessanta milioni di italiani, e un padre ha il dovere di sfamare i propri figli”, ha dichiarato pressappoco nei giorni scorsi il leader della Lega. Iperbole demagogica ridicola e un po’ grottesca, certo, ma che allude a una concezione proprietaria del governo che sarà anche in sintonia con lo “spirito del tempo”, ma non con quello della nostra Costituzione.

Attenzione, quindi. Chi scrive non condivide, anzi considera una solenne sciocchezza i foschi presagi dei predicatori di sventura che paventano uno sbocco autoritario del nostro regime repubblicano. Anche se, non va dimenticato, tutti gli studiosi del bonapartismo e del cesarismo — da Tocqueville a Weber a Franz Neumann — concordano sul fatto che esso sorge e si sviluppa sul terreno della democrazia. Ma questa è un’altra storia.

Detto questo, resto convinto che il “sexy tribuno”, come qualche eccitata fan lo ha definito, non si combatte con gli anatemi moralistici e le scomuniche religiose. Si combatte, al contrario, impugnando le armi della verità contro la menzogna e contrapponendo la forza della proposta concreta, la capacità di risolvere i problemi, al fascino indiscreto della demagogia. La recente vittoria della socialisti in Danimarca dimostra che questo è possibile perfino sui temi spinosissimi della sicurezza e dell’immigrazione.

L’esperienza degli anni passati racconta che, quando si scontrano il populismo rusticano della destra e il populismo immaginifico della sinistra, la contesa è appannaggio della destra, in quanto da sempre l’interesse è più forte del sogno. Se la sinistra vuole tornare a vincere, allora, non può affidarsi all’evento salvifico (la stroncatura dell’Europa, le elezioni anticipate) o all’improbabile sdegno di massa suscitato da una manovra di bilancio che si preannuncia, e che magari qualcuno auspica per meschini quanto illusori tornaconti elettorali, di lacrime e sangue.

Occorre anzitutto un progetto per il paese, animato dall’idea che il sapere — nell’accezione più larga del termine — e il lavoro umano costituiscono l’unica reale ricchezza delle nazioni nel mondo globalizzato. Vasto programma? Forse. Si voli pure meno in alto, a patto però che ci venga risparmiato il solito elenco delle cose da fare.

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