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Il Pd, un partito sull’orlo di una permanente crisi di nervi

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Dopo il coinvolgimento di Luca Lotti nell’affaire Palamara e la presentazione della nuova segreteria, la già fragile tregua armata degli ultimi mesi tra renziani e antirenziani si è subito rotta. Il Bloc Notes di Michele Magno

L’elettore del Pd fa attualmente un mestiere assai gravoso, meritevole di essere incluso nell’elenco lavori usuranti che danno diritto al pensionamento anticipato. Infatti, quando un partito è sull’orlo di una permanente crisi di nervi finisce per mettere a dura prova l’equilibrio psicofisico anche del più paziente tra i suoi sostenitori. Dopo il coinvolgimento di Luca Lotti nell’affaire Palamara e la presentazione della nuova segreteria, la già fragile tregua armata degli ultimi mesi tra renziani e antirenziani si è subito rotta in un mare di polemiche. Né gli appelli di Zingaretti all’unità interna sembrano in grado di chiudere la guerra civile iniziata con la sconfitta al referendum costituzionale.

La verità è che allora sono nati due partiti diversi per cultura politica, orizzonti ideali, riferimenti sociali. Due partiti che diffidano l’uno dell’altro, spesso animati da un reciproco e viscerale rancore. A mio avviso, si illudono quanti credono che quella divisione si possa ricomporre miracolosamente, esorcizzando così il problema posto -pur in modi non sempre felici- da Carlo Calenda. Perché, per le numerose ragioni che qui non è possibile riassumere, il progetto di un Pd a vocazione maggioritaria è irrimediabilmente fallito, e non si vede all’orizzonte una leadership capace di rimetterne insieme i cocci.

Nel frattempo, Salvini continua a spadroneggiare nel dibattito pubblico sfruttando la sua superiore abilità propagandistica e il vuoto di idee del suo principale avversario politico. Meglio una separazione consensuale, a questo punto, che una convivenza forzata sotto lo stesso tetto. Se ne gioverebbe l’opposizione tutta, con due forze libere di rivendicare la propria identità e la propria appartenenza alla famiglia dei liberaldemocratici o a quella dei socialisti europei. Due forze alleate per un’alternativa di governo, da costruire definendo un programma condiviso di riforme che sappia parlare sia ai “deboli” che ai “forti” della società italiana.

Inoltre, se ne gioverebbero gli stessi iscritti e militanti del Pd, non più torturati dalle risse intestine di capicorrente narcisi e livorosi. In una delle sue magistrali lezioni di filosofia morale, Hannah Arendt osservava che il sadismo è curiosamente assente nel catalogo canonico dei vizi umani. Eppure il puro piacere di infliggere il dolore e di contemplare la sofferenza -aggiungeva- dovrebbe essere considerato il vizio di tutti i vizi. Per secoli è stato rappresentato solo nella letteratura pornografica e nell’arte della perversione. Lo si è sempre rinchiuso tra le pareti della camera da letto, e solo di tanto in tanto si riesce a trascinarlo nelle aule dei tribunali.

Da qualche anno, invece, è praticato apertamente dalle parti di Largo del Nazareno. Tertulliano e Tommaso d’Aquino annoveravano, in perfetta innocenza, la visione dei dannati all’inferno tra i piaceri che attendono i santi in paradiso. Ovviamente, i dirigenti del Pd non sono dei santi e quindi non avranno questa opportunità. Ma nella vita terrena anche per loro dovrebbe valere la prescrizione somma dell’etica cristiana: “Non fare agli altri ciò che non desideri sia fatto a te stesso”.

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