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Il ministro Orlando è inutilmente furioso

Economia

Perché le tesi politiche del ministro del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), non convincono l’editorialista Gianfranco Polillo

 

Da una parte vi sono coloro che agitano bandiere, come la Lega. Dall’altra le proposte – quelle del Pd – di “equità tra ceti e generazioni”. Insomma su un fronte sono gli irresponsabili che mirano solo a destrutturare. Sull’altro versante del monte, invece, i nobili di spirito che pensano al bene altrui. Posizioni, come si vede, scarsamente conciliabili. Al punto che sarà difficile per lo stesso presidente del Consiglio, Mario Draghi, poter continuare a tirare le fila.

L’intervista del ministro del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), al Corriere della sera, dalla quale sono state tratte queste spigolature, non è facile da interpretare. Logica lascerebbe intendere ch’essa preannunci la fine di una tregua. “Finché la pandemia era in fase acuta – continua il ministro – tutti o quasi convergevano sull’esigenza della vaccinazione. Ora si vede che esiste ancora una destra e una sinistra”. Ergo?, verrebbe da dire. “C’è bisogno – questa la conclusione del ministro – di una mediazione alta, anche più di prima”. Tradotto: occorre spostare l’asse del Governo verso le posizioni del Pd.

Perché le altre forze politiche ci dovrebbero stare, Orlando non lo dice. Soprattutto non lo spiega. Ma per chi conosce il suo retroterra culturale, trovare una risposta non è difficile. Nonostante le sconfitte subite, il Pd è ancora convinto di essere l’unico capace di interpretare il senso profondo della storia. E di conseguenza chi non concorda è solo un ostacolo sulla via del Progresso. Dove la P maiuscola non è un refuso tipografico. Ed allora hai voglia a dare spiegazioni. A romperti la testa sui numeri, che smentiscono le fallaci certezze del loro presente. Alla fine, quando tutto si concluderà con un piccolo grande crollo, come avvenne nell’89, c’è sempre la risorsa del giustificazionismo, nelle forme canoniche dello storicismo di derivazione marxista.

Da questo punto di vista il Paese ha già dato. Dal 2011 in poi, esso è stato governato da formazioni di sinistra. E non si può certo dire che i risultati siano stati brillanti. Basta una semplice comparazione con quello che è accaduto nel resto dell’Europa. Una serie di primati negativi: a partire da quello striminzito tasso di crescita – l’Italia sempre all’ultimo posto – che è la madre di tutte le altre sconfitte sociali. Certo rispetto ad altri Paesi, come la Spagna, il livello di disoccupazione è più contenuto. Qualche punto in meno. Ma gli spagnoli, a differenza degli italiani, non sono il terzo esportatore netto dell’Eurozona: dopo la Germania e l’Olanda.

Non hanno quell’eccesso di risparmio, rispetto agli investimenti, che non trovando sbocco all’interno, viene graziosamente messo a disposizione dell’estero. Per cui si assiste al paradosso della scarsità nell’abbondanza. Al comportamento di un Paese capace di esportare, al tempo stesso, uomini, merci e capitali: l’ultimo grido d’allarme della Corte dei conti. Mentre gran parte della sua gente è costretta a vivere al di sotto delle sue potenzialità reali. Per poi essere costretta a piatire quell’elemosina di Stato, destinata a dimostrarsi comunque insufficiente, nonostante la generosità di un welfare che non ha paragoni non solo con il resto dell’Europa.

Se questa è la realtà vera, allora più che di “una mediazione alta”, come dice Orlando, è necessaria una guida politica capace di prendere il toro per le corna. Non solo di individuare la necessaria strategia, ma poi di farla vivere in un contesto difficile come quello europeo e del G20. In un ambiente in cui ciascun attore ha le sue gatte da pelare ed è poco disponibile a farsi carico dei problemi altrui. A meno che non si abbia la capacità di individuare una sintesi inattaccabile. Un po’ com’è avvenuto con il “ whatever it takes”.

C’è qualcuno, in giro, in grado di farlo? Forse Giuseppe Conte? Certamente, se dipendesse da Marco Travaglio. Ma non è una garanzia. Lo stesso Enrico Letta, non ce ne voglia, le occasioni le ha avute. Ma se oggi l’Italia è quella che è, non si può certo parlare di un successo strepitoso. Ed allora, nonostante l’imminenza delle prossime elezioni amministrative, lasciamo perdere la “destra” e la “sinistra”. L’Italia è ancora nel mezzo di quel guado di cui Giorgio Napolitano parlava, fin dalla fine degli anni ‘70. E venirne a capo sarà tutt’altro che facile.

Forse la pandemia è stata sconfitta. Ma ancora non è detto. Resta comunque da ricostruire un tessuto economico e sociale, che ha subito profonde lacerazioni. E che non sarà più come prima. Perché, nel frattempo molte cose sono cambiate e cambieranno ancora. Ed allora non basterà ricorrere a vecchie ricette, con tutti i bizantinismi del passato. Anche in questo campo occorreranno “politiche non convenzionali” capaci di battere vecchie e desuete ortodossie. Nel labirinto della politica italiana sono in molti alla ricerca di quel filo di Arianna. Torneremo a parlare di “destra” e “sinistra” quando finalmente lo avranno afferrato. Nel frattempo meglio non dimenticare la tragedia del Titanic.

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