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Il lavoro dei sogni dei giovani. Il post di Servidori

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Secondo uno studio dell’Ocse, il numero di lavori che circa la metà dei ragazzi e delle ragazze provenienti da 41 Paesi si aspetta di fare a 30 anni è limitato a 10. Il post di Alessandra Servidori

Al Forum Economico Mondiale di Davos (21-24 gennaio 2020) il direttore generale dell’istruzione all’Ocse, ha presentato un nuovo studio basato su Pisa 2018: “Dream Jobs? Teenagers’ Career Aspirations and the Future of Work” (Lavori da sogno? Le aspirazione di carriera degli adolescenti e il futuro del lavoro). Secondo questo studio, il numero di lavori che circa la metà dei ragazzi e delle ragazze provenienti da 41 Paesi si aspetta di fare a 30 anni è limitato a 10 come medico, insegnante, veterinario, dirigente d’azienda, ingegnere, agente di polizia e avvocato. Gli enormi cambiamenti avvenuti con lo sviluppo tecnologico sembrano non avere avuto alcuna influenza sulle aspettative dei giovani.

Secondo il Rapporto si riscontra una gamma di aspirazioni professionali più ampia nei Paesi dove c’è una forte e consolidata formazione professionale, come in Germania e in Svizzera. Gli adolescenti tedeschi esprimono non solo una gamma molto più ampia di interessi professionali, ma anche più coerenti con le attuali richieste del mercato del lavoro. Altro elemento sottolineato dal Rapporto è il preoccupante disallineamento tra istruzione ed esigenze del mercato del lavoro ed è indispensabile maggior formazione professionale, più alternanza scuola-lavoro, migliore orientamento.

Nello stesso giorno la nostra ministra dell’Istruzione ha presentato un Piano di intervento rivolto alle scuole in difficoltà delle Regioni Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia per ridurre i divari territoriali tra Nord e Sud negli apprendimenti degli studenti. Il piano di intervento inizialmente sarà intrapreso solo con le regioni Campania e Sicilia. L’attenzione è intenzionalmente posta su pochi obiettivi ed è orientata su quattro aree fondamentali: le competenze chiave (la cittadinanza); gli apprendimenti (l’alfabeto di base); la varianza dei risultati (le pari opportunità); l’effetto scuola (il valore aggiunto della scuola). Purtroppo però manca ancora una volta l’attenzione sulla formazione professionale e il raccordo con l’Università (ministero scorporato dall’Istruzione) dunque alternanza scuola lavoro e orientamento.

E soprattutto in Italia manca un monitoraggio dell’esperienza e l’unica realtà che ha svolto una ricognizione è stata l’Unione degli studenti su 15.000 studenti in alternanza in alcune Regioni: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Toscana,Abruzzo, Sardegna e Sicilia. Secondo i risultati dell’indagine il 57% degli studenti intervistati “ha partecipato a percorsi di alternanza scuola-lavoro non inerenti al proprio percorso di studi” e 4 su dieci ammettono di essere caduti in situazioni in cui sono stati negati loro diritti, come quello di essere seguiti da un tutor o di non essere stati messi nelle condizioni di studiare”.

L’Italia è il paese con il numero di giovani disoccupati o inattivi più alto d’Europa ed in particolare una disoccupazione giovanile che si attesta al 40%. L’obiettivo deve essere nel nostro Paese quello di concretizzare una leva strategica per ripensare l’intera offerta formativa degli istituti scolastici e degli atenei responsabilizzando altresì i singoli docenti nell’orientamento dei giovani e nella valorizzazione dei loro talenti attraverso forme innovative di didattica, come il metodo dell’alternanza e l’apprendistato in sinergia con le aziende. Chi scrive è convinta dell’idea di una formazione non più nozionistica per puntare all’obiettivo di contribuire a superare il disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quanto insegnato nelle aule delle nostre istituzioni formative, sdoganando anche le lauree professionalizzanti, ora contrapposte ad altri percorsi formativi legati agli istituti professionali.

L’obiettivo di placement concreto sia degli istituti superiori sia universitari è indispensabile non solo per far funzionare sportelli di incontro per gli studenti e il mondo delle imprese e dunque dei lavori, ma come strumento di occupabilità. Ovvero percorsi di crescita e sviluppo integrale della persona che portino i giovani a essere padroni del loro destino in quanto attrezzati per le sfide del futuro anche perché non formati su nozioni e mestieri già evanescenti non appena si affacceranno nel mercato del lavoro. Giovani occupabili perché preparati dai loro docenti a individuare e risolvere i problemi che via via incontreranno nella vita professionale forti di una consapevolezza di chi sono e di cosa vogliono, delle loro potenzialità e dei loro talenti così come dei lori limiti e delle lacune su cui migliorarsi.

Un’alternanza scuola/lavoro dunque che offre ai giovani un percorso interdisciplinare molto innovativo alla base del quale ovviamente vi è anche la nuova formazione dei docenti che devono interagire con i tutor aziendali preposti all’alternanza e costruire insieme il progetto di alternanza.

Un problema che aggrava l’attuale situazione è nelle nuove linee guida sui tirocini che pongono serie perplessità poiché introducono una generale liberalizzazione di percorsi di tirocinio per la durata di un anno e senza alcun collegamento sostanziale col mondo scolastico e universitario. Secondo le linee guida del 2013 il tirocinio di formazione e orientamento (rivolto ai giovani entro i primi 12 mesi dal conseguimento di un titolo di studio) ha avuto una durata massima di 6 mesi. Oggi questo limite scompare e per tutte le tipologie di tirocinio si passa a un anno. Sarà possibile proporre ad un giovane neolaureato o neodiplomato un tirocinio di un anno intero ad un costo minimo di 300 euro per le imprese.

Se consideriamo che spesso oggi i giovani sono costretti a svariati tirocini prima di poter firmare un vero contratto di lavoro si coglie l’enorme rischio di questa disposizione che finisce con il penalizzare uno strumento importante, per le imprese e non solo per i giovani, come l’apprendistato che, a differenza dello stage, è un vero contratto di lavoro. Sbagliata dunque l’impostazione che rischia di demotivare i nostri giovani talenti e un suggerimento alle regioni di modificare tramite i loro bandi di recepimento delle linee guida ancora mantenendo il limite di 6 mesi per i tirocini formativi spingendo semmai per potenziare i tirocini dentro i percorsi scolastici e universitari e non al loro termine. Per le imprese occorrono investimenti formativi adeguati per le persone per ottenere produttività e capacità di innovazione, poiché è la forza lavoro delle aziende il motore di nuovi processi economici.

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