Innovazione, Primo Piano

Perché in Italia si deve rottamare la tecnofobia. Parla Bentivogli (Cisl)

di

Bentivogli

“In tempi in cui il lavoro scarseggia, siamo portati a pensare che l’automazione distrugga l’occupazione, ma questo approccio non fa che favorire l’Italia pigra e furba”. L’intervista di Start Magazine a Marco Bentivogli, segretario generale Fim-Cisl

Segretario Bentivogli (Cisl), come deve reagire un sindacato moderno alle sfide che l’innovazione pone al mondo del lavoro?

Come ho scritto nel libro “Abbiamo rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato”, il sindacato deve rispondere con la sfida che ho chiamato delle 3R, ovvero scelte radicali, rifondative e rigenerative. Il sindacato è una delle più belle forme di solidarietà collettiva, va reso attuale e centrale nei processi di trasformazione che stiamo vivendo. Siamo stati molto forti in passato nella protezione dei lavoratori ma con strumenti che, oggi, di fronte ai grandi cambiamenti in atto, rischiano di essere slegati dalla realtà e necessitano, quindi, di essere rifondati e ripensati per poter ancora essere utili alle persone. L’occasione è giusta, come si direbbe in inglese, per passare dalla job protection, la protezione del lavoro, a essere skills developer ovvero sviluppatori di professionalità e competenze, nella nostra azione contrattuale. È giusto occuparsi di pensioni per superare molte iniquità, ma la sfida fondamentale è rendere il lavoro degno e realizzativo, prendendosi cura delle persone, delle loro competenze, rendendole più forti nei propri luoghi di lavoro e nei passaggi tra un lavoro e l’altro. Puntiamo a liberare le persone nel lavoro e non da esso.

A volte l’espressione A.I. (Intelligenza Artificiale) legata all’innovazione genera una certa “paura di sostituzione” in particolare per ciò che attiene il mondo del lavoro. Lei cosa ne pensa?

Una delle lezioni che ci ha lasciato il grande Pierre Carniti è quella di non temere mai il futuro. Davanti al cambiamento, sentimenti di paura e inquietudine per quello che non conosciamo sono del tutto comprensibili: è sempre stato così, ma questi sentimenti vanno riportati dentro una dimensione razionale che ci permetta di cogliere le opportunità che oggi, magari, sono coperte da ombre. Possiamo decidere di chiudere gli occhi o di guardare le ombre della realtà da dentro la caverna, ma l’innovazione non chiede mai permesso. Nel nostro Paese, infatti, è stata la mancanza di tecnologia a cancellare interi settori industriali e migliaia di posti di lavoro. Invece, tutti gli accordi di reshoring fatti in questi anni, penso a Whirlpool e Fca a Pomigliano, sono stati possibili grazie a grossi investimenti in tecnologia e innovazione. Che la tecnologia non cancelli posti di lavoro è anche dimostrato dal fatto che i paesi più high tech del mondo, Corea del Sud, Giappone e Germania, sono quelli con i livelli più bassi di disoccupazione. Per uscire da queste paure e saper cogliere le opportunità di questa grande rivoluzione bisogna investire molto in innovazione, formazione e ricerca. Il piano Industria 4.0 ha dato in questi termini un grande contributo, insieme all’alternanza scuola-lavoro. Due provvedimenti che il precedente governo giallo-verde aveva depotenziato e sui quali credo invece occorra puntare in maniera massiccia e convinta, correggendo alcune imperfezioni ma senza tentennamenti. C’è ancora molto da fare soprattutto al Sud, nelle piccole e medie imprese e nelle imprese artigiane, che sono quelle che dalle nuove tecnologie possono avere margini di sviluppo incredibili e che costituiscono la maggioranza del nostro tessuto produttivo.

Nel rapporto tra lavoro e innovazione tecnologica, su cosa l’Italia è in ritardo?

L’Italia è in ritardo innanzitutto negli investimenti. Nella sola Unione Europea, se guardiamo all’intelligenza artificiale, la Germania ha investito dieci volte più che l’Italia (600 milioni di euro entro il 2020 contro i 70 milioni previsti dall’Italia in due anni). Ma si tratta anche di un gap culturale: in Italia la tv a colori è arrivata 15 anni dopo rispetto al resto d’Europa. Siamo un paese di inventori allergico all’innovazione, diffidenti verso le macchine. Definisco questo atteggiamento “tecnofobia” (Contrordine Compagni, Rizzoli 2019), una versione moderna del luddismo, una malattia da cui non siamo mai veramente guariti e forse più insidiosa, in quanto antagonista dell’innovazione. In tempi in cui il lavoro scarseggia, siamo portati a pensare che l’automazione distrugga l’occupazione, ma questo approccio non fa che favorire l’Italia pigra e furba.

(Estratto dell’intervista a Bentivogli della Cisl pubblicata sulla rivista quadrimestrale Start Magazine; per informazioni e abbonamenti: info@startmag.it)

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